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09/06/2017

L'équipe du pédofile de la Mecque ne respecte pas la minute de silence

Click Australia vs Saudi Arabia

L'équipe officielle du Pays de Satan snobe la minute de silence

L'islam n'a rien a voir avec la violence, on vous l'a assez dit!

 

23/05/2017

Uccisa in nome di un pedofilo chiamato Maometto

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Nata in un Paese libero, che accoglie i "perseguitati", li nutre, li alloggia, li istruisce

Gli stessi che restano seguaci di una setta satanica che esalta l'oppressione et la morte come regola di condotta 

Un cancro chiamato Islam, sola ideologia pretesa religiosa al mondo a legittimare il massacro degli innocenti

Riposa in pace piccolo angelo

17/05/2017

Apporto culturale arabo musulmano al Rinascimento

Firenze, 17 maggio 2017 - Aveva rapinato diverse turiste, prendendole a calci e schiaffi o trascinandole a terra per rubare la borsa. Ma una di loro è riuscita a incastrarlo, dopo aver afferrato la felpa che l'uomo aveva indossato in quello e in altri due colpi. E' da qui che la polizia ha incastrato un 37enne marocchino, Hasi Hamza. Una delle rapine è stata ripresa da una telecamera di sicurezza. Siamo in centro a Firenze, in Borgo San Lorenzo. La turista sta rincasando di notte: mentre entra nel portone l'uomo le strappa la borsa e la fa cadere. Inizia una colluttazione in cui viene coinvolta anche l'amica della donna, che prova a raggiungere l'uomo. Scene di violenza, con la donna derubata che, dolorante, rientra in casa per poi chiamare la polizia. Questa aggressione accadde nella notte tra il 12 e il 13 gennaio di quest'anno. L'uomo porta via un Iphone alla donna. Con l'opzione "trova il mio Iphone" la derubata mostra agli agenti dove si trova il malvivente, che quindi viene bloccato e arrestato.

FONTE www.nazione.it

 

Il seguito proviamo ad immaginarlo....

Il Magistrato lo sgrida: "Cattivone non farlo piu! Vai torna dai tuoi cari!"

 

16/05/2017

I Sauditi provano a comprare Trump

Come si cambia la politica di una superpotenza come gli Stati Uniti? Semplice: si compra quella vecchia e se ne vende una nuova. Dev’essere quello che si sono detti quei furboni della casa reale dell’Arabia Saudita, che non vedono l’ora di ricevere Donald Trump che, proprio come fece Barack Obama, ha scelto Ryad come destinazione del suo primo viaggio presidenziale fuori dai confini americani.

Si sa quali siano oggi i problemi dei Saud. Il ribasso del prezzo del petrolio, che li ha spinti prima a concordare con i russi un consistente taglio alla produzione e poi a prorogarlo fino al marzo 2018. Il conseguente enorme deficit pubblico (53 miiardi nel 2016) e l’inevitabile sforbiciata alla spesa con il taglio dei salari dei dipendenti pubblici, che purtroppo sono circa il 70% delle persone occupate nel regno. La guerra nello Yemen, dove due anni di mano libera e di silenzio internazionale non hanno impedito alle forze armate saudite di impantanarsi in una serie di stragi senza scopo e senza senso.

 

Ma il primo e vero incubo dei sauditi, almeno per qualche  settimana, è stato l’arrivo sulla scena politica di Donald Trump, il candidato che per tutta la campagna elettorale aveva promesso di cambiare la politica estera degli Stati Uniti, dal 1945 imperniata, in Medio Oriente, sull’asse proprio con l’Arabia Saudita. Incubo ancor più pressante perché proprio Trump e il Partito repubblicano (oltre a una bella porzione di congressisti democratici) avevano spinto perché fosse approvato il JASTA (Justice against Sponsors of Terrorism Act), la legge che consente ai parenti di vittime di atti terroristici di far causa ai Paesi ritenuti corresponsabili di quegli atti. Una legge che pare fatta apposta per chiedere risarcimenti ai sauditi per l’11 settembre 2001, l’opportunità per una gigantesca class action che ha già trovato l’adesione di 800 parenti dei 2.996 morti di quel giorno.

Pensa e ripensa, re Salman e i suoi sembrano aver trovato le contromisure. Già ammorbidito dalle ganasce del cosiddetto Russiagate lasciatogli in eredità da Barack Obama, l’uomo d’affari Trump è stato preso all’amo con una di quelle offerte che, come diceva il Padrino Corleone di Franci Ford Coppola, non puoi proprio rifiutare.

Qualche giorno fa dalla Casa Bianca è trapelata la voce che il viaggio a Ryad servirà per siglare una colossale (l’ennesima) vendita di armi americane all’Arabia Saudita. Si parla di materiali per un valore di 100 miliardi di dollari secchi, destinati però a diventare 300 nei prossimi dieci anni grazie ai contratti di assistenza e manutenzione. Possiamo immaginare la gioia dei bambini yemeniti, regolarmente presi di mira dai caccia sauditi. E anche quella dei civili siriani e iracheni, visto che i sauditi, come peraltro fanno da anni, gireranno parte di quelle armi agli sgherri dell’Isis e di Al Nusra di cui sono grandi finanziatori e protettori.

Ma non basta. Per andare sul sicuro, i sauditi dovrebbero anche annunciare di voler investire 40 miliardi di dollari nel programma di ammodernamento delle infrastrutture Usa (porti, aeroporti, autostrade…) che è stato uno dei capisaldi del programma elettorale di Donald Trump. Anche in questo caso, i 40 miliardi sono la somma da spendere subito, perché il valore degli investimenti, diretti e indiretti, dovrebbe salire a 200 miliardi nel giro di quattro anni.

Questa seconda mossa saudita è particolarmente astuta. Donald Trump, infatti, aveva annunciato durante la campagna elettorale di voler investire un trilione di dollari nel “restauro” delle infrastrutture, aggiungendo però di volerne spendere “solo” 200 milioni di denaro pubblico, raccogliendo tutto il resto da investitori privati.

Ottimo proposito, assai più facile da annunciare sulla carta che da realizzare nella pratica. Soprattutto per un Presidente che ha avuto un esordio così discusso e travagliato e che è apertamente boicottato da una parte della struttura federale di governo del Paese. L’apertura di credito dei sauditi può servire da apripista, da esempio per altri grandi investitori istituzionali

 

Certo, il premio Nobel per la Pace Barack Obama fece la stessa cosa, e la sua presidenza ha il record assoluto per le vendite di armi all’Arabia Saudita. Ma questa non è una consolazione. È solo la dimostrazione che l’Occidente, per un po’ di soldi, continua a vedere l’anima a coloro dei quali la stessa Hillary Clinton scrisse (senza sapere che Wikileaks avrebbe pubblicato) che sono “i principali sostenitori del terrorismo sunnita nel mondo”.

FONTE www.ilgiornale.it

27/04/2017

Voici la carte de la liberté (de la presse)

Aucun Pays arabo musulman ne dépasse le seuil noir (le plus grave) ou rouge (juste en dessus)

Mais il parait que toutes les cultures se valent...

Il parait.....

Un peu d'islamisation ne peut que nous faire du bien!

Source: reporters sans frontières

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14/04/2017

Le projet totalitaire islamique resumé en 10 min

https://youtu.be/2JOo-EaDmKk

Bien entendu des gens comme Alexandre del Valle ne sont QUASIMENT JAMAIS invités par les chaines du REGIME de la BIENPENSANCE  (France Télévision, TF1, BFM,.....

05/04/2017

Sartori: l'Islam il nostro nemico da sempre

L'ultima intervista al "Giornale"

Giovanni Sartori, fiorentino, 91 anni (quasi 92), considerato fra i massimi esperti di scienza politica a livello internazionale, da anni è attento osservatore dei temi-chiave di oggi: immigrazione, Islam, Europa.

 

 

 

Professore su queste parole si gioca il nostro futuro.

«Su queste parole si dicono molte sciocchezze».

Su queste parole, in Francia, intellettuali di sinistra ora cominciano a parlare come la destra. Dicono che il multiculturalismo è fallito, che i flussi migratori dai Paesi musulmani sono insostenibili, che l'Islam non può integrarsi con l'Europa democratica...

«Sono cose che dico da decenni».

Anche lei parla come la destra?

«Non mi importa nulla di destra e sinistra, a me importa il buonsenso. Io parlo per esperienza delle cose, perché studio questi argomenti da tanti anni, perché provo a capire i meccanismi politici, etici e economici che regolano i rapporti tra Islam e Europa, per proporre soluzioni al disastro in cui ci siamo cacciati».

Quale disastro?

«Illudersi che si possa integrare pacificamente un'ampia comunità musulmana, fedele a un monoteismo teocratico che non accetta di distinguere il potere politico da quello religioso, con la società occidentale democratica. Su questo equivoco si è scatenata la guerra in cui siamo».

Perché?

«Perché l'Islam che negli ultimi venti-trent'anni si è risvegliato in forma acuta - infiammato, pronto a farsi esplodere e assistito da nuove tecnologie sempre più pericolose - è un Islam incapace di evolversi. È un monoteismo teocratico fermo al nostro Medioevo. Ed è un Islam incompatibile con il monoteismo occidentale. Per molto tempo, dalla battaglia di Vienna in poi, queste due realtà si sono ignorate. Ora si scontrano di nuovo».

Perché non possono convivere?

«Perché le società libere, come l'Occidente, sono fondate sulla democrazia, cioè sulla sovranità popolare. L'Islam invece si fonda sulla sovranità di Allah. E se i musulmani pretendono di applicare tale principio nei Paesi occidentali il conflitto è inevitabile».

Sta dicendo che l'integrazione per l'islamico è impossibile?

«Sto dicendo che dal 630 d.C. in avanti la Storia non ricorda casi in cui l'integrazione di islamici all'interno di società non-islamiche sia riuscita. Pensi all'India o all'Indonesia».

Quindi se nei loro Paesi i musulmani vivono sotto la sovranità di Allah va tutto bene, se invece...

«...se invece l'immigrato arriva da noi e continua ad accettare tale principio e a rifiutare i nostri valori etico-politici significa che non potrà mai integrarsi. Infatti in Inghilterra e Francia ci ritroviamo una terza generazione di giovani islamici più fanatici e incattiviti che mai».

Ma il multiculturalismo...

«Cos'è il multiculturalismo? Cosa significa? Il multiculturalismo non esiste. La sinistra che brandisce la parola multiculturalismo non sa cosa sia l'Islam, fa discorsi da ignoranti. Ci pensi. I cinesi continuano a essere cinesi anche dopo duemila anni, e convivono tranquillamente con le loro tradizioni e usanze nelle nostre città. Così gli ebrei. Ma i musulmani no. Nel privato possono e devono continuare a professare la propria religione, ma politicamente devono accettare la nostra regola della sovranità popolare, altrimenti devono andarsene».

Se la sente un benpensante di sinistra le dà dello xenofobo.

«La sinistra è vergognosa. Non ha il coraggio di affrontare il problema. Ha perso la sua ideologia e per fare la sua bella figura progressista si aggrappa alla causa deleteria delle porte aperte a tutti. La solidarietà va bene. Ma non basta».

Cosa serve?

«Regole. L'immigrazione verso l'Europa ha numeri insostenibili. Chi entra, chiunque sia, deve avere un visto, documenti regolari, una identità certa. I clandestini, come persone che vivono in un Paese illegalmente, devono essere espulsi. E chi rimane non può avere diritto di voto, altrimenti i musulmani fondano un partito politico e con i loro tassi di natalità micidiali fra 30 anni hanno la maggioranza assoluta. E noi ci troviamo a vivere sotto la legge di Allah. Ho vissuto trent'anni negli Usa. Avevo tutti i diritti, non quello di voto. E stavo benissimo».

E gli sbarchi massicci di immigrati sulle nostre coste?

«Ogni emergenza ha diversi stadi di crisi. Ora siamo all'ultimo, lo stadio della guerra - noi siamo gli aggrediti, sia chiaro - e in guerra ci si difende con tutte le armi a disposizione, dai droni ai siluramenti».

Cosa sta dicendo?

«Sto dicendo che nello stadio di guerra non si rispettano le acque territoriali. Si mandano gli aerei verso le coste libiche e si affondano i barconi prima che partano. Ovviamente senza la gente sopra. È l'unico deterrente all'assalto all'Europa. Due-tre affondamenti e rinunceranno. Così se vogliono entrare in Europa saranno costretti a cercare altre vie ordinarie, più controllabili».

Se la sente uno di quegli intellettuali per i quali la colpa è sempre dell'Occidente...

«Intellettuali stupidi e autolesionisti. Lo so anch'io che l'Inquisizione è stata un orrore. Ma quella fase di fanatismo l'Occidente l'ha superata da secoli. L'Islam no. L'Islam non ha capacità di evoluzione. È, e sarà sempre, ciò che era dieci secoli fa. È un mondo immobile, che non è mai entrato nella società industriale. Neppure i Paesi più ricchi, come l'Arabia Saudita. Hanno il petrolio e tantissimi soldi, ma non fabbricano nulla, acquistano da fuori qualsiasi prodotto finito. Il simbolo della loro civiltà, infatti, non è l'industria, ma il mercato, il suq».

Si dice che il contatto tra civiltà diverse sia un arricchimento per entrambe.

«Se c'è rispetto reciproco e la volontà di convivere sì. Altrimenti non è un arricchimento, è una guerra. Guerra dove l'arma più potente è quella demografica, tutta a loro favore».

E l'Europa cosa fa?

«L'Europa non esiste. Non si è mai visto un edificio politico più stupido di questa Europa. È un mostro. Non è neppure in grado di fermare l'immigrazione di persone che lavorano al 10 per cento del costo della manodopera europea, devastando l'economia continentale. Non è questa la mia Europa».

Qual è la sua Europa?

«Un'Europa confederale, composta solo dai primi sei/sette stati membri, il cui presidente dev'essere anche capo della Banca europea così da avere sia il potere politico sia quello economico-finanziario, e una sola Suprema corte come negli Usa. L'Europa di Bruxelles con 28 Paesi e 28 lingue diverse è un'entità morta. Un'Europa che vuole estendersi fino all'Ucraina... Ridicolo. Non sa neanche difenderci dal fanatismo islamico».

Come finirà con l'Islam?

«Quando si arriva all'uomo-bomba, al martire per la fede che si fa esplodere in mezzo ai civili, significa che lo scontro è arrivato all'entità massima».

FONTE: WWW.ILGIORNALE.IT

 

20/03/2017

Islam: 15 siècles de génocides

Familier du Moyen Orient, le grand reporter Frédéric Pons a parcouru, tel un pèlerin en quête de vérité, cette vaste région en guerre pour décrire « le premier génocide du XXI siècle ». Pour cela, il rappelle le dernier rapport d’Amnesty International qui cite avec précision les enlèvements, les cas de torture, les exécutions sommaires et «les crimes de guerre » imputables aux groupes armés islamistes. Et ceux accompagnés de « crimes contre l’humanité commis à grande échelle par les forces gouvernementales syriennes ». « La nouveauté , écrit-il, n’est pas dans cet acte d’accusation contre le régime syrien, maintes fois dressé depuis mars 2011, mais dans la mise en cause des groupes rebelles eux-mêmes.

Daech a mis en place une politique d’extermination comparable à celle des nazis

On les croyait « modérés ». On les découvre « barbares ». Leur soutien ? « Gouvernements et associations islamistes basés au Qatar, en Arabie Saoudite, en Turquie, avec la bienveillance des Etats-Unis ».

Pons rappelle « qu’il aura fallu presque deux ans pour que la communauté internationale prenne conscience de la réalité de cet extermination des chrétiens d’Orient, pour qu’elle entende ce terme de "génocide" ». C‘est d’ailleurs le titre d’un autre rapport de deux ONG américaines remis en mars 2016 à l’ancien secrétaire d’Etat John Kerry.

« On ne pourra pas dire qu’on ne savait pas » s’insurge justement Frédéric Pons. Massacres de masse, assassinats ciblés, viols, réduction en esclavage, déplacements forcés, enlèvements, séparations brutales entre hommes et femmes, blessures, incendies, vols. « Daech a violé des centaines et probablement des milliers de femmes chrétiennes, endommageant de manière permanente leurs organes reproducteurs ou les laissant enceintes des œuvres de leurs ravisseurs » souligne le rapporteur.

« Ils dressent aussi la liste de 126 églises attaquées, et celle, nominative, des 1131 chrétiens assassinés jusqu’en 2014. Est cité le père catholique Patrick Dubois, petit fils de déporté, spécialiste des crimes de masse contre les Juifs en Ukraine commis par l’armée allemande pendant la seconde guerre mondiale. Pour lui, « Daech a mis en place une politique d’extermination comparable à celle des nazis. C'est un génocide au regard des lois qui relèvent du traité de Rome. Les bébés sont parfois arrachés à leurs mères dès l’accouchement. On leur dit qu’ils vont être adoptés par des familles musulmanes » Le but : qu’ils deviennent des enfants soldats. Quant aux jeunes filles enlevées, « les chefs de Daech choisissent les plus jolies après avoir vérifié leur virginité, pour les garder ou les revendre : 60 euros environ pour une femme de 30-40 ans , 160 euros pour une enfant de 1 à 9 ans , chrétienne ou yézidie ». Une minorité, d’à peine 600000 personnes, non musulmane, vieille de plus de 7700 ans accusée de polythéisme par les islamistes qui n’acceptent pas que d’autres religions aient existé avant l’Islam.

La France aveuglée par son partenariat avec le Qatar et l'Arabie saoudite

Frédéric Pons cite le témoignage d’une député yézidie qui reçoit parfois des appels terribles de captives, ayant pu disposer d’un téléphone un court moment. « J’ai été violée 30 fois ce matin », raconte l’une d’elles, « S’il vous plaît, bombardez-nous » implore une autre. Grâce aux témoignages recueillis sur le terrain, l’écrivain nous fait mieux comprendre à travers leur quotidien le calvaire des chrétiens d’Orient. « Les musulmans nous qualifient depuis toujours de Nassirya, de Nazaréens, raconte Toma. C’est un terme insultant dans leur esprit ». Malgré les promesses, environ 3600 visas ont été seulement accordés, avec des tracas administratifs dès l’arrivée à Roissy. « Les migrants clandestins musulmans venus de Syrie, de Somalie ou d’Afghanistan ont été mieux traités que nous, confie Omar. Mais on a compris qu’à côté de la France officielle, il y avait des Français. Nous en avons rencontré qui nous ont tellement aidés ».

Fin connaisseur de cet Orient compliqué, Pons n’élude aucune responsabilité malgré « la chanson de geste » officielle dispensée aujourd’hui.  « L’échec américain et européen a démontré que les bons sentiments ne font pas une bonne politique. La morale ou l’émotion médiatique n’a rien à faire avec la géopolitique et la stratégie, souligne l’auteur. Pour avoir ignoré les facteurs immatériels et spirituels, pour avoir négligé la longue évolution historique de ces terres de vieilles civilisations, pour avoir méprisé les peuples, les décideurs occidentaux portent une immense part de responsabilité dans le malheur des pays arabo-musulmans, et donc dans le calvaire des chrétiens d’Orient ». Les gouvernements français ne sont pas épargnés. « Scotchée aux analyses de Washington, liée de façon outrancière à son partenariat commercial et financier avec l’Arabie Saoudite et le Qatar, la France de Sarkozy et de Hollande a d’emblée pris le parti de l’opposition armée.

Persuadée de la faiblesse du régime Assad, elle a fait de sa chute sa priorité… La France a longtemps nié le vrai visage des groupes armés, a ignoré la montée en puissance politique et militaire de la Russie et a négligé son rôle traditionnel de protection des chrétiens d’Orient ». Au passage, Pons rappelle que si les chrétiens ne sont pas les seuls à souffrir de persécution religieuse dans le monde, « ils représentent les ¾ des victimes pour motifs religieux : 200 millions d’entre eux ne peuvent pas vivre librement leur foi dans une soixantaine de pays, et plus de 100000 chrétiens sont tués chaque année à cause de leur foi. Cette christianophobie mondialisée tue ainsi un peu plus de 270 chrétiens chaque jour ».

SOURCE :http://www.msn.com/fr-fr/actualite/culture/daech-a-viol%...

14/03/2017

Pays Bas 1 Hollande 0

La lâcheté de nos dirigeants est parfois, comme il est dit du mystère de Dieu, non pas impénétrable mais insondable… D’autres responsables régionaux, dans d’autres pays, savent heureusement faire preuve de plus de courage.

Il est ainsi de ceux de la Suède, de la Suisse ou de l’Autriche, où des meetings de soutien à Recep Tayyip Erdogan ont été annulés. Il en est ainsi, encore, de l’Allemagne, où plusieurs réunions électorales pro-AKP dans plusieurs villes ont été interdites, et où le ministre turc de la justice a dû annuler son déplacement en vue de ces réunions, malgré une réponse peut-être un peu trop mesurée d’Angela Merkel qui, après qu’Erdogan a accusé Berlin de « pratiques nazies » a sobrement appelé à garder son sang-froid, et rappelé l’absurdité, en l’espèce, de ce type de comparaisons historiques. La déclaration du nouveau Grand Turc aurait mérité une vraie colère, mais madame Merkel tient avant tout à préserver l’accord indigne de mars 2016 qu’elle avait négocié avec Ankara sur les migrants, accord entériné par l’Union européenne, et qui, en nous préservant pour l’instant des flots de réfugiés que nous ne voulons pas connaître, fait du sultan d’Ankara un maître-chanteur, toujours la main sur les vannes de l’exode qu’il peut rouvrir selon ses humeurs ou ses intérêts…

La honte, la honte, la honte

Il en est ainsi, enfin, des Pays-Bas, qui n’ont pas hésité à interdire l’atterrissage du ministre turc des Affaires étrangères, Mevlüt Çavuşoğlu, lequel devait prendre la parole à un meeting de soutien à Erdogan à Rotterdam, puis à reconduire à la frontière avec l’Allemagne Fatma Betül Sayan Kaya, ministre turque de la Famille, désireuse de remplacer Mevlüt Çavuşoğlu à ce même meeting… Les Pays-Bas, à leur tour, se sont vus traiter par Erdogan de « fascistes » et de « nazis », lequel les a même avertis qu’ils « paieraient le prix fort » pour leur « attitude », tandis que son ministre des Affaires étrangères déclarait que La Haye devrait faire des excuses… Pas trop atteint par la menace, le gouvernement néerlandais a déclaré, par la voix de son Premier ministre, qu’Erdogan dépassait les bornes, et qu’il était hors de question de faire des excuses à des gens qui traitaient les Néerlandais de nazis… Digne, courageux, honorable.

On aurait aimé pouvoir en dire autant des autorités françaises… Mais, avant de parler de la honte, une remarque : il est étrange, et assez incohérent, que l’insulte « nazi » soit utilisée par monsieur Erdogan, lequel n’avait pas hésité, à l’occasion d’un discours public, à citer l’Allemagne nazie comme exemple de régime présidentiel fort, comme celui qu’il voudrait instaurer en Turquie, pays où, Mein Kampf a été publié en 2005 et reste un best-seller

La honte, donc. Celle d’avoir laissé le ministre turc des Affaires étrangères, Mevlüt Çavuşoğlu, encore tout énervé de sa mésaventure néerlandaise, venir à Metz, en France, et prendre la parole à un meeting de soutien en faveur de la réforme constitutionnelle voulue par Erdogan. Et le laisser, pendant cette réunion, continuer à s’en prendre, sur notre territoire, aux autorités de La Haye, un pays membre comme nous de l’Union européenne… Cette lâcheté est injustifiable. La moindre des choses, le minimum de courage politique et de dignité d’Etat eût été de se montrer solidaire avec l’Allemagne, l’Autriche, les Pays-Bas. Nous n’en avons pas été capables. Et le Grand Turc, cynique, nous a en retour gratifiés d’un compliment, saluant la France pour « ne pas être tombée dans le piège »… Il y a des compliments plus infâmants que des injures, quand ce sont des despotes affichant le mépris le plus absolu pour la démocratie qui les formulent…

Le scandale, une arme électorale

Ce mépris pour la démocratie est au cœur de ce qui se joue ici. Il ne s’agit pas seulement de dignité, et de fierté nationale allemande, néerlandaise ou française. Erdogan jette tout ce qu’il peut dans la bataille électorale, avant le référendum du 16 avril prochain. Profitant du coup d’Etat raté de juillet 2016, celui qui n’a pas hésité à rallumer une guerre intérieure et extérieure avec les Kurdes pour s’assurer une majorité législative, et qui a fait depuis l’été 2016 emprisonner près de 40 000 personnes, poursuivre des centaines de journalistes et « effacer » de tout emploi public et privé près de 130 000 fonctionnaires, les condamnant ainsi à une « mort sociale », veut à tout prix réaliser son rêve : restaurer en l’incarnant la « grandeur » totalitaire du pouvoir ottoman, celui du sultan, le Grand Turc comme on disait. Pour cela, il faut que sa réforme institutionnelle passe. Cette réforme en termine une bonne fois pour toute avec la démocratie, ses principes et ses valeurs : le président (Erdogan) exercera tout le pouvoir exécutif, sans Premier ministre ; il nommera et limogera les ministres ; il pourra intervenir sur l’exercice de la justice en nommant plusieurs des membres du Haut-Conseil des juges et procureurs en charge de nommer et destituer le personnel judiciaire ; fini l’indépendance de la justice.

Mais Recep Tayyip Erdogan n’est pas totalement assuré de la victoire au référendum. Une partie importante de l’électorat turc hésite, ou réprouve sa réforme. La répression post-coup d’Etat a peut-être été un peu trop loin… et la situation économique ne cesse de se détériorer, dans une société désagrégée par ladite répression, les conflits, l’instabilité… Et puis l’idéal démocratique n’est pas mort aux yeux de beaucoup de Turcs, qui résistent, comme ils peuvent, au quotidien. Même au sein de l’AKP, le parti d’Erdogan, il y a des éléments qui doutent, qui rechignent… Alors les voix des millions d’électeurs résidant en Allemagne, au Pays-Bas, en France, ailleurs en Europe, sont cruciales, et peuvent faire la différence… D’où l’agressivité des ministres envoyés par Erdogan mobiliser ceux-ci en Europe, autour d’un nationalisme toujours vivace dans les communautés expatriées…

C’était donc là qu’il fallait se montrer à la hauteur. Courageux, dignes, solidaires, européens, et démocrates, face au Grand Turc et ses colères de tyran. Hélas la France n’en a pas été capable. Nous avons encore une fois choisi le déshonneur pour éviter le conflit. Nous aurons de toute façon à la fin le conflit, mais avec le déshonneur. Winston Churchill, père de la formule, aurait probablement déjà demandé, lui, l’exclusion de la Turquie de l’Otan, en dirigeant lucide qu’il était, averti que l’on ne saurait avoir une alliance militaire opérante, durable et fiable avec un pays dont les dirigeants ne partagent pas nos fondamentaux politiques… et nous insultent sans vergogne.

SOURCE : www.causeur.fr

06/03/2017

La cuture de l'Etat Islamique est une civilisation qui mérite respect

" Leïla Khaled ne se sentait pas bien, ce matin-là. C'était à la fin d'août, quand le soleil de l'été irakien frappe de toutes ses forces contre les murs et les fenêtres, comme les vents d'une puissante tempête. Mossoul était toujours aux mains de l'État islamique. La guerre était encore loin, au sud de la ville. Elle décide d'aller à la clinique du quartier de Tahrir, dans les faubourgs populaires de l'est de Mossoul. Elle s'habille. Cela demande une préparation minutieuse. Elle doit respecter à la lettre les codes vestimentaires particulièrement sévères édictés par Daech pour les femmes. Celles-ci ne peuvent laisser voir la moindre parcelle de peau.

Leïla passe une robe. Par-dessus, elle enfile un jilbab, une cape ample et large qui cache les formes du corps. Pour son visage, elle ajuste un niqab, le voile intégral qui ne laisse voir que les yeux. Pour dissimuler ceux-ci, Leïla met par-dessus le niqab un sitar, un tissu très fin qui permet de voir sans être vu. Daech rappelait le bon usage de ses codes vestimentaires à grand renfort de publicité sur des affiches, dans les hôpitaux, dans les médias. Malgré l'interdiction de se maquiller, Leïla n'a pu s'empêcher de passer ses cils au mascara. Puis, elle enfile ses chaussettes et ses gants. Enfin, elle est prête.

Pour aller à la clinique, son mari, Walid, l'accompagne. Sous l'État islamique, une femme ne saurait sortir sans son mahram, un époux ou un proche parent qui fait office de tuteur pour escorter les femmes pendant leurs déplacements. Walid marche devant, Leïla suit derrière. Soudain, elle trébuche. Elle se fait mal au pied droit. Elle appelle son mari: «Walid!» Elle veut voir ce qui lui est arrivé. Elle soulève son sitar.

«Nous allons mordre ton épouse»

Walid entend sa femme trébucher, puis l'appeler. Il se retourne, veut l'aider, mais voit déjà deux membres de la Hisba, la police des mœurs de l'État islamique, se présenter: «Ne la touche pas», disent-ils. Il refuse, hausse la voix: «Je veux l'aider!» À Leïla, les policiers de Daech disent: «Couvre ton visage.» «Je veux voir ce qui m'est arrivé!», répond-elle, peut-être trop fort. Sous l'État islamique, on ne saurait entendre la voix d'une femme qui n'est pas la sienne. Les agents appellent des femmes de la Hisba à l'aide de leurs talkies-walkies. «Nous allons mordre ton épouse», disent-ils à Walid. Trois agents arrivent, le bandeau noir de la Hisba sur le front. Elles forcent Leïla à se lever. Walid se désole, offre de payer. Sa femme est emmenée dans un magasin de sucreries, à l'abri des regards, alors que lui reste dehors. Leïla est maintenue par deux femmes. La troisième soulève son voile, et la mord au bras droit, à pleines dents. Leïla s'évanouit.

Les agents prennent la carte d'identité de Walid après avoir dressé un procès-verbal. Trois jours plus tard, le mari la récupère au centre de la Hisba de Mossoul, installé dans une ancienne église de l'ouest de la ville. Il doit payer une amende de 50.000 dinars irakiens, 40 euros. «Ta femme a-t-elle été mordue?» demande le juge du commissariat. «Oui, vous pouvez le lire sur le procès-verbal!», répond Walid, indigné. «Tant mieux, car sinon, nous aurions dû la faire mordre», tranche le juge. Leïla a été mordue si fort que, plus de cinq mois plus tard, elle en porte encore une trace - un hématome, en forme de mâchoire.

On connaissait les exécutions monstrueuses de l'État islamique, largement relayées par la propagande de l'organisation. On connaissait les lapidations de couples adultères, les homosexuels précipités du haut des immeubles, les cadavres exposés sur les places, les têtes sur les piques. Les châtiments de Daech pouvaient aussi prendre la forme d'une très simple trivialité: des morsures à l'encontre des femmes, faites par d'autres femmes.

Le cas de Leïla n'est pas unique. Il y avait une gradation dans les morsures. Celles faites pour punir les femmes qui laissaient voir, audace suprême, une parcelle de peau en public. Dans ce cas, les morsures étaient appliquées avec une petite pince. Pour les cas plus graves, comme celui de Leïla, les femmes étaient mordues à pleines dents. Enfin, dernier stade, des blessures faites à l'aide d'une mâchoire métallique. «J'ai dû traiter trois cas de femmes qui ont eu des lambeaux de chair arrachés par cet instrument», raconte un médecin forcé de travailler pour Daech, qui souhaite garder l'anonymat. Farah a été mordue à l'aide de cette mâchoire métallique, dans le souk de Mouthanna, à Mossoul, à l'été 2015, parce qu'elle ne portait pas le sitar. Elle garde de la morsure une cicatrice au bras gauche. «Elle saignait. Nous n'avons pas osé aller à l'hôpital pour ne pas avoir d'ennuis supplémentaires. La blessure a mis quarante jours à bien se refermer», se souvient son mari, Aziz Abdallah Khalaf.

Nul ne sait qui a inventé ce châtiment, qu'on ne retrouve nulle part dans la tradition islamique. Il a commencé à être appliqué au début de l'année 2015 en Irak, alors que l'État islamique assurait son emprise sur les territoires dont il s'était emparé, sans coup férir ou presque, en juin 2014. Pour l'appliquer, Daech a mis en place une police des mœurs féminines - la Hisba. Il s'agissait de vérifier que les autres femmes se conformaient bien aux codes vestimentaires de l'État islamique et de s'assurer de la séparation des deux sexes dans l'espace public.

L'organisation a accordé une place à part entière aux femmes, dans son fonctionnement. Elles devaient avant tout donner naissance et élever une nouvelle génération de djihadistes. «Dans l'idéologie de l'organisation, chaque sexe se voyait attribuer des rôles bien précis, complémentaires sur terre, mais égaux aux yeux d'Allah. Faire des enfants est aussi important que de combattre. C'était aussi une stratégie militaire. Si le territoire venait à être repris, il fallait une nouvelle génération pour pérenniser l'idéologie. Daech va donc valoriser le statut de la femme dans une perspective stratégique. Cela permet de bâtir une société, puis de créer un État, avec la nécessité de mettre en place des institutions», explique Géraldine Casutt, doctorante suisse à l'université de Fribourg, qui consacre une thèse au rôle des femmes occidentales dans l'État islamique.

D'autres jouaient un rôle plus actif. Quand elles étaient parentes ou épouses de djihadistes, les femmes bénéficiaient d'une certaine autorité. Elles pouvaient alors être enseignantes ou membres de la Hisba. L'organisation avait par exemple fait la pro motion, à grand renfort de propagande, d'une unité féminine de la Hisba, la katiba al-Khansa, du nom d'une poétesse des premiers temps de l'islam. Établie à Raqqa, la «capitale» syrienne de l'État islamique, à l'été 2014, cette unité composée exclusivement de femmes était chargée de «sensibiliser, d'arrêter et de punir celles qui ne respectent pas la loi islamique. Le djihad n'est pas un devoir réservé aux hommes. Les femmes doivent faire leur part aussi», déclarait à l'époque Abou Ahmed, un cadre de Daech, en annonçant la création de la brigade al-Khansa.

La loi des clans

Sur le territoire irakien, il semble que la majorité des membres de la Hisba étaient des femmes issues de la communauté arabe sunnite. Se pose aujourd'hui la question de leur arrestation. Dans de nombreux cas, les autorités laissent faire. «Notre problème ici, c'est la loi des clans. Le seul fait d'être arrêté vaut peine de mort pour les femmes», dit le lieutenant Ahmed (son prénom a été changé). Dans ses quartiers, le siège des services de renseignements d'une petite ville située au sud de Mossoul, l'officier retient une femme prisonnière. Elle est tout en nuances de sombre. Robe sombre, voile sombre, regard sombre. Cette femme de 44 ans, que nous appellerons Yousra, est accusée d'avoir été membre de la Hisba dans la vallée du Tigre. Selon le lieutenant Ahmed, il y aurait eu de 40 à 60 agents de cette institution, dans cette vallée.

Yousra a été arrêtée fin janvier. Elle essayait de fuir Mossoul, la «capitale» irakienne de Daech, pour se rendre dans un camp de réfugiés. Elle se présente à un check point. À l'enregistrement de son nom, elle est identifiée comme la proche parente d'un haut cadre de Daech, le wali de la vallée du Tigre - l'équivalent d'un préfet. L'homme s'appelle Abou Talout, du puissant clan des Talout, qui s'est rangé aux côtés de l'État islamique.

Yousra nie et assure n'avoir été arrêtée que parce qu'elle est épouse et sœur de djihadiste. Elle se lamente: «À présent, n'importe quel membre de l'État islamique a le devoir de me tuer. Vous ne savez pas de quoi ils sont capables. Ma vie ne vaut pas plus qu'un papier brûlé.» Pour au moins deux raisons. Être prisonnière des autorités irakiennes cause le déshonneur du clan. Et, en proche parente d'un haut cadre, il faut s'assurer de faire respecter la loi du silence. Coupable ou non, Yousra ne pourra jamais retourner dans sa communauté. Dans le cadre de la loi antiterroriste irakienne, elle risque jusqu'à quinze ans de prison.

Les membres des forces de l'ordre risquent eux-mêmes des représailles, être les victimes d'une vendetta qui pourra prendre des années avant de les frapper. Dans de nombreux cas, les autorités préfèrent fermer les yeux et laisser échapper d'anciennes femmes appartenant à l'État islamique, plutôt que de procéder à des arrestations qui risquent de déclencher de nouvelles flambées de violence. En attendant la prochaine génération de djihadistes, comme les riverains d'un volcan la prochaine éruption".

SOURCE :Cet article est publié dans l'édition du Figaro du 06/03/2017. Accédez à sa version PDF en cliquant ici