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20/10/2021

Islam force de paix

Le chef du Hezbollah pro-iranien au Liban Hassan Nasrallah affirme dans un discours télévisé que son mouvement dispose de "100.000 combattants armés et entraînés", prévenant le parti chrétien des Forces Libanaises (FL) de ne pas tenter de l'entraîner dans "une guerre civile".

14/10/2021

Il ricatto maomettano

Ora lo sappiamo: lo scenario di una catastrofe umanitaria seguita da un esodo fuori controllo dall'Afghanistan delineato da Mario Draghi dopo il G20 di martedì non era una semplice ipotesi. Era la sintesi delle minacce proferite dai talebani nel corso degli incontri con le delegazioni internazionali succedutesi a Doha nei giorni precedenti. Insomma i ruvidi talebani crescono e si evolvono, ma non nella direzione della tolleranza e del rispetto dei diritti umani ipotizzata in questi mesi dalle «anime belle» occidentali bensì in quella del ricatto e dell'estorsione. Una direzione indicata in questi anni dal presidente turco Recep Tayyp Erdogan, vero pioniere di quel ricatto migratorio con cui ha estorto oltre sei miliardi all'Unione Europea. Ora, seguendo il suo esempio, i talebani tentano di convincere l'Occidente a sbloccare le loro riserve valutarie, scongelare gli aiuti internazionali e riconoscere l'Emirato. Il ricatto, sussurrato alle orecchie dei delegati di Usa e Ue transitati per Doha nell'ultima settimana, èdiventato verbo ufficiale all'indomani del G20.

Messi da parte i kalashnikov e imbracciate le armi della propaganda politica, i talebani hanno atteso che le parole di Draghi regalassero concretezza all'ipotesi di un esodo fuori controllo e hanno trasformato gli avvertimenti in una nota ufficiale firmata dal ministro degli esteri dell'Emirato Amir Khan Muttaqi. «Indebolire il governo afghano con le sanzioni non è nell'interesse di nessuno, perché gli effetti negativi toccherebbero direttamente il resto del mondo nell'ambito della sicurezza e delle migrazioni economiche dal Paese» - spiega la nota in cui Muttaqi riassume quanto già spiegato martedì alle delegazione di Stati Uniti e Unione Europea arrivate a Doha per trattare con i talebani. «Invitiamo i Paesi del mondo a porre fine alle sanzioni esistenti e a permettere alle banche di operare normalmente, in modo che i gruppi umanitari, le organizzazioni e il governo possano pagare gli stipendi ai propri dipendenti con le proprie riserve e l'assistenza finanziaria internazionale» - ha proseguito Muttaqi.

Immaginare a cosa punti il ricatto talebano non è difficile. Il primo obbiettivo è lo sblocco delle riserve valutarie del paese, seguito dalla ripresa degli aiuti internazionali e dal riconoscimento diplomatico. Per quanto riguarda il primo punto, il ricatto è in parte fuori bersaglio. Le riserve valutarie e aurifere da oltre 9 miliardi dello stato afghano sono depositate a New York e sono state bloccate dalle autorità statunitensi che difficilmente si piegheranno davanti ad un'ondata migratoria destinata a colpire i paesi europei. Non a caso martedì, 24 ore prima che la minaccia talebana venisse ufficializzata, la Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen aveva già annunciato lo stanziamento di un fondo da oltre un miliardo destinato agli aiuti. Aiuti che in base alle decisioni del G20 verranno distribuiti alla popolazione dalle agenzie delle Nazioni Unite.

Davanti alla predisposizione al ricatto esibita dai talebani diventa, però, inevitabile chiedersi fino a quando sarà ammissibile piegare la testa. Al ricatto migratorio rischia di seguire la ben più grave minaccia di liberarsi dei terroristi dell'Isis mescolandoli ai migranti in uscita. Un ricatto che ci riporterebbe di colpo a quel 2015 in cui l'insostenibile pressione migratoria si sommava al rischio praticamente quotidiano di attentati. E a quel punto la sconfitta di un Occidente riportato indietro di 20 anni in pochi mesi sarebbe definitiva e completa.

 

13/10/2021

Il fascismo verde si diffonde a Colonia

La decisione del borgomastro ha sì ottenuto l'apprezzamento dei residenti islamici, ma ha anche provocato feroci critiche da parte di testate e commentatori tedeschi. Daniel Kremer, giornalista del quotidiano Bild, ha infatti condannato la scelta della Reker denunciando il fatto che le moschee di Colonia non possono essere affatto considerate come un auspicio di tolleranza, poiché gran parte di quelle sono state finanziate dalla Turchia di Erdogan, poco incline a promuovere i valori democratici e l'uguaglianza. Kremer ha quindi tuonato: "È sbagliato equiparare il canto del muezzin al suono dele campane. Le campane sono un segnale che aiuta anche a leggere l'ora, mentre il muezzin grida 'Allah è grande!' e 'Attesto che non c'è altro Dio all'infuori di Allah.' Questa è una grande differenzaAhmad Mansour, studioso dei processi di integrazione etnica, ha poi uleriormente stroncato la tesi della Reker per cui la diffusione a Colonia del canto del muezzin sarebbe un inno alla diversità. A detta del'esperto, l'azan sarebbe in realtà una "dimostrazione di forza", precisando in seguito ai giornalisti della Bild: "Non si tratta di 'libertà religiosa' o 'diversità', come sostiene il sindaco Reker. I responsabili di una moschea vogliono visibilità. Celebrano il muezzin come una dimostrazione di potere sui loro quartieri". Contro la scelta del Comune di Colonia ha quindi preso posizione il partito Csu, che, per bocca del Vicesegretario generale Florian Hahn, ha affermato che i canti dei muezzin "non fanno parte della nostra tradizione occidentale".

Fonte: https://www.ilgiornale.it/news/cronache/colonia-libera-ai-canti-dei-muezzin-dalle-moschee-cittadine-1981489.html

05/10/2021

No comment

LUSERNA SAN GIOVANNI.  E' un 34enne di origini marocchine l'uomo fermato nella notte dai carabinieri per avere ucciso a coltellate una donna all’interno del bar Primavera di Luserna San Giovanni, nel Pinerolese. 
La vittima, Carmen De Giorgi, 44anni, lavorava come stagionale nella fabbrica di acque minerali Sparea. L’omicida, Hounaifi Mehdi, residente a Luserna San Giovanni, celibe, disoccupato e in regola con i documenti soggiorno, l’ha colpita più volte con un coltello da cucina di 30 centimetri, ferendo in modo non grave altre due ragazze che erano con lei. Poi è uscito dal bar e, dopo aver percorso 100 metri, è stato arrestato dai carabinieri della compagnia di Pinerolo. La vittima lascia una figlia adolescente.

14/09/2021

Oriana Fallaci aveva capito tutto

Il ventesimo anniversario delle Torri Gemelle si incrocia col quindicesimo della morte di Oriana Fallaci, che cade il 15 settembre, e le due date sono legate a filo doppio, perché fu dopo l’attentato di New York che la più grande scrittrice italiana smise di curare il suo cancro – l’Alieno - per dedicarsi, anima e corpo, a contrastare quello cosmico del fondamentalismo islamico. Dopo la sua morte Franco Zeffirelli scrisse: «Noi non potremo né dovremo seppellirti nell’oblio, cara Oriana, perché tu avevi visto prima il pericolo che ci sovrastava e l’avevi urlato con tutta la tua forza a un mondo di sordi, di ciechi, di vigliacchi».

Oggi che l’Afghanistan è di nuovo in mano ai talebani, col rischio di ridiventare un santuario del terrorismo, il messaggio della Fallaci riacquista una terribile attualità. Già, perché anche solo ipotizzare un abbozzo di dialogo con un premier iscritto nella lista Onu dei terroristi più pericolosi e col ministro dell’Interno ricercato dall’Fbi, pare più un sogno da anime belle che un trattato di Realpolitik. Per Oriana, l’Islam è un’unica immensa palude: «Continua la fandonia dell’Islam moderato, la commedia dell’intolleranza, la bugia dell’integrazione» – scrisse dopo la strage di Londra. Un monito a non illudersi che ci sia un jihadismo “buono” e uno “cattivo”, come invece sembrano credere (ancora!) certi commentatori che, dopo l’attentato dell’Isis all’aeroporto di Kabul, si sono cimentati in una distinzione secondo cui, in fondo, i talebani sarebbero diventati “moderati”, e che la vera minaccia per l’Afghanistan sia ora da individuare nei loro nemici interni, più estremisti di loro. Ma è solo una folle illusione».

Lo scomposto ritiro dell’Occidente, in realtà, ha messo in moto un Risiko che, oltre a sfregiare in modo irreparabile l’immagine e la credibilità degli Stati Uniti, avrà inevitabilmente ricadute anche in un’Europa disorientata e divisa. L’Occidente ha bandito da tempo la parola «guerra», ormai imperversa la dottrina politicamente corretta secondo cui esportare la democrazia con le armi è stato solo un tragico abbaglio storico. Come se la libertà non fosse una conquista da difendere ogni giorno con le unghie e con i denti, anche in patria, ma una quieta eredità, un diritto immutabile delle nuove generazioni. Come se il «Risveglio islamico» nato con la rivoluzione khomeinista del ’79 non si proponesse di risvegliare la moltitudine islamica nel mondo da un letargo lungo trecento anni per affrancarla dalle imitazioni contaminanti dell’Occidente secolarizzato e decadente. L’unico strumento per la rinascita sarebbe dunque il ritorno alla fede e alla disciplina originaria del primo Islam.

La lunga consuetudine col socialismo arabo ha insegnato agli ideologi del terrore l’arte dell’organizzazione attraverso cellule segrete altamente disciplinate e ben addestrate. Ebbene, Oriana Fallaci conosceva profondamente l’Islam fondamentalista, le sue regole, la sua insopprimibile voglia di morte, e sapeva che troppe moschee vengono trasformate «in caserme, in campi di addestramento, in centri di reclutamento per i terroristi». Fino alla morte, non si è mai stancata di ripeterlo, incurante dell’isolamento culturale e del disprezzo dell’intellighenzia occidentale.

Eppure apparve subito evidente, dopo la spaventosa carneficina dell’11 settembre che nulla sarebbe più stato come prima. Invece ha prevalso il giustificazionismo, il pentitismo storico di un’Europa arcobaleno e senza più identità, secondo cui il terrorismo sarebbe solo il frutto avvelenato degli inevitabili risentimenti nei confronti dell’Occidente sopraffattore. Nulla importava se l’Internazionale del terrore era guidata da un club di miliardari che avevano studiato nei college, o se chi organizzò l’attacco alle Torri Gemelle proveniva da una famiglia facoltosa di Amburgo. La colpa era solo della fame e della povertà a cui erano stati condannati i Paesi arabi, del Satana amerikano e di Israele che difende il suo diritto ad esistere. Quella dei terroristi è invece solo una colpa riflessa e dunque attenuata. Da questa narrazione nasce il mito imperituro del «dialogo». Lo vogliono i pacifisti e lo pretende la sinistra, senza rendersi conto che il dialogo a senso unico significa solo la resa.

Un manuale di addestramento di Al Qaeda trovato a Londra nel ’93 diceva testualmente: «Il confronto che si vuol aprire con i regimi apostati non è fatto di dibattiti socratici, né di dialoghi platonici o di diplomazia aristotelica. Conosce solo il dialogo delle pallottole, gli ideali dell’assassinio, delle bombe e della distruzione e la diplomazia delle mitragliatrici e del cannone».

Ecco: la parola d’ordine della vittoria talebana in Afghanistan «Voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo» è solo il sinistro complemento del motto di tanti terroristi islamici: «Voi amate la vita e noi amiamo la morte». Una dichiarazione di guerra all’Occidente in ritirata.

SOURCE https://www.iltempo.it/politica/2021/09/11/news/11-settembre-anniversario-torri-gemelle-new-york-confermata-profezia-oriana-fallaci-terrorismo-28629602/

06/09/2021

Le declin du courage en Occident

Entre la liberté qui est effectivement menacée et la vie qui l’est moins, statistiquement, la majorité des Français choisit la vie et applaudit aux restrictions qui freinent la propagation du virus et sa létalité. L’efficacité et l’innocuité des vaccins sont des questions scientifiques dont il est légitime de débattre. La manière dont l’obligation vaccinale a été imposée dans notre pays pose un problème politique dont il faut examiner les contours et les effets.

Une véritable démocratie repose sur la capacité du peuple à s’autodéterminer ne serait-ce qu’en choisissant les dirigeants qui le conduiront. La clef du système est dès lors la confiance entre le pouvoir et ceux qui le subissent, et donc la possibilité pour ces derniers de le remettre en cause si la défiance apparaît. Dans une démocratie libérale, ce qu’est, très théoriquement, la France, il faut en plus que le pouvoir soit limité dans son fonctionnement même, indépendamment des électeurs et des élections, par la séparation des pouvoirs, par un certain nombre de contre-pouvoirs.

L’instauration du passe sanitaire destinée à rendre la vie impossible à ceux qui en seraient dépourvus est une mesure qui consiste à imposer la vaccination non par la persuasion rationnelle que, selon certains, les chiffres étayent, mais par un subterfuge décidé par un homme seul démentant ses propos précédents. Certes, on peut approuver cette décision et même la considérer comme la seule bonne idée qu’ait eue le personnage depuis quatre ans, ce que semblent indiquer les sondages. Mais on doit aussitôt en conclure que la France n’est pas une démocratie et que, dans le fond, les Français n’y sont pas tant attachés qu’on le dit. Moins de libertés, certes, mais aussi moins de risque mortel, le choix est fait. Un homme seul en a décidé, les assemblées législatives et les plus hautes autorités administratives et judiciaires ont cautionné.

Les Français vivent désormais dans l’espérance du bout du tunnel, du retour aux terrasses et aux matchs de foot, sans trop s’inquiéter de l’absurdité qui consiste à conditionner le voyage d’une heure en 1ère classe d’un TGV entre Lille et à la possession du Sésame mais non l’usage d’un métro bondé pour une durée à peine moindre. L’idée que l’habitude étant prise, et la survenue des “variants” la renforçant, la coercition fondée sur la peur deviendrait un instrument banal du gouvernement ne s’est pas encore établie.

Or tout le problème est là : une où chacun ne pense plus qu’à persévérer dans son existence aura du mal à produire des héros. La couardise de l’Occident face à la montée en puissance de l’ est l’autre face de notre décadence. 90 Français sont allés mourir en Afghanistan, se sont sacrifiés inutilement pour que leurs tueurs reprennent le pouvoir avec la bénédiction hypocrite de nos gouvernements, qui vont accepter que ce pays soit à nouveau soumis à des lois les plus contraires à nos valeurs, des lois dont beaucoup d’Afghans s’étaient émancipés voici des décennies. Les pays européens vont à nouveau accepter que des Afghans viennent réclamer le titre de réfugiés, que la soit payée pour ne pas en laisser passer trop d’un coup.

L’intermédiaire de choix sera le Qatar, cet émirat trois fois plus petit que la Belgique, peuplé de plus de deux millions d’habitants dont 300.000 seulement sont des Qataris sans que la possibilité de le devenir soit ouverte aux autres, une monarchie absolue, un islamisme intransigeant et un rôle important dans les guerres liées au prétendu “Printemps arabe” et dans l’appui aux “Frères Musulmans”… Mais, une base américaine, la coupe du monde de en 2022, et même une place dans l’organisation internationale de la francophonie… Tout s’achète et tout se vend dans notre monde, et ni le gaz ni le pétrole n’ont la moindre odeur morale pour les narines sensibles de nos dirigeants démocratiques et droits-de-l’hommistes à géométrie variable.

Des dirigeants aussi dénués de dignité et de courage que les nôtres ont quand même un sacré culot d’attendre encore de l’héroïsme au sein des peuples qu’ils dirigent, au sein de certaines professions, notamment, et le miracle, c’est qu’il en subsiste !

 

SOURCE : https://www.bvoltaire.fr/entre-virus-et-talibans-le-declin-du-courage-en-occident/

03/09/2021

I seguaci del Pedofilo colpiscono in Nuova Zelanda

Sei persone sono state accoltellate in un supermercato ad Auckland, la città più popolosa della Nuova Zelanda. Il primo ministro Jacinda Ardern ha parlato di "attacco terroristico" pianificato da un "violento estremista" ispirato dall'Isis. L'attentatore, un cittadino dello Sri-Lanka, è stato ucciso a colpi di pistola dagli agenti della polizia. I feriti sono stati trasferiti in ospedale: tre sono in condizioni critiche, uno è in pericolo di vita.

L'uomo, ha aggiunto Ardern, era arrivato in Nuova Zelanda nel 2011 ed era sotto controllo delle autorità dal 2016. Non aveva legami con altri sospetti ed era dunque un lupo solitario, sorvegliato per la sua ideologia. Alle 14.40 locali, poco prima delle cinque italiane di questa mattina, è entrato nel supermercato - obiettivo scelto, probabilmente, perché la città è sottoposta a uno stringente lockdown dovuto alla diffusione della variante Delta e i negozi di prima necessità sono tra le poche attività aperte - e ha utilizzato come arma un coltello preso direttamente dagli scaffali. Il primo ministro ha aggiunto che l'uomo non poteva essere imprigionato, ma era controllato "24 ore su 24", fattore che ha permesso agli agenti di intervenire "meno di sessanta secondi doppo l'inizio dell'attacco". I video registrati all'interno del supermercato hanno registrato il suono di una decina di proiettili esplosi in rapida successione.

FONTE www.ilgiornale .it

DOMANDA : che cazzo ci fa in Nuova Zelanda un ammiratore del Pedofilo meccano che la polizia deve prendersi carico di sorvegliare 24/24ore?

Perché non l'hanno risbattuto in Qatar o in Arabia Saudita piu' presto?

Per quale ragione alloggiarlo e nutrirlo nell'attesa che applichi gli insegnamenti del suo Pedofilo maestro?

Diritti umani? Ma vaffan....

 

02/09/2021

Voici nos ennemis pour toujours

https://www.dailymotion.com/video/x83w81d

 

Ces êtres bestiaux qui roulent en pickup japonais, qui filment en smarphone américain, qui  ne produisent rien, qui ne font rien d'autre que le MAL enseigné par leur pédophile de pseudoprophète, et qui rêvent de dominer le monde

01/09/2021

Kaboul épicentre de l'internationale terroriste, Londres capitale de l'islamisme

Après le retrait des dernières troupes américaines, les Talibans ont pris le pouvoir dans la quasi-totalité du pays - exceptée la zone tadjike sous contrôle d'Ahmed Massoud - et il contrôlent désormais l'aéroport, où l'Etat islamique a revendiqué les derniers attentats suicides qui ont fait 13 morts parmi les soldats américains. Face à cette menace de Daech, jugée plus forte que celle des Talibans (pourtant liés à Al-Qaïda) - et qui permet de banaliser par contraste le fanatisme des nouveaux maîtres de Kabul, vingt après leur éviction - les Etats-Unis, la Chine, l'Iran, la Turquie, la Russie et même l'Union européenne s'apprêtent à reconnaître le gouvernement taliban ou préparent leur opinion à composer avec l'ennemi d'hier, "allié" en devenir face à Daech".

Quant à eux, les Taliban, tout en assurant être devenus "modérés", galvanisent les islamistes du monde entier en affirmant avoir "vaincu" la première puissance du monde, ce qui annonce pour les fanatiques islamistes du monde entier la victoire future  du totalitarisme vert sur l'ensemble de la terre... 

La victoire des Talibans est en effet à la fois un encouragement pour le jihadisme, puisqu'elle démontre que la lutte armée islamo-terroriste contre les "Mécréants" et les "Apostats" finit par payer, mais aussi pour l'islamisme politique plus "institutionnel" à la Frères musulmans, qui est en pleine ascension dans la zone "Af-Pak", mais aussi, depuis les années 2000, en Turquie, en Asie du Sud-Est, et même... en Occident, où il est appuyé tant par la Turquie d'Erdogan que par le Qatar, double parrain des Talibans et des Frères musulmans.

Pour analyser cette situation et les liens entre ces différents fronts de l'islamisme radical - idéologie et projet totalitaires dont l'ascension doit beaucoup à la stratégie américaine d'endiguement de la Russie et de ses alliés européens et arabes sous et après la guerre froide - le philosophe et diplomate tunisien Mezri Haddad, qui analyse et combat l'islamisme sous ces deux formes ("coupeurs de langues" et "coupeurs de têtes") depuis 30 ans, tant en Tunisie qu'en Europe. Lucide, très critique à l'égard des printemps arabes, et inquiet de la progression de l'islamisme en Afghanistan ou en Libye par la violence et en Europe ou en Turquie par la subversion, il ne désespère toutefois pas du monde arabe, où, des Emirats arabes Unis jusqu'à la Tunisie, en passant par l'Egypte, la Syrie et les partisans du maréchal Haftar en Libye, la tendance est au reflux des Frères musulmans, selon lui matrice de l'islamisme moderne, politique ou jihadiste, ou les deux à la fois...  

Alexandre Del Valle : Avant d'aborder plus longuement le dossier afghan, commençons par votre pays d'origine, la Tunisie, où, fin juillet dernier, des mesures exceptionnelles ont été prises par le président Kaïs Saïed, notamment pour réduire le pouvoir et l'influence des Frères musulmans. Plusieurs grands médias, notamment en France et aux Etats-Unis, ont parlé de coup d’Etat à l’Egyptienne et d’un retour à l’autoritarisme en Tunisie ? Craignez-vous la fin de la démocratie dans ce seul pays qui a réussi son « printemps arabe » ? Plus globalement, déplorez-vous comme certains que la lutte contre l'islamisme se fasse par une régression de la démocratie libérale via l'autoritarisme ou le militarisme? 

Mezri Haddad :  Je vais peut-être vous surprendre et même indigner certains grands prêtres du droit-de-l’hommisme universel, mais pour moi, les deux seuls pays qui ont réussi leur « printemps arabe » sont l’Egypte et la Syrie, malgré ses milliers de morts et ses infrastructures détruites. L’Egypte, parce qu’elle a eu, à un moment crucial de son histoire, Abdel Fattah al-Sissi, qui a su répondre à l’appel de 40 millions de ses concitoyens pour rétablir la sécurité et la concorde civile en écartant du pouvoir les Frères musulmans, qui ont été imposés par Barack Hussein Obama et Hillary Clinton. La Syrie, parce qu’elle a héroïquement résisté à une coalition d’Etats, de mercenaires étrangers et de groupes islamo-terroristes sans précédent dans l’Histoire : Al-Qaïda, Al-Nosra, Daech, Fatah Halep, Ahrar al-Sham, Nour al-Dine Zinki, les Frères musulmans, les Tchétchènes…tous financés par le Qatar et soutenus militairement et diplomatiquement par des démocraties occidentales. Fait effectivement inédit dans l’histoire, cette alliance entre la « civilisation » et la barbarie ! Je ne pense pas m’être trompé, ni avoir versé dans la provocation en écrivant un jour pour je ne sais plus quel média français, que Vladimir Poutine était le véritable défenseur des valeurs occidentales !  

Vous n'êtes donc pas un chantre de la "révolution du jasmin" et vous n'êtes pas d'accord avec ceux qui disent que votre pays a offert le meilleur exemple de transition démocratique réussie et d'institutionnalisation d'un islamisme politique modéré" (Ennahdha)? .

Le refrain médiatique selon lequel la Tunisie serait « le seul pays qui aurait réussi son printemps arabe » n’amuse plus les connaisseurs, ni même d’ailleurs le peuple tunisien qui a cru à la « révolution du jasmin ». En dix ans de démantèlement de l’Etat, de destruction de l’économie, de pillage et de corruption, de clochardisation politique et parlementaire, d’anarchie et même d’ensauvagement social, d’insécurité et de criminalité, d’appauvrissement de la société…le désenchantement populaire a gagné toutes les strates sociales et il s’est massivement exprimé lorsque des milliers de Tunisiens ont manifesté le 25 juillet dernier. Kaïs Saïed n’a fait que répondre à cette exigence populaire. Il n’y a que les islamistes et leurs feudataires de la bourgeoisie tunisoise et de l’extrême-gauche tunisienne à crier au « coup d’Etat » et au « retour de l’autoritarisme ». Il ne faut donc pas s’étonner que certains médias français ou américains, islamiquement corrects ou islamo-gauchistes, relayent frénétiquement ce genre d’accusations.

Après une forte actualité concernant la Tunisie en juillet, les médias sont maintenant focalisés sur l’Afghanistan. Mais la question afghane vous intéresse depuis longtemps et vous êtes également assez impliqué dans le dossier libyen puisque vous soutenez publiquement le Maréchal Haftar contre les islamistes de Tripoli, qui sont soutenus par la Turquie. Établissez-vous un lien entre ces trois dossiers ?

Vous savez autant que moi qu’un événement se substitue à un autre et qu’une actualité chasse l’autre. Depuis des décennies, le monde arabo-musulman constitue hélas une source d’actualité intarissable ! Je ne vois cependant pas de lien de causalité entre la Tunisie, la Libye et le retour des talibans en Afghanistan. Je décèle par contre le même fil conducteur, un point commun entre ces trois pays : l’islamisme. Qu’on les appelle Frères musulmans, ou talibans, ou encore daéchiens, qu’ils siègent majoritairement au parlement ou assiègent par leurs armes les villes, que leurs adeptes portent le kamis, la burka, le voile ou le costume cravate, ces mouvements ne sont différents que par leurs appellations, dans leurs stratégies de communication et dans leurs tactiques pour conquérir et conserver le pouvoir. Quant à la stratégie, elle est exactement la même et elle traduit ce principe majeur ou dogme fondateur que toutes ces organisations islamistes partagent : "notre Constitution c’est le Coran, nos Lois c’est la Charia". Ce sont donc des mouvances qui s’abreuvent dans la même idéologie théocratique, totalitaire et terroriste, dont la naissance date de 1928 et dont les origines politico-religieuses remontent probablement à des siècles. Il n’y a que l'Europe et les Etats-Unis qui croient à des différences fallacieuses entre ces organisations islamistes. C’est le propre des esprits cartésiens ou jésuites, et c’est aussi le génie des Frères musulmans d’avoir créé et suscité autant de ramifications et de terminologies pour dérouter l’ennemi occidental et, surtout, s’auto-octroyer le titre glorieux d’islamistes « modérés » ou de « musulmans conservateurs », ou encore de « musulmans démocrates ». Pour ne prendre que ce dernier exemple, l’attentat à l’aéroport de Kaboul, la ramification de l’EI en Afghanistan, Wilayat Khorassan ("Etat islamique dans la province du Khorasan", ou EI-K, ndlr) l’a revendiqué et tous les « experts » y ont cru, chacun y allant de son savoir géopolitique et de son exégèse des mouvements islamo-terroristes. Or la question de bon sens que l’homme ordinaire et à plus forte raison l’observateur avisé doit se poser est d’une banalité désarmante : à qui profite le crime ? La réponse est évidente : essentiellement et exclusivement aux Talibans. Ces derniers ne seraient plus des obscurantistes mais des « modérés » avec lesquels il faudrait pactiser et même normaliser les relations, les fanatiques et les terroristes à combattre étant désormais l’EI en général et Wilayat Khorassan en particulier. Dans cinq ou dix ans, lorsque les « grands » stratèges du Pentagone y verront un intérêt géopolitique ou mercantiliste, l’EI ou Daech ne sera plus une organisation terroriste à éradiquer mais un mouvement conservateur et multiculturaliste, comparé au nouveau groupe qui émergera à ce moment-là pour jouer le mauvais rôle du terroriste barbare.                   

Vous vous êtes justement exprimé sur l’Afghanistan dans une tribune récemment publiée dans Causeur. Vous avez notamment préconisé la prudence quant à l’afflux des réfugiés Afghans en Europe et vous avez appelé à un soutien occidental aux forces tadjikes d'Ahmed Massoud. Mais la lutte contre la seule force structurée capable de dominer l’ensemble du pays avec le soutien du Pakistan, les talibans pachtounes en l’occurrence, ne vous semble-t-elle pas vaine ? 

En politique, rien n’est jamais vain. A la guerre, rien n’est jamais définitivement perdu. Pour ce qui est d’abord de la ruée des réfugiés Afghans vers l’Europe, une sélection rigoureuse des vraies victimes potentielles des talibans - que l’Occident devrait effectivement secourir- me semble absolument nécessaire car, parmi ces milliers de candidats à l’exil politique, il y a certainement des réfugiés économiques et, plus périlleux encore, des islamo-terroristes en acte ou en puissance qui vont essayer de s’infiltrer. Le second volet de votre question, qui est d’ailleurs intimement lié à cet exode massif des Afghans, c’est le soutien aux forces d’Ahmed Massoud. Je l’ai dit dans la tribune à laquelle vous faites allusion, c’est d’abord aux Afghans de défendre leur patrie, en rejoignant dans la résistance les dignes héritiers du commandant Massoud. Si le monde occidental veut remédier à ses erreurs et ignominies, si l’Amérique veut réparer sa trahison et son fiasco historique, ils peuvent aider par les armes cette résistance afghane, l’Alliance Nationale. Ils peuvent aussi faire pression sur le Qatar, le Pakistan et la Turquie pour qu’ils cessent leur appui aux talibans dont ils partagent d’ailleurs les mêmes valeurs « démocratiques » et « morales ». Sans le soutien financier, politique, militaire et logistique du Pakistan et du Qatar, les talibans auraient disparu depuis déjà bien longtemps.            

Etant connu en France et dans le monde arabe pour votre combat contre les islamistes et puisque vous vivez depuis longtemps en France, que vous défendez ses principes républicains et ses valeurs laïques, que préconisez-vous pour lutter efficacement contre la subversion islamiste ? 

Franchement, je n’ai rien à préconiser d’autant plus que mes écrits et mes positions, depuis plus de trois décennies, sont publiquement connus. La France a des experts et des sécuritaires suffisamment alertes et compétents pour désamorcer les actions terroristes et protéger les Français de ce fléau global. Quant aux politiques qui sont aux commandes aujourd’hui, je pense que depuis les deux attentats de Nice et la décapitation barbare de Samuel Paty, ils sont revenus de leur rêveries multiculturalistes et ont réalisé l’ampleur de la menace pour faire face à la subversion islamiste et à l’entrisme des Frères musulmans. Les discours d’Emmanuel Macron à la Sorbonne, puis aux Mureaux, le 2 octobre 2020, ont été d’une grande lucidité et d’un courage remarquable. En conséquence, la loi contre le séparatisme a été adoptée par le Parlement et elle a été récemment validée par le Conseil constitutionnel. Malgré ses insuffisances dont le président n’est pas responsable, cette loi doit pouvoir freiner l’islamisation stratégique de la France et dissuader les multiples organisations subversives qui opéraient en toute impunité depuis trois décennies. Il faudrait espérer que cette loi soit rigoureusement et impitoyablement appliquée. Mais la lutte contre ce cancer métastasé sera un combat de longue haleine et devrait se déployer en plusieurs directions, les unes aussi importantes que les autres. Sécuritaire bien évidemment mais également politique, idéologique, culturel, éducationnel, médiatique et diplomatique. Sur ce dernier plan, la France ne doit plus se compromettre avec les islamistes dits « modérés » parvenus au pouvoir par un caprice de l’Histoire ou par le bon vouloir des Américains et des Britanniques. Ce serait trop demander aux gouvernements français de rompre leurs relations diplomatiques avec chaque pays qui tomberait dans l’escarcelle islamiste. Je demanderai en revanche à certains ministres, ou Députés ou Sénateurs de faire preuve de cohérence, de décence et même de dignité en s’abstenant de recevoir en grande pompe d’anciens islamo-terroristes que le « printemps arabe » a transformés en « hommes politiques » fréquentables et même respectables. Je n’appelle pas cela pragmatisme ou réalisme politique mais servilité politique et autisme géopolitique. Je pense ici particulièrement à l’accueil qui a été réservé au tunisien Rached Ghannouchi et au libyen Abdelhakim Belhadj. Sans parler des islamistes syriens et du « good job » d’Al-Nosra en Syrie !          

Seriez-vous d’accord avec un ami commun égyptien, Ahmed Youssef, qui assure dans ses livres que l’Égypte et d’autres pays musulmans comme l’Égypte ou la Tunisie se débarrasseront de l'islamisme quand nous serons, nous autres, submergés par lui en Europe ? 

Je vous avoue être agréablement surpris que vous citiez Ahmed Youssef (Directeur du CEMO, Centre d'Etudes du Moyen-Orient, et auteur de nombreux ouvrages sur l'islam, l'Egypte, Napoléon, ndlr) , car les intellectuels, les universitaires et les journalistes Français n’accordent généralement pas une grande importance aux écrits et aux propos de l’intelligentsia arabe ou africaine. Ils ont pourtant beaucoup à apprendre des anciens colonisés, comme ils disent !  

Je suis d’autant plus d’accord avec Ahmed Youssef que j’ai été parmi les premiers et rares intellectuels arabes à l’écrire voilà 30 ans et à le réitérer en 2011, dans mon livre La face cachée de la révolution tunisienne. Islamisme et Occident : une alliance à haut risque. Aujourd’hui, je pense au contraire que la fragilisation du corps européen par le virus islamiste entrainera ipso facto l’écroulement du Maghreb arabe et d’une bonne partie du Proche-Orient. Il s’agit donc d’un combat commun que l’Occident et l’Orient doivent mener ensemble dans l’intérêt de tous. En parlant du christianisme qui s’est bien assagi depuis, Diderot disait que « Le fanatisme est une peste qui reproduit de temps en temps des germes capables d’infester la terre ». Nul donc n’est à l’abri du fanatisme islamique. 

Maintenant que certains hauts dirigeants européens semblent prendre conscience de la propagation périlleuse de l’islamisme chez eux, je ne souhaite franchement pas que l’Europe et tout particulièrement la France soient « submergés » par l’obscurantisme islamiste pour que nous en soyons, nous autres Tunisiens et Egyptiens, délivrés. Grace au réveil patriotique des Egyptiens et à la détermination inflexible d’Abdel Fattah al-Sissi, l’Egypte s’est d’ailleurs déjà débarrassée des Frères musulmans au grand dam des Etats-Unis et de certaines démocraties occidentales, très sensibles aux droits-de-l’homme… islamiste. Quant à mon pays, la Tunisie, j’ose encore espérer que le tournant du 25 juillet n’est pas tactique mais stratégique et que le virage pris à l’encontre d’Ennahdha sera un coup de grâce et non pas un coup de semonce. En politique, les demi-mesures sont toujours dommageables. A l’égard des islamistes et à l’instar de Bourguiba et de Nasser, j’ai toujours cru à la manière forte parce que c’est la seule grammaire qu’ils comprennent. Et que je vous le dise sans détour et sans litote, je ne combats pas les islamistes par marxisme ou par laïcisme ou par athéisme. Je les ai toujours combattus et je les combattrai encore parce que je suis profondément croyant et irrémédiablement nationaliste.     

Ma dernière question évoque précisément le nationalisme arabe. Vous avez été aussi l’un des rares à appuyer ma thèse de 1997 sur l’alliance entre les États Unis et l’islamisme contre l’Europe et les nationalismes arabes laïques, en allant parfois encore plus loin que moi. Les crises syrienne, égyptienne, libyenne et récemment afghane vous ont-elles conforté dans cette thèse et ce constat ?

Oui, je me souviens très bien de votre premier essai géopolitique, L’islamisme et les Etats-Unis : une alliance contre l’Europe. Je me souviens aussi de l’accueil qui lui a été réservé par certains islamologues suffisants ou d’autres au philo-islamisme bien prononcé. Je me souviens surtout du traitement que les médias mainstream lui ont réservé et de quelle façon ignoble ils ont traité son auteur. Ces gens là ont passé leur vie à se tromper de diagnostic, d’analyse et de prospective et ils ne supportent pas que d’autres, il est vrai très rares, eussent raison.

Pour répondre maintenant à votre question, l’alliance entre l’islamisme et l’impérialisme américain - que Jean-Pierre Péroncel-Hugoz qualifiait très justement « d’islamérique » dans la préface à votre essai - est devenue aujourd’hui un secret de polichinelle. Cette alliance est antérieure au projet européen, dont les pères fondateurs, principalement Jean Monnet et Robert Schuman étaient d’ailleurs très proches des Etats-Unis et admiratifs de son modèle politique et économique. Je pense que c’est après la fin de la guerre froide et l’implosion de l’URSS que l’UE a cessé d’être une priorité géopolitique aux yeux des Américains. Celui qui a acté ce tournant décisif n’est pas Trump mais Obama et Hillary Clinton avec l’impératif du « pivot asiatique » : basculement du centre de gravité de la diplomatie américaine vers la zone Asie pacifique.

Dans ce pacte conclu entre impérialisme et islamisme, les Américains ont en réalité pris le relais des Britanniques, qui ont d’ailleurs été leur cheval de Troie, pas dans le Sud des Dardanelles (!) mais au cœur de l’Europe, et qui sont par ailleurs les responsables historiques de tous les drames et conflits à connotation ethnique ou confessionnelle que le monde moderne a connus : Inde-Pakistan-Cachemire, Israël-Palestine, Turquie-Grèce-Chypre, l’apartheid en Afrique du Sud… Beaucoup savent maintenant que la secte politico-religieuse des Frères musulmans est le produit du génie stratégique et cynique anglais. Leur naissance en 1928 est conçue pour, sinon détruire, du moins réduire l’influence grandissante du premier parti nationaliste égyptien, Al-Wafd, qui réunissait sous la direction de Saad Zaghloul les chrétiens et les musulmans contre la présence coloniale britannique. Une fois l’indépendance acquise, les Frères musulmans sont restés au service exclusif des intérêts britanniques. C’est ainsi qu’ils se sont opposés à Nasser et qu’ils ont essayé de l’assassiner à maintes reprises. Si Kaboul a été à un certain moment l’épicentre de l’internationale terroriste offshore, Londres a été et reste jusqu’à ce jour la capitale de l’islamisme universel.

Les crises syrienne, égyptienne, libyenne, afghane et j’ajouterai tunisienne m’ont effectivement conforté dans cette thèse suivant laquelle l’alliance entre l’islamisme et les Etats-Unis n’est pas fantasmagorique (les idiots diraient complotiste) mais stratégique. Dès 2011, alors que le monde entier célébrait le triomphe de la démocratie au Maghreb et au Proche-Orient, je qualifiais le « printemps arabe » d’hiver islamo-atlantiste et de Sykes-Picot2. C’était dans l’interview que je vous ai accordée et qui a été publiée dans France-Soir le 22 novembre 2011. A la même époque, dans un essai collectif sous la direction d’Eric Denécé, titré La face cachée des révolutions arabes, j’avais aussi évoqué le projet de Grand Moyen-Orient cher à Bush père et fils. En 2011, sous la chefferie de Barack Hussein Obama et Hillary Clinton, et avec la sous-traitance du Qatar et de la Turquie, ce n’était plus un projet en puissance mais une « feuille de route » en acte, dont on mesure aujourd’hui les conséquences chaotiques sur certains pays arabes et les effets terroristes et migratoires sur l’Europe occidentale.         

 

SOURCE:

https://atlantico.fr/article/decryptage/si-kaboul-a-ete-l...

19/08/2021

Taquiya: mentire per l'islam é una tattica di guerra

Harold Rhode, uno degli allievi preferiti del maggiore storico del Medio Oriente, Bernard Lewis, ha lavorato per 28 anni al Pentagono nell'Ufficio del Dipartimento per la Difesa come consigliere sulla cultura Islamica. Esplicito e anticonformista, autore di molti libri, membro del Gatestone Institute e del Jerusalem Center for Public Affairs, la sua idea è che niente potrà dissuadere i talebani dal loro disegno originario, una guerra totale all'Occidente tramite il terrorismo.

Ma oggi, dottor Rhode promettono che non verrà torto un capello a nessuno e che la loro «inclusività» verrà confermata dalla politica prossima ventura.

«Chi mostra di crederci, coltiva inutili speranze. Non c'è la minima chance al mondo che i talebani cambino la loro determinazione a un governo totalitario della Sharia, oggi sul loro popolo e domani su tutto il mondo, è solo la prudenza. Trump aveva indicato una via d'uscita diversa da quello di Biden».

Ma è Trump che ha gettato le basi del disastro.

«Trump aveva detto: ce ne andiamo, ma se osate tornare a spadroneggiare, a uccidere, a torturare, di voi non resterà traccia. L'unica cosa che può fermare una forza integralista e shariatica come i talebani, è la paura di essere annientati, che è andata sparendo con Biden. E la deterrenza è l'unico sistema per bloccarli».

L'idea di abbandonare il campo come soluzione di pace è molto frequentata dall'Occidente.

«Innanzitutto, quando si occupa un Paese straniero per eliminare, come fece Israele col Libano, milizie terroriste che ti minacciano, si deve agire e poi uscire dal campo. Restare sul terreno a lungo costa denaro e vite umane».

E quindi? Lasciare che poi i terroristi costruiscano il loro potere?

«Niente affatto: le loro piramidi vanno destrutturate con la forza, poi si deve lasciare il campo, e se restano residui, avvertirli chiaramente che non osino riprendere quella strada. L'abbandono israeliano del Libano senza toccare il vertice degli Hezbollah, ha lasciato che essi diventassero i padroni del Paese; a Gaza lo stesso è successo con Hamas. Le strutture jihadiste, sciite e sunnite, vivono la loro guerra per la sharia e la jihad mondiale come una raison d'etre fondamentale. Come i talebani».

Questo significa che torneranno a colpire gli Usa?

«Questa è certamente la loro intenzione. La loro grande eccitazione non è determinata dal fatto che gli americani se ne siano andati, ma da come se ne sono andati, di corsa, senza colpo ferire. Ci pensi, i talebani hanno sconfitto tre imperi, quello inglese, quello russo, quello americano».

E tuttavia stanno cercando di apparire diversi, dando speranza a molti leader occidentali, a Guterrez, alla Merkel, anche agli italiani..

«Guai a cadere nella trappola della taqiyya, la dissimulazione per cui per il bene dell'Islam si può, anzi si deve, parlare il linguaggio del nemico, sorridere, trovare accordi. L'Iran è un perfetto esempio, i suoi rappresentanti non si peritano di condurre amichevoli trattative e di scambiare simpatetici punti di vista con tutti i rappresentanti occidentali. La verità è che il nostro mondo, per fedeltà alla sua cultura di pace, non vede l'ora di cascarci, anche quando si discutono questioni vitali come il nucleare su cui, appunto, l'Iran seguita a prendere il mondo per il naso da decenni. Il guaio è che così mettiamo a gran rischio la nostra civiltà».

L'Iran e i talebani hanno interesse a unire le loro forze per l'Islam. Pensa che questo sia possibile anche uno è sunnita e l'altro sciita?

«E già successo, come quando i figli di Bin Laden sono stati ospitati a Teheran, o quando Ismail Hanyye va a trovare gli ayatollah. Ma alla lunga il rapporto non regge, e contiene sempre un velato ricatto».

La Cina si avvantaggerà della situazione?

«L'Afganistan è ricco di metalli e di altre risorse che la Cina desidera, e Pechino ha un buon rapporto coi talebani ma loro sanno cosa fanno i cinesi ai loro fratelli musulmani nello Xinjang e anche la Cina non è fuori dai programmi talebani di islamizzazione del mondo. Anche qui la cultura ha il suo ruolo da giocare».

E in Medio Oriente?

«In Medio Oriente molti degli alleati degli americani, gli Emirati, i Sauditi, l'Egitto, Israele.. si stanno certo chiedendo se ci si può fidare degli americani in caso di bisogno. Mi sembra di sentire echeggiare un sonoro "no"».

Si può fare qualcosa?

«Salvare chi ha aiutato gli Usa in questi anni. Certo, purtroppo non si può immaginare di aprire i confini a tutti i musulmani del mondo».

 

FONTE: https://www.ilgiornale.it/news/politica/mentire-lislam-tattica-guerra-lesperto-guai-cadere-nella-1969819.html