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04/08/2016

Siria: guerra per procurazione Saudita

La tragedia del Mi-8 russo potrebbe degenerare in uno scontro diplomatico tra Russia e Stati Uniti se venisse confermato che ad abbattere il velivolo a rotore fosse stato un missile statunitense fornito all’opposizione moderata.

Andiamo con ordine. Lunedì scorso, un elicottero russo Mi-8, è stato abbattuto nella provincia siriana di Idlib. I tre membri dell’equipaggio ed i due ufficiali del Russian Center for Syrian Reconciliation, si trovavano a bordo del velivolo quando è stato abbattuto dal “fuoco nemico proveniente da terra”.

 

Tra questi anche una donna.

I militari non dovrebbero essere sopravvissuti allo schianto. Secondo la versione ufficiale, l’elicottero aveva appena concluso una missione umanitaria nella zona di Aleppo ed era in rotta verso la base di Khmeimim. Secondo lo Stato Maggiore Generale delle Forze Armate Russe, “in base alle informazioni disponibili, l’elicottero è stato abbattuto da terra sopra l’area controllata delle forze armate del gruppo terroristico Dzhebhat en-Nusra che si è unito alla cosiddetta opposizione moderata. È stato un atto terroristico”.

Intanto il ruolo della missione, da alcuni immediatamente bollata come offensiva. Nelle foto diffuse sui social dai terroristi che hanno immediatamente saccheggiato la carcassa e banchettato sui corpi, sono chiaramente visibili  pod per razzi, probabilmente da 57 mm, e sistemi di guerra elettronica Vitebsk. In realtà, non c’è nulla di sorprendente. La flotta russa Mi-8 è utilizzata per il ponte umanitario nelle zone di guerra in Siria, ma operando in aree ostili deve necessariamente essere armata. È ritenuto, quindi, un equipaggiamento standard. Il numero di identificazione del relitto corrisponde infatti a quello di un elicottero armato, ma utilizzato per scopi di ricerca ed evacuazione medica.

L’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, infine, conferma che “l’elicottero aveva effettivamente consegnato aiuti umanitari sopra i villaggi sciiti, nei pressi di Aleppo, circondati dalle forze di opposizione sunnite”. Nelle 24 ore precedenti, i russi avevano sganciato 6.500 kit alimentari su Aleppo.


Per approfondire: “Speriamo si sia salvata solo per essere stuprata”


La configurazione standard russa per missioni di volo in zone di conflitto, quindi, prevede una configurazione compatibile con quella del Mi-8 abbattuto. Certo, lo Stato Maggiore russo non avrebbe mai dovuto far volare degli elicotteri multiruolo come i Mi-8 senza delle piattaforme a rotore d’attacco come i Mil Mi-28N, così da scoraggiare azioni solitarie e fornire immediata capacità di saturazione. Ancora oggi, i corpi dei cinque militari russi sono in mano ai terroristi, sebbene Mosca stia ammassando forze specnaz a Khmeimim.

Ma cosa ha abbattuto il Mi-8? La risposta a questa domanda potrebbe avere delle ripercussioni precise. Mosca si limita a parlare di un “sistema d’arma”, non specificando altri dettagli. Eppure, considerando il contesto siriano, le opzioni disponibili sono sostanzialmente tre: un MANPADS, il fuoco di una o più mitragliatrici pesanti come la DSK o KPTV o, infine, l’artiglieria antiaerea nemica. Il Ministero della Difesa russo riconosce tre diverse tipologie di sistemi terra-aria presenti in Siria: gli Strela-2 ( SA-7 ‘Grail’), gli Igla-1 (SA-16 ‘Gimlet’) ed il cinese FN-6 (HY-6).

Ma se venisse confermato l’impiego di un sistema d’arma statunitense, le relazioni diplomatiche tra Usa e Russia potrebbero incrinarsi del tutto: ci sarebbe anche un precedente. Lo scorso dieci luglio, un Mi-25 siriano armato, versione per l’esportazione del Mi-24 russo, è stato abbattuto da un missile BMG-71 TOW americano, mentre volava a bassa quota. Entrambi i piloti russi morti.

La CIA fin dal 2014 forniva missili anticarro TOW, acronimo di Tube-launched Optically-tracked Wire-guided, all’Esercito Siriano Libero ed ai gruppi che combattono contro il governo di Bashar al-Assad. I missili arrivavano in Siria dall’Arabia Saudita, dietro fornitura della CIA. Il piano, così come descritto dal Pentagono, aveva l’obiettivo di esercitare una sufficiente pressione militare contro le forze di Assad e convincerlo ad un compromesso politico. L’entrata in scena della Russia ha stravolto l’intera strategia della CIA e bloccato (da parte americana, non saudita) la fornitura dei missili anticarro. La CIA, infine, sarebbe dietro ad un altro programma (mai confermato) per la fornitura di missili anticarro Javelin ai curdi. Il sistema d’arma Javelin consente di agganciare e seguire autonomamente il bersaglio (modalità lancia e dimentica) grazie al targeting termico con un profilo di volo chiamato “Top Attack”: il missile a doppia testata in tandem colpisce il blindato dalla parte superiore, solitamente piatta, dove la corazza è più sottile. Prima di piombare sul bersaglio, il missile si innalza fino ad un massimo di 150 metri. Il Javelin ha già dimostrato di essere letale anche contro gli elicotteri a bassa quota. L’impiego di un missile statunitense per abbattere il Mi-8 russo potrebbe anche essere probabile. I servizi di intelligence occidentali non hanno mai avuto reale contezza del numero di missili antiaerei in mano ai ribelli ed alle organizzazioni terroristiche in Siria. Di fatto il contesto siriano si è  evoluto da tempo.


Per approfondire: Così Cia e sauditi hanno armato i ribelli


 

Lo Stato islamico possiede centinaia di MANPADS (sia della famiglia Strela che Stinger) trafugati prima dagli arsenali di Saddam e poi da quelli dell’esercito regolare lealista. Senza considerare, infine, gli oltre mille veicoli abbandonati dalle truppe regolari ed ottenuti dall’Isis senza colpo ferire: molti di questi erano dotati di armamento antiaereo supplementare. A questi numeri, del tutto sconosciuti, bisognerebbe aggiungere gli asset statunitensi forniti all’opposizione moderata. Dal 28 luglio scorso, Mosca ha attivato tre corridoi umanitari ad Aleppo, circondata dalle truppe lealiste, ma controllata dai gruppi radicali. Dal 30 settembre ad oggi, i russi hanno perso 19 soldati in Siria tre elicotteri e due cacciabombardieri.

FONTE http://www.occhidellaguerra.it/spetsnaz-per-recuperare-i-caduti-russi/

03/08/2016

Break the Cross : L'Olocauste selon l'Etat Islamique

XVM80aee01c-57f3-11e6-817c-30e88f4e6176.jpgQuelques jours après l'assassinat du père Hamel, le quinzième numéro de Dabiq est consacré à la haine de Daech envers les chrétiens. Les djihadistes appellent les «croisés» à se convertir à l'islam et visent le pape François qui «se cache derrière un voile trompeur de “bonne volonté”».

«Break the cross» (Briser la croix): c'est avec ce slogan sans appel que Dabiq, le magazine de propagande de l'État islamique en anglais, illustre son numéro 15 spécialement consacré aux chrétiens. Quelques jours seulement après l'assassinat du père Jacques Hamel, Daech revient sur les raisons de sa haine envers les chrétiens, aussi surnommés «croisés». Déjà, dans le numéro 4 de Dabiq, intitulé «la croisade ratée», les djihadistes mettaient en une une image du Vatican surmontée par le drapeau noir de Daech, affirmant leur volonté de s'en prendre à Rome. Mais là, la propagande de Daech va plus loin, développant longuement ses griefs envers le christianisme.

«Entre la sortie de ce numéro et le prochain massacre qui sera exécuté par un des soldats cachés du Califat, les Croisés peuvent lire pourquoi les Musulmans les haïssent et les combattent et pourquoi les païens Chrétiens devraient briser leurs croix» écrivent les djihadistes. Un article extrêmement détaillé et exceptionnellement long (17 pages), citant aussi bien les Actes des apôtres que les Évangiles et le Coran, entreprend de démontrer l'inanité du christianisme par rapport à l'islam, par un argumentaire historique et théologique. L'État islamique y dresse la généalogie du christianisme décrit comme un «paganisme» à cause de la Trinité, considérée par les islamistes comme contraire au principe du monothéisme. Cette critique se termine par un appel menaçant aux «peuples du livre» à rejoindre la religion musulmane. Pour appuyer cette démonstration, les propagandistes de Daech publient une interview d'un djihadiste caribéen et d'un autre finlandais qui racontent leur conversion du christianisme vers l'islam. Ils publient également une photo de la tombe de Humayun Khan, soldat musulman américain tombé en Irak, qualifié d'«apostat» par l'État islamique. Ce soldat américain est au cœur d'une vive polémique aux États-Unis, ses parents, de fervents démocrates, se servant de son exemple pour critiquer le «racisme» de Donald Trump, celui répondant que lui n'avait pas voté la guerre en Irak.

«Benoît XVI dit la vérité»

Dans sa rubrique «dans les mots de l'ennemi», l'État islamique vise spécifiquement le pape François montré en photo serrant la main à l'imam de la mosquée Al-Azhar Ahmed el-Tayeb, considéré comme un apostat par les djihadistes. Visiblement documentés, les auteurs citent le pape Benoît XVI dans son livre Foi, vérité, tolérance, où il expliquait que la démocratie «contredit l'essence de l'Islam, qui n'a tout simplement pas le principe de séparation entre sphère politique et sphère religieuse que le christianisme possède depuis le début». «Même si c'est un menteur, il a certainement dit la vérité sur ce sujet», commentent les djihadistes, «montrant par-là que beaucoup d'apostats de l'islam, comme les imams occidentaux ou les professeurs de prétendues universités islamiques, ont une bien moindre compréhension de l'islam que Benoît l'incroyant».

Ils citent ensuite le pape émérite dans son discours de Ratisbonne qui avait fait polémique pour cette citation de l'empereur byzantin Manuel II Paléologue: «Montre-moi donc ce que Mahomet a apporté de nouveau, et tu y trouveras seulement des choses mauvaises et inhumaines, comme son mandat de diffuser par l'épée la foi qu'il prêchait.» «La religion de l'islam continuera à être diffusée par l'épée, n'en déplaise à Benoît», écrivent les djihadistes.

Les auteurs soulignent la différence entre un Benoît XVI qui, selon eux, «accentuait l'inimitié entre les chrétiens païens et les musulmans monothéistes» et François qui «se cache derrière un voile trompeur de “bonne volonté”». «Des papes, et spécialement le pape François, ont essayé de peindre le tableau d'une amitié chaleureuse, cherchant à détourner les masses musulmanes du devoir du djihad», écrivent-ils, reprochant notamment à ce dernier d'avoir pris la défense des homosexuels après la tuerie d'Orlando.

Dans un texte intitulé «Pourquoi nous vous haïssons et nous vous combattons», les djihadistes détaillent les six raisons majeures pour lesquelles ils détestent l'Occident. La première raison invoquée est le christianisme, qualifié de «mécréance»: «Vous rejetez l'unicité d'Allah, vous blasphémez contre lui en affirmant qu'il a eu un fils.» «Nous avons pour ordre de combattre les mécréants jusqu'à ce qu'ils se soumettent à l'autorité de l'Islam, ou bien en se convertissant à l'islam, ou bien en payant la jizyah [NDLR: impôt prescrit dans le monde musulman collecté chez les dhimmis, les hommes non-musulmans] - pour ceux qui ont cette option - et en vivant dans l'humiliation sous la loi des musulmans.»

La deuxième raison est la laïcité et les «valeurs libérales», la troisième raison, l'athéisme des sociétés occidentales. Les «crimes contre l'islam» (blasphème et moqueries), les crimes contre les musulmans (bombardements et drones) et «l'invasion des terres» musulmanes sont aussi invoquées.

Dabiq est le principal support de propagande de l'Etat islamique à destination des djihdistes occidentaux. Daech s'en sert principalement pour faire des appels à rejoindre le califat ou bien à pousser ceux qui ne peuvent pas partir à passer à l'acte là où ils se trouvent.

SOURCE: http://www.lefigaro.fr/actualite-france/2016/08/01/01016-...

LIRE AUSSI:

» Daech: Dabiq et Dar-al-Islam, des outils de propagande parfaitement maîtrisés

 

La politica di Obama fa esplodere il terrorismo

Dal 2011 ad oggi, da quando la premiata ditta Obama/Hillary Clinton ha iniziato la propria guerra al terrorismo globale, il terrorismo globale (islamico NDR) è esploso in tutto il mondo.

I numeri parlano chiaro.

La politica dell’Occidente, dalla Primavera Araba in poi, ha generato più terrorismo, più attentati e più morti in tutte le aree del pianeta in cui Usa ed Europa sono intervenuti direttamente o per procura.

In assenza di una ricerca complessiva sul terrorismo globale, il Center for Strategic & International Studies (CSIS), ha pubblicato una raccolta di dati e grafici disaggregati, provenienti da diversi Centri di ricerca, Ong e studi isolati; 181 pagine fitte di informazioni e numeri sulle aree coinvolte, sulle organizzazioni più violente, sulle tipologie di attentati, e sugli obiettivi preferiti.

LA GUERRA AL TERRORISMO PRODUCE TERRORISMO
Schermata 2016-07-31 alle 15.51.40Complessivamente, se si osserva il solo anno 2015 assistiamo ad una leggera contrazione del numero di azioni terroristiche nel mondo rispetto all’anno precedente.
Ma se si guarda un arco temporale più ampio, per esempio da dopo l’11 Settembre quando è iniziata la guerra al terrore globale da parte degli Usa, il risultato è impressionante: il trend degli atti terroristici è in vertiginoso aumento.

La data d’inizio dell’escalation è il 2003, anno dell’invasione Usa in Iraq per cercare le armi chimiche di Saddam e per sconfiggere il terrorismo, appunto.
Ma la vera svolta è nel 2011 (anno della guerra in Libia voluta dalla Clinton, dello scoppio della guerra civile in Siria alimentata dagli Usa e dell’inizio della formazione dell’Isis sotto l’occhio benevolo della Cia e dei suoi alleati) quando il terrorismo è esploso toccando nel 2014 la cifra di oltre 16.000 attentati nel mondo (quasi tutti di matrice islamista).

DOVE CRESCE IL TERRORISMO?
cartina

Le aree geografiche principali interessate rimangono le stesse: Medio Oriente e Sud Est Asiatico (anche se con devastanti aumenti del numero di attentati); ma dal 2012 al 2015 i focolai di terrorismo si sono allargati a zone prima limitate o esenti (Nord Africa, Europa).

Una menzione a parte merita l’Ucraina: qui, da quando gli Usa hanno esportato il loro governo colorato, la conseguente guerra civile ha fatto sorgere un terrorismo sconosciuto fino a quel momento.

STATE DEP

Tra i primi 10 paesi per numero di attentati terroristici nel 2015, sette sono interessati da interventi militari diretti o ingerenze politiche Usa : Iraq, Afghanistan, Pakistan, Egitto, Filippine, Libia e Siria (la tabella è redatta dal Dipartimento di Stato americano).

vittime

Se si considera il numero di vittime causate dagli attentati, i paesi più colpiti sono Iraq, Afghanistan, Nigeria e Siria (qui l’infografica del Washington Post)

Il 52% degli attentati nel mondo utilizza la tattica degli esplosivi (autobombe, kamikaze ecc), il 23% assalti armati, solo l’8% gli assassini mirati. Ne deriva che quasi il 40% delle vittime degli attentati nel 2015 sono state persone comuni; circa il 25% militari o poliziotti e solo il 20% esponenti della politica o dell’economia.

IL DATO PIÙ SCONVOLGENTE
MO NORD AFRICA

Ma il dato più sconvolgente è ricavabile da START, il database del National Consortium for the Study of Terrorism dell’Università del Maryland: in Medio Oriente e Nord Africa, dal 1970 ad oggi sono stati conteggiati più di 40.000 attentati terroristici; di questi, la metà (21.490) sono avvenuti dal 2011 al 2015.

In altre parole, la politica estera Usa del premio Nobel per la Pace, in Medio Oriente, ha prodotto, negli ultimi 5 anni, più terrorismo di quanto ce ne sia stato nei 40 anni precedenti.

CONCLUSIONI EFFIMERE
Il terrorismo è parte integrante della guerra globale. Diritto e codici d’onore (tipici del mondo militare) non hanno più valore e gli attentati indiscriminati contro obiettivi civili e tecniche di combattimento non convenzionali diventano strumento naturale di lotta e spesso trovano legittimazione ideologica e religiosa.

Ogni volta che l’America destabilizza un paese non combatte il terrorismo ma lo alimenta. È avvenuto in Iraq, in Afghanistan, in Libia, in Egitto, in Siria… in Ucraina.

Insomma la politica estera americana degli ultimi anni è il principale combustibile del terrorismo globale. 

Alla recente Convention democratica per le presidenziali, il presidente Obama ha dichiarato: “Hillary continuerà il mio lavoro”;; ecco, semmai ci fosse qualche dubbio su cosa significherebbe la Clinton presidente degli Stati Uniti per il Medio Oriente, per l’Europa e per il mondo.


FONTE Su Twitter: @GiampaoloRossi    www.ilgiornale.it

 

NOTA: Affermare che gli USA di Obama sono la causa del terrorismo non sarebbe corretto visto che questo proviene da una volontà deliberata dei Sunniti di attaccare l'Occidente

Tuttavia, la fornitura di materiale bellico a Paesi notoriamente terroristi come il Qatar, l'Arabia Saudita,la Turchia ... ed il sostegno a gruppi ribelli terroristici in chiave anti Russa ha fornito il "carburante" necessario perché tale esplosione possa avvenire e perdurare

01/08/2016

A l'aide!!! Rendez nous Ratzinger!!!

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29/07/2016

Tant d'amour et de paix...ça laisse muet!

Je ne parlerai pas des martyrs de Charlie. Car je risquerais de parler de l’islam, et l’islam est une religion de paix et d’amour.

Je ne disserterai pas sur les massacres du Bataclan et d’ailleurs. Car je risquerais de parler de l’islam, et l’islam est une religion de paix et d’amour.

Je n’évoquerai pas les tueries de Boko Haram, de l’AQMI, d’Al-Qaïda, d’Al-Nosra et d’une foule d’autres groupes d’assassins organisés, en Syrie et ailleurs, au nom du Prophète, sur lui la paix et la lumière. Car je risquerais de parler de l’islam, et l’islam est une religion de paix et d’amour.

Je ne dirai rien des près de 300 morts tués dans un attentat à Bagdad le 3 juillet, ni des 15 autres tués dans la même ville le 25, ni… Car je risquerais de parler de l’islam, et l’islam est une religion de paix et d’amour.

Et j’ai eu tort de parler ici-même des infidèles tués au musée du Bardo l’année dernière. Car j’ai pris le risque de parler de l’islam, et l’islam est une religion de paix et d’amour.

Je ne rappellerai pas, pas même pour mémoire, les centaines de viols perpétrés à Cologne, entre autres, au dernier jour de l’An — bonne année ! Car je risquerais de parler de l’islam, et l’islam est une religion de paix et d’amour.

Je ne gloserai pas sur les attentats commis en Arabie saoudite, au Yemen, en Syrie, en Irak, en Turquie. Car je risquerais de parler de l’islam, et l’islam est une religion de paix et d’amour.

Ni même ne comptabiliserai-je les 80 morts de Kaboul de samedi dernier — les derniers dans une très longue liste. Car je risquerais de parler de l’islam, et l’islam est une religion de paix et d’amour.

Ne comptez pas sur moi pour condamner les attentats à la hache, à la machette, et autres procédés ingénieux perpétrés en Allemagne ces derniers jours. Car je risquerais de parler de l’islam, et l’islam est une religion de paix et d’amour.

De même ne commenterai-je pas l’utilisation d’acide au Pakistan pour défigurer les jeunes filles « impudiques » — la dernière a été étranglée par son frère. Car je risquerais de parler de l’islam, et l’islam est une religion de paix et d’amour.

Je ne dirai rien, oh non, sur le prêtre octogénaire égorgé ce mardi 26 juillet dans une église normande pendant la messe par deux courageux « soldats » de Daech — tout comme d’autres valeureux combattants de Daech avaient fixé au sommet d’une colonne romaine le corps décapité du conservateur octogénaire de Palmyre — ce sont des hommes qui aiment les vieillards, et ils ont prouvé à Nice qu’ils aiment aussi les enfants. Car je risquerais de parler de l’islam, et l’islam est une religion de paix et d’amour.

(Parenthèse. Si un vieil imam avait été tué dans une mosquée par deux connards — ce qui serait difficile vu que les mosquées sont le plus souvent protégées, comme les synagogues, le président de la République et le Premier ministre, si prompts à condamner et à combattre le terrorisme, appelleraient déjà à une manifestation monstre contre la montée des périls d’extrême droite, et envisageraient peut-être de dissoudre tel ou tel groupuscule. Et sans doute auraient-ils raison. Mais ils n’envisagent pas, semble-t-il, de dissoudre l’islam, ni de prendre de vraies mesures contre les milliers de terroristes islamistes potentiels français — ou qui se sont invités en France. Car l’islam est une religion de paix et d’amour. Fin de parenthèse)

Et je ne citerai pas les sourates qui appellent au meurtre des infidèles, par le fer et par le feu. Car l’islam est une religion de paix et d’amour, et seules de méchantes langues propagent ce genre d’information.

Et si jamais demain je me fais égorger par un illuminé, mes amis, ne mettez pas en cause l’islam. Car l’islam est une religion de paix et d’amour.

 

SOURCE: http://www.causeur.fr/islam-saint-etienne-rouvray-daech-39414.html

Terrorisme:on sacrifie les victimes pour ne pas avoir à livrer bataille contre les bourreaux

FIGAROVOX/ANALYSE - Quand des Français tuent des Français, cela s'appelle une guerre civile, explique Shmuel Trigano dans un grand décryptage. Pour le philosophe, l' «antisémitisme musulman» du début des années 2000 était un signe annonciateur de celle-ci.


Professeur émérite des Universités, Shmuel Trigano est un philosophe et sociologue, spécialiste de la tradition hébraïque et du judaïsme contemporain.


Après l'attentat de Nice et le meurtre du prêtre de Saint Etienne du Rouvray, la France s'est retrouvée à nouveau plongée dans une atmosphère qui rappelle celle que décrit admirablement Albert Camus dans La Peste, quand un mal profond mais inommé ronge l'ambiance de la ville d'Oran. Le dispositif mis en place depuis Charlie Hebdo et dont la commémoration de la tuerie de Toulouse avait constitué un prototype ne «prend» plus.

La stratégie du déni

Je fais référence au cérémonial qui s'est mis en place pour «gérer» chaque attentat.

L'effusion de compassion, qui en est la marque, est ambivalente: si elle accuse le coup de la réalité (reconnaissant qu'il y a des victimes), elle l'engloutit dans l'émotion, pour en annuler de facto le sens (en censurant la motivation que les agresseurs donnent à leur acte, à travers le rite du «pas-d'amalgame»).

Or la réalité est brutale et ne fait pas dans la dentelle.

Les actes terroristes sont commis explicitement au nom de l'islam et leurs perpétrateurs ne se recrutent pas au Moyen-Orient mais parmi les musulmans, en France même, dont ils sont natifs.

C'est aussi dans ce milieu qu'ils trouvent abri et refuge.

Avec le djihadisme mondial «franchisé», qui se développe aujourd'hui, le voisin qui vous dit «bonjour», le fonctionnaire qui vous reçoit, pourrait sans prévenir se transformer en djihadiste armé d'un couteau, d'une hache ou d'une voiture.

La réalité, c'est ce que nomme en l'occultant (là aussi) le «nous sommes en guerre»: une guerre qui ne se mène pas à partir du porte-avion Charles de Gaulle mais sur le sol national et dont témoigne la militarisation de la sécurité publique.

C'est très exactement ce que l'on nommait, avant l'ère du post-modernisme , une guerre civile.

Le gouvernement ne fait que le confirmer lorsqu'il annonce que, même après la défaite du Califat, cette «guerre» ne sera pas finie.

Cette guerre civile est, pour être plus précis, l'effet d'une guerre de religion planétaire.

Le meurtre des non-musulmans est perpétré par les islamistes comme un sacrifice religieux offert à la divinité, un meurtre «moral», «sacré», de même que la mort recherchée du pseudo «martyr» lui ouvre la porte du paradis: un véritable culte de la mort. Il faut comprendre cette logique d'un autre âge, profondément régressive sur le plan de l'histoire humaine (la régression de la religion au sacrifice humain!), pour comprendre le motif de tous ces massacres.

Cette explication n'est pas un commentaire de ma part.

Elle découle de sources coraniques et elle est confirmée par l'imam Qaradawi, qui siège au Qatar, pays ami de la France, et qui est le chef du Conseil de la Fatwa pour l'Europe, le mentor sur la plan de la Charia des Frères Musulmans (et donc de leurs émules français). Dans ses décisions juridiques , il justifie le meurtre des non musulmans, et avant tout des Juifs, comme un moyen licite de défendre et illustrer l'islam.

Il va même jusqu'à estimer que, si le «martyr» le juge nécessaire, le meurtre des non-musulmans pourrait s'accompagner, pour le succès de l'opération, de la mort de musulmans (ainsi expédiés illico presto au paradis). Sur ce dernier point, celà montre parfaitement que le fait que les attentats frappent aussi des musulmans ne diminue en rien le caractère et la justification exclusivement islamiques de ces actes.

À ce propos, il est pitoyable de voir journalistes et experts se perdre en conjectures sur les motifs des massacres et entraîner avec eux un public sidéré et égaré, parce qu'ils se refusent à voir la réalité en face...

Cette réalité - vécue objectivement dans l'inconnaissance -, le Pouvoir, par sa faiblesse et ses idées fausses, ne veut ni ne peut la nommer.

C'est la fonction que remplit le deuxième rouage du dispositif dont la finalité est de «naturaliser» la menace. Le slogan «il faut vivre avec le terrorisme - il y aura d'autres attentats» en est l'expression.

Le Pouvoir traduit sa défaite en rase campagne sous la forme d'une injonction qui conjure l'état de guerre civile potentielle par l'affirmation d'une solidarité espérée («tous ensemble/restons unis/le terrorisme veut nous diviser») mais que les attentats érodent l'un après l'autre.

Ce cérémonial est devenu inefficace. Les huées de Nice contre le gouvernement traduisent quelque chose de profond: l'échec de la doctrine sécuritaire de l'Etat. La situation que j'ai tenté de décrire démontre sa défaillance à l'épreuve de la réalité. Toutes les actions qu'elle promeut dans le domaine sécuritaire ne peuvent être que cautère sur une jambe de bois. Elle présente un vice de forme stratégique qui retentit sur la tactique.

Les valeurs légitimantes: la «morale»

Cette politique se veut «morale» et «démocratique», étayée sur des valeurs (un mot qu'invoque souvent le ministre de l'intérieur) comme: le «pas d'amalgame», l'État de droit, la démocratie. À l'examen, cependant, ces valeurs ne sont ni réalistes, ni honorées.

Où est l' «état de droit» quand les «droits du citoyen» - le droit minimal à la sécurité - ne sont pas assurés?

Que sont ces «droits de l'homme» s'ils assurent avant tout les avantages des terroristes et de leurs apprentis?

L'Etat met en place une armada institutionnelle (jusqu'à un cadre de convalescence mentale pour les djihadistes retour de Syrie!) pour surveiller les futurs djihadistes (fichés «S» et autres) afin de ne pas attenter à leurs «droits de l'homme», quand il faudrait donner un coup de pied définitif dans la fourmilière. On attend que le meurtrier passe à l'acte pour l'arrêter au lieu de l'empêcher de commettre son acte. C'est là une moralité sans réciprocité qui prône le sacrifice des victimes.

Quant à l'état de droit, il est par définition suspendu en «état de guerre» (une proclamation claironnée de toutes part).

Ce que traduit bien la notion juridique d' «état d'urgence». La guerre sur le sol français n'est-elle pas évidente avec ces tueries de masse et l'insécurité de toutes parts?

Quant au «pas d'amalgame», il ne devrait pas empécher de reconnaitre la motivation religieuse islamique des terroristes, expressément proférée dans leurs actes.

L'islam est aujourd'hui entré dans une guerre de religion féroce: interne (chiites-sunnites) et externe, contre l'Occident (sans négliger, sous d'autres cieux, l'indouisme et le judaïsme). Le sunnite sait parfaitement que la guerre que lui fait le chiite est motivée par une interprétation religieuse de l'islam. Pourquoi les non-musulmans s'interdiraient-ils de reconnaître que l'islam inspire aussi aux djihadistes la haine à leur égard?

S'interdire de le faire, évoquer le possible amalgame, c'est au contraire le suggérer en sourdine, de façon massive. C'est une façon de dire que, oui, l'islam est concerné. «N'en parlons pas!»... parce que tout le monde le sait.

On glisse ici d'une situation singulière, particulière (une agression) issue du monde musulman - qui, elle, est condamnable - à la généralité (l'Islam en général) dont elle relève, pour exonérer la première au nom de la préservation de la dernière.

C'est ce que vient vérrouiller dans la machinerie rhétorique, dont le pouvoir médiatico-politique est l'ingénieur, le concept récent, forgé de toutes pièces à cet effet, d' «islamophobie».

Comme si la critique des idées islamiques relevait d'une «phobie», d'une maladie psychique obsessionnelle .

Dirait-on la même chose des critiques athées ou laïques du christianisme ou du judaïsme? Bien évidement, non. La lutte contre l' «islamophobie» identifiée à la lutte conre le racisme a pour finalité d'interdire tout débat idéologique comme politique sur l'islam, ses actions, quelles qu'elles soient, et ses présupposés. Le terme indique bien que l'islamophobie ne relève pas de la lutte contre le racisme et la discrimination mais de la défense et illustration d'une religion et de ses représentants et donc de la censure de toute critique à son égard .

Le «pas d'amalgame» s'y inscrit. Il instaure un privilège en sanctuarisant une seule religion dans l'Etat.

Avec une telle morale, la réalité, et la menace, ne peuvent que se dissiper dans le brouillard: on évoque ainsi «Le terrorisme», «La radicalisation», «La barbarie»... là où il s'agit, dans la bouche même des assassins, d'une guerre de religion. Mais «la vie doit continuer» comme si de rien n'était, ce qui donne un drôle de cocktail psychique dont on se demande ce qu'il produira en bout de parcours! Aujourd'hui, c'est manifestement l'égarement, l'abandonisme, l'angoisse. Le Français moyen ne comprend rien à ce qui se passe. On a le sentiment de s'enfoncer dans une lente agonie. Le titre d'un livre écrit par l'époux d'une victime du Bataclan, Vous n'aurez pas ma haine (Antoine Leiris, Fayard 2016), exprime bien l'égarement du public. Qu'auront-ils donc? Mon amour? Mon respect? Mon dédain? Tel n'est pas le problème! Le désir de vengeance devant l'injustice et l'ignominie est au contraire un sentiment très sain. C'est la base de la justice quand elle est maitrisée par la Loi. L'étouffer, c'est nécessairement retourner contre soi la violence qu'on a reçue de l'agresseur, accepter une condition de victime née et passive face à l'ignominie: un boulevard pour le crime. Plus la défaillance de l'Etat à assurer la sécurité se répète, plus la compassion devient un sentiment et un comportement débilitants.

Le précédent de la lutte contre l'antisémitisme: 13 caractéristiques

Pour l'observateur attentif de la situation française , les éléments de ce tableau, ce «boulevard pour le crime», étaient déjà tous réunis depuis le début des années 2000, lorsque les agressions antisémites ont commencé à se multiplier pour conduire là où nous sommes présentement.

1) Entre la fin de 2000 et 2002 (quand Sarkozy devint ministre de l'intérieur, prenant la suite du socialiste Daniel Vaillant, en mai 2002) se produisirent plus de 500 agressions antisémites, sur lesquelles régna un black out total dans les médias, les pouvoirs publics et les institutions juives. La liste était pourtant très bien tenue . C'est ce black out, inexplicable alors, qui m'avait conduit à créer en 2001 l'Observatoire du monde juif dont la finalité visait à informer l'opinion publique et la classe politique, les médias, de ce qui se passait. C'est aussi ce qui avait conduit le commissaire Sammy Ghozlan à créer à la même époque le Bureau National de Vigilance Contre l'Antisémitisme. Celà génait le judaïsme officiel que l'on parle d' «antisémitisme»... Nous en eûmes l'explication (à la fois de cette gène et surtout de ce black out) quelques années plus tard, de la bouche de Daniel Vaillant, ministre de l'intérieur alors, quand nous apprîmes que l'ordre (?) en était venu du gouvernement Jospin afin de «ne pas jeter de l'huile sur le feu». L'étonnement de constater que toute une société, réputée pluraliste et libre, y compris la communauté juive, acceptèrent alors de se soumettre à cet ordre est toujours entier. On ne croyait avoir vu celà qu'en Union Soviétique

C'était une erreur politique gravissime, aux graves implications pour la France (et la «démocratie»):

1) Il sacrifiait la sécurité des citoyens d'origine juive pour sauvegarder la «paix publique», mais laquelle? Les agressions antisémites dénotaient de facto une situation de guerre civile quand des citoyens d'origine musulmane s'attaquait à d'autres concitoyens parce qu'ils étaient d'origine juive... La paix civile, qui n'était pas encore l'inénarable «vivre ensemble» impliquait ainsi le sacrifice de la société, du moins d'une de ses parties. Le «tous ensemble» suppose toujours un «bouc émissaire»!

2) Il impliquait le refus programmatique de nommer et d'identifier les faits, ce qui n'empêcha pas l'invention d'un nouveau narratif de la réalité. Comme le révélait la liste des agressions, les agresseurs provenaient de contrevenants d'origine maghrébine ou sud-saharienne. Pour ne pas le reconnaître, les faits furent escamotés et dénaturés.

3) On cacha l'antisémitisme derrière des mots valises: «conflit inter-communautaire», «conflit importé», des formules assassines qui contribuaient à culpabiliser aussi les victimes pour ce qu'elles subissaient.

4) Comme les faits n'étaient pas reconnus comme «antisémites» on leur trouva des justifications «sociologiques» (le chômage, la pauvreté, l'»apartheid social» selon Valls) ou psychologiques (l' «humiliation» arabe , supposée héritée du colonialisme, les problèmes psychologiques) qui exonéraient systématiquement les agresseurs et culpabilisaient les victimes.

5) La faute fut plus précisément reportée sur une extrême droite pourtant presque totalement absente de cette scène. Pendant des années, on la fustigea au lieu de combattre l'antisémitisme islamique. Rappelons nous la stupéfaction engendrée par le massacre commis par Mohamed Merah. Une manifestation «spontanée» se déroula à Paris, conspuant le Front National, supposé être la seule cause de l'antisémitisme!

6) La faute fut aussi reportée sur les Juifs et Israël. Le mythe d'une «communauté juive agressive» hanta le discours médiatique. Israël fut accusé d'être à l'origine des troubles de la société française. L'antisionisme devint le contre-récit des vérités cachées. Moins on reconnut le caractère franco-français (et islamique) des agressions, plus on accabla Israël. Le sionisme devint ainsi le nom d'une mystification obscure, le bouc émissaire logique du mensonge originel sur les faits. Les médias, avec en tête l'AFP, présentèrent systématiquement une version biaisée du djihad palestinien. Toute la société française, en tout cas ses médias, partagèrent le haro sur Israël.

7) Les islamistes et autres activistes y trouvèrent un créneau légitimant leur montée sur la scène politique. C'est la cause palestinenne qui a été la clef de l'entrée de l'islam dans la politique française, avec l'accord tacite de celle ci. Le ministre des affaires étrangères d'alors, Hubert Védrine alla même jusqu'à déclarer «comprendre» pourquoi des «jeunes de banlieue» s'attaquaient à des Juifs (leurs concitoyens!) à la lumière de «ce qui se passait» en Israël. L'antisionisme a ainsi rempli trois fonctions. Outre qu'il sert de vecteur de rapprochement aux sympathisants des islamistes, qui s'identifient ainsi à leur haine la plus forte, il procure à ces derniers une voie d'accès «consensuelle» à la scène politique française (puisqu'il est censé être politiquement moral), en même temps qu'il fournit aux deux mouvances une couverture supposée légitime à ce qui est fondamentalement de l'antisémitisme .

L'antisémitisme du djihadiste est la cause de son «antisionisme», le sionisme incarnant la liberté du Juif se rebellant contre la prison sociale, politique et existentielle que lui réserve la Charia.

8) Comme le coupable de cet état de faits était Israël et ceux qui le «soutenaient», la crise fut tenue pour ne pas concerner la société française. On renvoya dos à dos «les deux communautés» (selon l'expression violente de Mitterand après la guerre du Golfe, désignant «deux communautés» dans la société française) mais ce sont les Juifs qui furent sur la sellette. Quand ils nommaient leurs victimes, ils furent qualifiés de «racistes», de «communautaristes», voire (Alain Minc) d'être les introducteurs du communautarisme en France, ce qui revenait à dénationaliser en masse des Français qui l'étaient pour la majorité (les originaires d'Algérie) depuis 1870 (bien avant Alain Minc!). Quand ils désespérèrent d'être entendus et finissaient par quitter la France, ils se virent qualifiés (Christophe Barbier dans un scandaleux éditorial de L'Express) de «Baal Zevouv» (Belzebuth!), ou comparés (par Pierre Conesa, haut fonctionnaire, auteur de Guide du petit djihadiste, (Fayard, 2016)) aux djihadistes partant en Syrie, le même spécialiste conseillant à la France d'adhérer à l'Organisation de la Conférence Islamique (dont la capitale déclarée - mais quel «expert» le sait? - est «Al Kuds», soit Jérusalem quand elle sera «libérée»).

9) En somme les victimes furent niées, désidentifiées, exclues symboliquement, vilipendées, et dans le meilleur des cas enfermées derrière des barrières de protection policière, les isolant ainsi du reste de la société française pour mieux sauvegarder «la paix publique». On sacrifia la victime pour ne pas avoir à livrer bataille contre le bourreau. Il fallut attendre «le Français Merah» (expression journalistique typique) pour que l'on accepte enfin, avec un «étonnement» illégitime, que la crise concernait la société française. Et que, peut-être, il fallait faire quelque chose!

10) Comme l'Etat et la Justice se sont avérés incapables d'identifier qui était la victime, qui était l'agresseur, comme ils ont supposé que la victime était complice de l'agresseur, ils optèrent pour une politique de «conciliation» et de «pacification» - pour de bon communautaro-religieuse cette fois-ci, là où il fallait qu'il exerce sa souveraineté. L'Etat se fit le grand ordonnateur d'un «dialogue des religions», comme s'il confiait aux religions la capacité et la responsabilité de faire la paix et comme si toutes les religions étaient en guerre. Sur le plan politique, cela revenait à reconnaître la défaillance de l'Etat et du ministère de l'intérieur.

11) Cette politique erronée ramenait, par la bande, le christianisme et le judaisme à une condition qu'ils avaient dépassée depuis Napoléon 1er et à laquelle l'islam n'a pas encore accédé pour des raisons historiques très simples . Dans le discours médiatique, l'accusation fut lancée contre toutes les religions, pour ne pas la porter contre l'islam qui, seul, pose problème aujourd'hui au regard de la démocratie sur le plan de son retard de modernisation et du fait d'une situation nouvelle où il se retrouve minoritaire, ainsi au sein de nations (si elles existent encore en Union Européenne) et non d'un empire.

11) Au lieu que l'Etat impose un ordre sécuritaire de lui même, on chargea les religions de trouver un modèle de «pacification». Plutôt que le modèle de la République, on chanta les louanges du mythe historico-politique de «l'Espagne des trois religions» (sous l'ordre de la Charia!), un mythe hissé gravement au hit parade de l'Education nationale ... Le «vivre ensemble» - traduction «républicaine» de ce mythe - devînt la scène de la défaite de l'Etat et tout spécialement de la République. Ce slogan désigne effectivement le contraire de l'»être ensemble», soit un ordre social marqué par l'existence de collectivités séparées et discriminées juridiquement sur le plan du pouvoir politique mais sous la houlette coercitive de l'ordre juridique d'une seule «communauté». On se demande comment ce modèle détestable aux yeux des valeurs modernes, sorti tout droit du haut Moyen âge, a pu inspirer tant d'activisme politico-culturel.

12) Les autorités républicaines purent même affirmer des convictions théologiques en faveur de l'islam, «soluble dans la République» (Hollande à Tunis), se faire les promoteurs de son innocence de principe, là où les autres religions étaient mises en cause de façon sourde mais omniprésente. On accrédita une mouvance politique dangereuse, les Frères musulmans, à la tête de l'UOIF, ses partisans furent chéris par les plateaux de télévision et les politiciens (tragiquement incompétents en la matière). Tout un pan de l'opinion française fut, par contre, écarté de la scène et stigmatisé.

13) Les éléments de langage journalistique achevèrent de rendre la situation incompréhensible. La première page de Libération du 16 juillet 2016, intitulée «Pourquoi?» vaut son pesant d'or, ce journal posant, après Nice, la question du pourquoi d'une situation qu'il a très fortement contribué à créer. J'ai en mémoire notamment trois pages de célébration d' un livre réputé sociologique, La tentation antisémite de Michel Wievorka (Robert Laffont, 2005), qui soutenait avec force «enquêtes» qu'il n'y avait pas d'antisémitisme en France mais qu'il y avait par contre un «communautarisme» juif qui provoquait les «banlieues populaires»... Pas besoin de dire que les faits, sur le moment même - et oh combien après! - ont démontré l'inanité de cet argument.

Le début de la fin de la stratégie du déni

Deux faits ont ébranlé la stratégie du déni: l'affaire Mérah, par laquelle les médias découvrent qu'un «Français» (l'expression «le Français Mérah» fut répétée à l'envi dans les médias), né en France, pouvait devenir meurtrier de Juifs, sans rapport direct avec Moyen Orient, ni avec la condition d'immigré et sous le prétexte fallacieux de «venger les enfants de Gaza» (justement, qu'est-ce que le discours médiatique français a pu écrire sur Gaza?) Mais la controverse autour de l'immigration en Israël, lancée à cette occasion par l'invitation de Natanyahou aux Juifs de France, montre qu'on ne comprenait toujours pas les raisons pour lesquelles des Juifs s'en allaient.

C'est alors que la stratégie de la compassion fut mise en œuvre, quoique de façon limitée. Le massacre de Charlie Hebdo fut le déclencheur de l'universalisation du danger qui ne planait jusqu'alors, croyait-on, que sur les Juifs (déjà mis à l'écart de facto de la société entière pour raison sécuritaire), et ne dépasserait pas les barrières entourant leurs lieux privilégiés. Sans Charlie Hebdo, le massacre de l''Hyper-casher serait resté dans sa petite case et derrière son cordon de sécurité qui l'isolait de la société. Charlie Hebdo vit aussi le triomphe de la compassion massive, le sentiment dominant du «vivre ensemble» ...

Alors, et de plus en plus par la suite, il est devenu clair que c'est toute la société qui est menacée et pas uniquement les Juifs - quoique toujours eux, aussi, électivement. L'enclos sécuritaire dans lequel ils avaient été enfermés (et exclus) englobe maintenant toute la société. L'idée qu'Israël est toujours coupable subsiste cependant. Il n'est que de voir le traitement discriminant que l'AFP fait, ces jours ci même, du djihadisme palestinien et du djihadisme français. L'agresseur (des Israéliens, ou plus précisément des «Juifs») , est toujours exonéré, là où, en France, il est (quoiqu'à peine) condamné mais toujours pas nommé ni ramené à son motif religieux - jusqu'au comique.

Ceci explique pourquoi le «nouvel» antisémitisme fut au cœur de la situation française, comme le laboratoire, durant 15 ans, de ce qui s'y tramait. Il en est la clef. Michel Houellebecq traduit cet état de faits, à sa manière, dans Soumission , en mettant dans la bouche de son héros que sa petite amie juive quitte pour Israël devant l'avancée islamique: «il n'y a pas d'Israël pour moi, une pensée bien pauvre; mais une pensée exacte».

SOURCE www.figaro.fr

 

PS: ARTICLE M A G N I F I Q U E QUI RESUME PARFAITEMENT LA REALITE DES CHOSES!

Turchia Paese dell' Umanesimo Islamico

La Turchia ha appena annunciato l’apertura di un “cimitero dei traditori”, creato appositamente per ospitare i corpi dei golpisti morti il 15 luglio scorso.

 

Lo spazio, identificato nella zona orientale di Istanbul, nell’area posteriore nei pressi di un nuovo canile in costruzione, è stato prescelto una settimana dopo il fallito golpe. Il cimitero ospiterà “coloro che non meritano una degna sepoltura”.

Chiunque passerà davanti il cimitero – ha commentato il sindaco di Istanbul Kadir Topbas lunedì scorso, durante un discorso pubblico – maledirà quei corpi, impedendo loro di riposare in pace nelle loro tombe.

L’apertura del cimitero arriva in mezzo all’ennesimo giro di vite effettuato dal governo a seguito del fallito colpo di stato. Quasi 16.000 persone sono state arrestate: tra questi 10.000 militari.

I golpisti uccisi, in una nuova direttiva emessa dal Directorate of Religious Affairs, non riceveranno alcun rito funebre e non potranno essere oggetto di preghiere. Queste persone, precisano nella direttiva a cura del Direttorato Responsabile degli Affari Religiosi turchi, hanno ignorato la legge di un’intera nazione e non meritano alcuna preghiera.

Il cimitero dei traditori

Il cimitero è stato costruito in soli due giorni. Un cartello di metallo con su scritto “Cimitero dei Traditori” è stato collocato lunedì scorso. La prima salma ha raggiunto il sito poche ore dopo. Nessuna lapide, nessun nome. Si presume possa trattarsi del corpo di Mehmet Karabekir, un capitano di 34 anni e padre di due figli. La famiglia si sarebbe rifiutata di occuparsi della salma. Probabilmente questo è soltanto il primo cimitero dei traditori realizzato in Turchia.

FONTE www.ilgiornale.it

 

PS: Qui da noi si discute di cosa fare dei corpi degli assassini maomettani generatori di stragi

I benpensanti post sessantottini catto comunisti pensano che le salme vadano restituite alle famiglie (poverette) perché possano dargli degna sepoltura (snif snif)

In questo modo dimenticano che uno dei modi di lottare contro l'ideologia satanica maomettana é proprio di trasgredire i loro tabou

Non c'é da discutere: i terroristi vanno bruciati e le loro ceneri disperse senza stati d'animo nella rete fognaria, non fosse altro perché le loro sepolture maomettane non diventino luoghi di culto

Le loro famiglie vanno espulse nei loro Paesi di origine, perché uno dei tabou maomettani é che non bisogna produrre conseguenze spiacevoli alla propria famiglia perché Allah don't like that

Ricordatevi di quella merda di Djihadi John, che decapitava nella gioia coranica tutti quei poveri innocenti in Siria: da quando la sua identità é stata svelata e la sua famiglia messa sotto "protezione" dalla polizia inglese, Paese che li aveva accolti ed in cui risiedevano, é scomparso dagli schermi, fino al giorno in cui un drone britannico non l'ha rinviato dal suo Satana di Maometto da cui era venuto

Lo stesso discorso non puo' giustificarsi nel caso del regime islamo fascista genocidario negazionista mafioso del Sultano Erdogan, grande amico degli affaristi di Bruxelles e Strasburgo,  che vuole "dannare" tutti coloro che gli si oppongono, cosa che di per se stessa é già una qualità

28/07/2016

Una ideologia satanica chiamata Islam

Dopo il racconto di suor Danielle, arriva quello della moglie di uno dei feriti che ha assistito alla secena dell'orrore, ovvero quando padre Jacques è stato sgozzato dai due jihadisti in chiesa. "Quei due indemoniati ci hanno divisi, mio marito e padre Jacques sulle panche di sinistra, io e le tre suore su quelle di destra. “Non preoccupatevi, ha detto uno a noi donne, non vi faremo niente, ci servite vive come ostaggi”. Ho pensato: Dio mio, significa che non morirò subito e dovrò aspettare un po’ prima che mi uccidano. Avrò paura per tanto tempo. È stato allora che ho smesso di agitarmi e di gridare. Non volevo mi venisse un infarto", racconta al Corriere. Poi entra nel vivo del racconto e parla di quei momenti terribili. "Io e Guy siamo andati alla messa del mattino perché era il compleanno di mio marito: 87 anni. Volevamo ringraziare Dio d’essere arrivati sin qui assieme. La messa era quasi finita quando sono entrati dalla sacrestia quei due. Uno aveva una pistola, l’altro un coltello. “Siamo pronti a farci esplodere — ci hanno detto —. Siete tutti prigionieri”. La polizia mi ha detto che sia la cintura esplosiva sia la pistola erano finte, ma noi non potevamo saperlo. E poi che differenza avrebbe fatto? Eravamo due vecchi e quattro donne. Quei due erano ragazzi che saltavano di qua e di là come indemoniati. “Allah Akbar” gridavano. Ci hanno divisi, maschi da una parte e femmine dall’altra, quindi hanno cominciato a prendersela con padre Jacques". E ancora: "Quello con la pistola filmava l’altro che dall’altare diceva qualcosa in arabo. Una preghiera, una minaccia, chissà — continua Jeanine —. Padre Jacques continuava a dirgli di smetterla, di non mettersi nei guai, di non fare sciocchezze. Loro l’hanno preso dalla panca e gli hanno ordinato di inginocchiarsi. Padre Jacques ha resistito, voleva parlargli, non so, forse pensava di convincerli, ma quello col coltello gli ha dato il primo colpo di lama, dall’alto verso il basso, proprio qui, tra la clavicola e il collo. Padre Jacques è caduto all’indietro, con la faccia all’insù. Dio mio, lo vedo ancora. Aveva la testa ripiegata verso di noi e, sono sicura, ci guardava". "Padre Jacques ci guardava, immobile, con la tunica bianca che si impregnava di sangue, fino a che non è uscito sangue anche dalla bocca e allora se n’è andato. Quei pazzi l’hanno colpito ancora al corpo, una due, tre volte, non saprei. Così a terra, com’era. Hanno dovuto abbassarsi per accoltellarlo. E probabilmente era già morto". Poi l'incredibile mossa del marito della donna: "Dopo la prima volta, l’hanno colpito in almeno altri tre punti, per ucciderlo proprio come avevano fatto con Padre Jacques. Il mio Guy è caduto a terra immobile come morto. Solo dopo ho saputo che stava fingendo e che riusciva persino a premere con la mano su una ferita per ridurre l’emorragia".

FONTE: http://www.ilgiornale.it/news/mondo/rouen-moglie-ferito-si-finto-morto-1290299.html

I corpi dei due ESCREMENTI UMANI che hanno ucciso un povero vecchio indifeso e ferito gravemente un altro,nel nome di un Pedofilo assassino, meritano solo di essere bruciati e le loro ceneri date in pasto ai maiali

Che l'inferno li divori per l'eternità!!

25/07/2016

Algerie: Pays le plus raciste au Monde

L’Algérie serait bel et bien le pays le plus raciste du monde, elle arrive à la première place des résultats d’une enquête internationale menée par plusieurs organismes dont Open Borders for Refugees et Stop Dis Crime In Nations. Sur plus de 1248 personnes interrogées, plus de 75% d’individus ont avoué avoir des idées racistes voire très extrêmes.

L’étude menée par le franco-algérien Bilal Jihad, a provoqué un si gros tollé que l’étude n’a pas été publiée dans le pays concerné. L’Algérie est très différente des autres pays du monde du fait que la double nationalité y est interdite, que l’on n’y naît pas citoyen (à moins que la mère soit une citoyenne algérienne) et elle est aussi très célèbre pour les ventes records du célèbre pamphlet allemand Meint Kampf, dans les pays du Maghreb. La population de l’Algérie est composée de 99% d’Arabes et 1% d’Européens (selon les sources officielles), du fait que les individus de peau noire ne sont pas comptabilisés.

L’Algérie n’accueille aucun migrant (de la crise en Irak et en Syrie, NDLR) à cause du « risque d’infiltration Africaine », à savoir que 91% des Algériens Arabes* réclament l’expulsion immédiate des noirs du pays (qui ne représentent même pas 100,000 personnes). 83% des individus interrogés aimeraient interdire le Christianisme et 61% voudraient bannir le judaïsme.

Plus de la moitié est contre l’accueil de réfugiés, non pas à cause de la menace djihadiste mais bien à cause de l’origine ethnique des migrants. 95% des Algériens souhaiteraient interdire les visas aux immigrés Chinois. En dépit du fait que la Chine contribue d’une manière incroyable à l’essor pétrolier de l’Algérie, les algériens ne réalisent pas que la fortune de leur pays dépend désormais très largement de leurs exportations et de l’aide en provenance de l’orient.

L’Algérie est le pays qui possède le plus de crimes racistes routiers, soit plus de 21,000 morts sur la route en 2015 et plus de 60,000 blessés. Généralement les personnes percutées sont des noirs, des Européens ou des Asiatiques. Les homosexuels y sont aussi traqués et 80% des personnes interrogées étaient contre le mariage homosexuel et contre l’homosexualité en général qui est contre les principes religieux de l’Islam.

La population qui est 99% Arabe est en fait composée de 15% de Berbères qui s’identifient comme appartenant à la culture Arabe. Les meneurs de l’étude n’ont pas pris les facteurs culturels en compte mais ont surtout accentué leur recherche sur le facteur ethnique.

Les Berbères quant à eux n’aimeraient pas bannir le christianisme ou le judaïsme, ne sont pas contre l’immigration et 51% de gens se sont prononcés pour une interdiction de l’homosexualité dans tous les plans de la vie quotidienne. Les Kabyles eux aussi qui s’identifient en tant qu’arabes n’ont pas montré les mêmes prédispositions.

Dans un pays où la liberté d’expression est quasi inexistante en ce qui concerne l’homosexualité et l’immigration, il est d’autant plus étonnant de voir que ce sont surtout les femmes qui ont voté le plus violemment alors qu’elles ne jouissent pas toutes des mêmes libertés que les hommes.

Plusieurs associations ont dénoncé l’étude du fait que l’individu qui a conduit cette dernière possédait« un nom à caractère terroriste et très islamiste » ce qui aurait faussé la donne.

L’étude en question a été si virulente que les gouvernements occidentaux ont interdit sa publication et que tous les pays du Maghreb, à l’exception du Maroc, n’ont pas feuilleté les 130 pages d’études.

© Gaïa pour www.Dreuz.info

Source : Africa24

Brexit, Euro, Italie, la fin d'un poker menteur

La situation des banques italiennes est aujourd’hui critique. Le dossier de leur recapitalisation occupera une bonne partie de cet été. Il met en cause directement les règles de l’union bancaire, qui est entrée en vigueur au 1er janvier 2016. L’impossibilité pour le gouvernement italien de les respecter met en lumière les dysfonctionnements toujours plus importants de la zone euro.

La part des prêts dits « non-performants » dans le bilan des banques atteint désormais près de 18%, d’après une étude du FMI1. En dehors de la Grèce, où ce taux atteint plus de 34%, c’est le taux le plus élevé de la zone euro. Le Portugal suit d’ailleurs ce mouvement, mais à un niveau bien moindre, puisque le pourcentage des mauvaises dettes n’est « que » de 12%. En montant, on estime le volume total des encours à 360-400 milliards d’euros, dont 70 à 100 milliards devront être couverts, soit par l’Etat, soit par d’autres mécanismes.

 

Tableau 1
Part des prêts « non-performants » dans les bilans bancaires

 

Il faut ici noter que le mouvement de la part des « mauvaises dettes » peut être lié à des causes très diverses. En Irlande et en Espagne, c’était une spéculation immobilière qui avait provoqué ce mouvement. Rien de tel dans le cas de l’Italie, et c’est ce qui rend la progression des mauvaises dettes bien plus inquiétantes. Ces dernières sont issues des prêts qui ont été consentis par les banques régionales italiennes aux PME de la péninsule. En réalité, c’est bien la stagnation économique de ces dernières années qui est la cause de cette crise bancaire qui arrive aujourd’hui en Italie.

L’évolution des données macroéconomiques de l’économie italienne montre l’ampleur de cette crise, et surtout montre que sa cause est clairement l’introduction de l’euro. Si on calcule les évolutions de l’économie italienne depuis 1990, soit en prenant en compte la décennie ayant précédé l’introduction de l’euro, les évolutions sont très marquées et très importantes.

 

Tableau 2
Evolution du PIB, de l’investissement et de l’épargne en Italie depuis 1990

 

 

Source : données du FMI, World Economic Report Database, avril 2016.

La croissance du Produit intérieur brut, qui était relativement forte dans la décennie 1990-2000 est désastreuse dans les années qui suivent l’introduction de l’euro. L’Italie n’a d’ailleurs toujours pas retrouvé son niveau de PIB d’avant la crise de 2007. En fait, le PIB de 2015 se situe à un indice 116% par rapport à 1990 alors qu’il avait atteint l’indice 127% en 2007. Si l’Italie avait pu poursuivre sa croissance au rythme des années 1993-1999, elle serait, en 2015, à un indice 2015. Autrement dit, l’euro a coûté 34% en niveau de PIB en 2015. En PIB par habitant, ce qui constitue une grandeur plus conforme à l’évolution de la richesse de la population, et en supposant la répartition interne de cette même richesse inchangée, l’indice n’est que de 108% par rapport à 1990. Autrement dit, en 25 ans la croissance par tête n’a été que de 8%.

 

Mais, l’évolution de l’investissement (tant public que privé) est encore plus inquiétante. La chute brutale de l’investissement du début des années 1990 — chute qui était nécessaire pour réduire l’ampleur du déficit budgétaire — a été corrigée par la suite, et l’investissement est monté à un indice 125 en 2007. Mais, depuis, il n’a cessé de baisser et il est à un indice 87. Autrement dit, l’Italie investit 13% de moins en 2015 que ce qu’elle investissait en 1990. On ne doit alors pas s’étonner si la productivité du travail régresse dans ce pays et si la qualité des infrastructures publiques, qu’elles soient nationales ou municipales, se dégrade très rapidement à l’heure actuelle.

Cette situation de crise économique générale se traduit donc, dans les bilans bancaires, par la montée des « mauvaises dettes ». Mais, ici, se pose le problème des règles imposées par l’union bancaire. Cette dernière impose que les banques soient recapitalisées par leurs actionnaires et par les déposants. Mais sont considérés comme actionnaires les ménages ayant acheté des titres de dettes de ces banques. Or, ces ménages ont acheté ces titres dans une situation ou le risque de faillite des banques était largement compensé par la possibilité d’un « bail-out » (une opération de secours empêchant la faillite, ndlr) par l’Etat italien. Ces ménages sont, dans une large mesure des retraités et des personnes modestes. Ils sont maintenant pris au piège par les nouvelles règles de l’union bancaire qui imposent un « bail-in » autrement dit qui font porter l’essentiel du risque bancaire sur les actionnaires et les clients. Une première recapitalisation des banques, qui a eu lieu en novembre 2015, s’est traduite par une spoliation d’une partie de ces épargnants.

Le gouvernement italien, fragilisé par le résultat des dernières élections municipales du mois de juin 2016 – élections qui ont vu le succès du M5S à Rome et à Turin – n’a nullement envie de provoquer une crise sociale gravissime dans l’année qui vient. C’est pourquoi il cherche à imposer aux autorités européennes un « bail-out », c’est-à-dire une socialisation des pertes. Mais, sur ce point, il se heurte au refus de l’Allemagne. Ce refus n’est pas seulement dicté par des considérations financières, mais surtout parce qu’il signifierait l’échec de l’union bancaire, et ce moins d’un an après son entrée en vigueur. Dans le bras de fer qui oppose le gouvernement italien et le gouvernement allemand, il n’y aura que des perdants.

Si l’Allemagne impose sa vision, le choc social de la crise bancaire mettra l’Italie à feu et à sang, et provoquera un effondrement des partis traditionnels (PD de centre-gauche et Forza Italia de centre-droit) qui sont de plus rattrapés par de nombreux cas de collusion et de corruption avec les dirigeants des banques. Si le gouvernement italien passe outre l’opposition allemande et se décide à opter pour un « bail-out », l’ampleur des sommes à engager (au minimum 70 milliards d’euros, soit 4,4% du PIB) entraînera une hausse brutale du déficit budgétaire et réduira à zéro la crédibilité des institutions de la zone euro.

 

Tableau 3
Etat des finances publiques en Italie

 

 

Source : Idem, tableau 2.

La crise bancaire italienne occupera certainement une bonne partie de l’été et de l’automne. Or, il faut savoir que cette crise va se dérouler alors que la situation de la Deutsch Bank en Allemagne est des plus préoccupantes, et que les recettes budgétaires de la Grèce sont en voie d’effondrement, avec en particulier une chute moyenne de 20% des recettes de la TVA, en raison de la « grève de l’impôt » qui se développe désormais dans ce pays.

 

Tout se paye, un jour ou l’autre. Ayant refusé le principe de solidarité dans la zone euro, l’Allemagne a imposé sa vision des règles. Mais, elle se rend compte aujourd’hui que cette vision est intenable pour les pays de l’Europe du Sud. Elle est donc coincée entre la poursuite suicidaire d’une politique qui ne marche pas et la reconnaissance de ses erreurs passées. Ce qui rend le problème d’autant plus grave est que le poids de l’Italie est bien plus considérable que celui de la Grèce. Tout le monde comprend qu’une sortie de l’Italie de l’euro sera l’acte de décès de la monnaie unique. La crise grec de l’été 2015 n’a été que le hors d’œuvre ; la crise italienne sera LA crise de la zone euro.

SOURCE:Retrouvez cet article sur le blog de Jacques Sapir.