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10/04/2019

La belle réligion de Muhammad

VIDEO YOUTUBE 

https://www.youtube.com/watch?v=mOTXPuAd0Ow&feature=y...

02/04/2019

La vita secondo Muhammad

Al seguito del recente efferato crimine perpetrato a Torino da un marocchino, promosso italiano dai progressisti, in cui un innocente é stato sgozzato per la sola ragione di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato, si impongono alcune brevi considerazioni relative a questa ideologia criminale mascherata sotto le spoglie di una pseudo religione

Infatti, il sacrificio di Stefano Leo, "bianco e italiano' , non servirebbe a nulla se non si coglie l'essenza dei meccanismi mentali che conducono questi "credenti" seguaci del modello del pedofilo della Mecca a compiere tali atti

Il primo errore sarebbe quello di credere che si tratta di fatti sporadici, frutto di menti psichiatriche (il che è parzialmente vero, essendo l'islam un'idéologia schizofrenica).

Se riprendiamo i fatti salienti successi intorno a noi nel corso degli ultimi 2 anni, oltre al caso torinese, troviamo la strage del Batclan, lo sgozzamento delle due diciottenni della stazione di Marsiglia, lo sgozzamento delle altre due giovani donne scandinave nell'Atlas marocchino, lo sgozzamento del prete di Rouen, la strage del mercato di Natale di Strasburgo,la strage di Berlino, il massacro di Nizza, l'attacco alla scuola ebrea di Tolosa, la strage del treno olandese,....ecc

Secondo voi, eccezion fatta dell'impregnazione massiccia dell'ideologia criminale maomettana, quali sono gli elementi costituenti che hanno trasformato queste povere vittime in agnelli sacrificali dei combattenti maomettani?

Si tratta di donne occidentali socialmente emancipate

Si tratta di persone di varia età che desiderano festeggiare nella pace e nella serenità

Si tratta di rappresentanti di culti considerati miscredenti

Si tratta di giovani occidentali che amano la vita, la musica ed i sani piaceri della vita

Ebbene tutto cio',e molto altro, è riprovevole nel modello coranico maomettano

Conseguentemente è giusto punirli, che dico punirli....sacrificarli!

Si sacrificarli perché se in altri culti non musulmani l'espiazione dei peccati si fa con la preghiera, per i cristiani con la confessione, nella setta di Allah il perdono di Dio si conquista altrimenti, si riscatta!

Lo si acquisisce rendendo onore ad Allah nella persona del suo "messaggero" Mohammed

In primis lo si ottiene con il sacrificio degli infedeli, poco importa se innocenti, ma comunque infedeli!

E questa è la via coranica del paradiso, non quella dell'inferno, come nelle altre culture mondiali

L'inversione della scala del bene e del male opera nell'islam un ribaltamento perfetto

La nostra cultura occidentale ci impone di tutelare la vita, foss'anche quella di un assassino

La cultura maomettana non si cura della vita in se, l'individuo non ha valore, conta solo la Oumma, la comunità dei "credenti"

Ed è cosi che sopprimere la vita di chi espone su se stesso un modo di essere e di pensare diametralmente opposto alla visione maomettana.....diventa il cammino dell'espiazione, la via verso il paradiso delle vergini

In conclusione, fintanto che non si capirà chiaramente che per evitare i crimini di domani occorre arginare e impedire in tutti i modi leciti il diffondersi della predicazione musulmana, con la quale ineluttabilmente si creeranno le premesse del modello balcanico di domani, che non sarà la Croazia, la Serbia e la Bosnia, ma l'Europa intera

Eccezion fatta, forse, dei Paesi "islamolucidi": Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca....

La parola d'ordine è una sola:resistenza, mobilizzazione civile, politica, culturale!

04/10/2017

Islam terrorista: l'ipocrisia dei Media

Dunque riepiloghiamo: la Cia aveva avvertito i servizi spagnoli sul rischio di un attentato proprio alla Rambla. L’Isis già in febbraio aveva minacciato azioni terroristiche nelle aree frequentate dai turisti e il rischio era così elevato che, come ha sottolineato ieri Germano Dottori durante lo speciale su Rai3, alcuni tour operator hanno reclutato in segreto più di 100 ex membri delle truppe speciali britanniche, affinché controllassero siti sensibili, come le spiagge di Ibiza.

Sulla strage di Barcellona è già stato detto quasi tutto, mi limito a due osservazioni.

La prima. Considerato l’altissimo livello di allarme era così difficile blindare le Ramblas con delle protezioni anti intrusione, come avviene in molte piazze europee? Purtroppo siamo di fronte, come già avvenuto a Parigi e a Nizza, a un clamoroso fallimento dei servizi di intelligence, in questo caso spagnoli.

La seconda. E’ giunto il momento di smascherare l’ossimoro dietro a cui si trincerano le autorità dopo fatti come questi. Il refrain è sempre lo stesso: orrore per gli attentati, ma noi siamo migliori, noi non dobbiamo aver paura; dunque dobbiamo continuare a mantenere le frontiere aperte e ad accogliere gli immigrati islamici. Paradossalmente fino ad oggi questo approccio è stato vincente, ma razionalmente non sta in piedi.

Anche l’ultimo attentato in Finlandia è avvenuto al grido di Allah Akbar.

E questo perbenismo porta a inaccettabili forme di autocensura. Guardate queste immagini:

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Vi ricordano qualcosa? La prima la conoscete tutti. I media non si sono fatti scrupoli nel mostrare l’immagine del piccolo Aylan, perché serviva a giustificare moralmente l’immigrazione, ma la seconda immagine, segnalata su twitter, non diventerà una hit mondiale. La maggior parte del pubblico non la vedrà mai, eppure mostra un altro bambino di tre anni ucciso assieme alla madre dei terroristi islamici sulla Rambla. Viene censurata. Perché se venisse diffusa susciterebbe un’altra ondata emotiva ma nel senso contrario a quello desiderato dal mainstream multiculturale e globalizzante. E’ un’ipocrisia, ma rivelatrice. Così si gestisce l’opinione pubblica.

Sia chiaro: sebbene le cause del terrorismo non possano essere banalizzate e ha ragione chi sostiene che a destabilizzare il Medio Oriente siamo stati noi occidentali, in primis gli americani in Irak, Afghanistan, Libia e Siria, è innegabile che l’immigrazione incontrollata a cui stiamo assistendo da mesi e che riguarda principalmente l’Italia, sia fonte di destabilizzazione sociale, per la mancata integrazione di masse enormi di migranti a cui è impossibile garantire un lavoro e una normale accoglienza, e dunque di fenomeni estremi, come l’aumento della violenza, della criminalità, dell’estremismo religioso e, infine, del terrorismo.

Ecco perché ha ragione chi manifesta gridando “io non ho paura”. Ma quel grido andrebbe accompagnato con l’urlo: “Enough is enough” come dicono gli inglesi. Ovvero l’immigrazione incontrollata, soprattutto quella islamica, non è più accettabile. Ovvero, in italiano, abbiamo sopportato abbastanza.

FONTE http://blog.ilgiornale.it/foa/2017/08/18/immigrati-islamici-e-terrorismo-questa-foto-smaschera-lipocrisia-dei-media/

Islamisme : Le dénis continue

LE FIGARO. - Un attentat a eu lieu, dimanche, à la gare Saint-Charles à Marseille. Deux femmes ont été tuées…

Jeannette BOUGRAB. - L'horreur à l'état brut! Viser les femmes par égorgement et éventration, comme dans les montagnes de Blida, en Algérie, dans les années 1990, n'est pas anodin. Cela a une signification politique. Selon Ali Harb, un philosophe libanais, la violence dans l'islam est démultipliée parce que sa doxa religieuse se structure autour de deux notions: la pureté et la souillure. Dans l'islam, les femmes sont considérées comme impures. S'attaquer aux femmes, c'est répondre à une lecture littérale du Coran. Lorsque la communauté internationale s'est indignée des viols commis par l'État islamique, leurs dirigeants ont objecté qu'ils répondaient à une prescription: «Chacun doit se rappeler que réduire en esclavage les familles kuffars et prendre leurs femmes comme concubines est un aspect fermement établi par la charia. Et qu'en le niant ou le moquant, on nierait ou on moquerait les versets du Coran.» Même une femme musulmane n'existe pas seule. Mariée, on la soupçonne d'exciter les instincts masculins. Aussi doit-elle se cacher sous des voiles plus ou moins intégraux. Quant à l'égalité à laquelle le droit français nous a habitués, elle n'existe pas dans les pays musulmans. La femme est par nature inférieure. Le plus inouï, c'est qu'il y a des féministes françaises pour le justifier. Comment leur prose peut-elle être publiée dans des journaux qui hissent la cause des femmes comme étendard?

On mesure le degré de civilisation d'un pays à son respect des femmes. Or, on assiste en France à une escalade: des femmes sont chassées des rues et des cafés et désormais égorgées et éventrées. Ce qui me glace le sang au lendemain de cette boucherie de Marseille, c'est le tournant symbolique très important que cela amorce. On pensait que cette barbarie s'arrêterait aux frontières de l'Algérie, de l'Irak ou de la Syrie. Aujourd'hui, elle touche la France. Demain d'autres femmes se feront assassiner dans des conditions atroces. Il faudrait descendre dans la rue pour crier que meurtrir les femmes, c'est meurtrier le corps même de la France.

«Ce qui me glace le sang au lendemain de cette boucherie de Marseille, c'est le tournant symbolique très important que cela amorce»

Jeannette Bougrab

Depuis 2015, on ne compte plus ce type d'attentats. Assiste-t-on à une banalisation? Une résignation?

Il suffisait de regarder dimanche les chaînes d'information: cette barbarie inouïe était reléguée au second plan par rapport à la Catalogne. Plus que de la résignation ou de la banalisation, il faut parler de déni.

On n'ose pas nommer le mal de peur d'être accusé de racisme ou d'«islamophobie». L'égorgement et l'éventration de ces femmes me rappelle le début des violences du FIS en Algérie à la fin des années 1980 et le discours de François Mitterrand qui expliquait ces violences par l'absence de processus démocratique dans ce pays. À l'époque, les élites françaises n'ont pas voulu voir la réalité dans sa monstruosité. Cela s'est soldé par 300.000 morts en 10 ans. De même, après les émeutes de banlieue en 2005, on expliquait qu'à Marseille, il y avait un modèle d'intégration qui fonctionnait, un vouloir vivre ensemble à travers l'identité marseillaise. Et on se rend compte aujourd'hui qu'aucune partie du territoire national n'est protégée de la barbarie islamiste.

Dans votre nouveau livre, vous faites un parallèle avec la guerre d'Algérie. Pourquoi?

La guerre d'Algérie a représenté un tournant car la terreur a été semée délibérément dans la population civile. Les combattants du FLN s'attaquaient aussi bien aux soldats qu'aux enfants et même aux femmes enceintes. Le terrorisme contemporain puise pour partie ses origines dans la guerre d'Algérie, plus précisément dans la dimension religieuse de la lutte pour l'indépendance - dimension longtemps occultée au profit de la seule dimension nationaliste à laquelle elle ne se réduisait pourtant pas. En 2016, dans un livre courageux, Jean Birnbaum, homme de gauche, a critiqué sa propre famille politique pour ce qu'il appelle son «silence religieux». À ses yeux, la gauche refuse d'admettre le fondement religieux des attentats frappant la France de peur de susciter un amalgame entre islam et terrorisme qui pourrait faire le jeu du Front national. Selon lui, ce réflexe quasi pavlovien trouve son explication dans les non-dits de la guerre d'Algérie dont, en particulier, l'occultation de la nature réelle du FLN, à savoir l'enracinement de ce mouvement dans la foi islamique. «La révolution algérienne est fondée et bâtie sur le respect des principes de l'islam», proclamait à l'époque le FLN. Ce mouvement imposait à ses combattants un rigorisme religieux: interdiction du tabac, de l'alcool, des jeux d'argent et nez coupé à ceux qui étaient surpris en train de fumer pendant le ramadan! De crainte de disqualifier ce mouvement politico-militaire indépendantiste, la gauche a préféré taire la dimension religieuse du nationalisme algérien. Pourtant une violence qui s'exerce au nom de Dieu n'est pas n'importe quelle violence. Elle est loin d'être anodine. Nous sommes les héritiers de ce non-dit.

Que faire alors pour éviter que l'histoire ne se répète?

Il y a des choses très concrètes à faire au-delà des incantations. Comment se fait-il qu'un jeune délinquant, qui a tenté à plusieurs reprises d'aller en Syrie, soit remis en liberté avec un bracelet électronique et qu'il puisse, sans être inquiété, aller égorger le père Hamel dans une église? Que faisait sur le territoire le Tunisien qui a assassiné ces deux jeunes femmes à Marseille? Non seulement il était en situation irrégulière, mais également connu des services de police! Ce genre de cas ne devrait pas exister. Il faut, au nom du principe de précaution, pouvoir priver de liberté toute personne liée de près ou de loin à une organisation terroriste. Nous devons réduire le pouvoir d'appréciation des juges qui sont susceptibles de remettre en liberté des individus radicalisés. Cela demande un changement de mentalité de la part des magistrats. Par ailleurs, comme le juge Trévidic lui-même le dit très bien, les textes juridiques ne sont plus adaptés à la situation. Et ce qui est dramatique en France, c'est qu'il y a toujours une explication pour justifier et dédouaner les auteurs d'attentats ou les islamistes qui nourrissent le terrorisme. Lorsque Danièle Obono, députée de Paris (Les Insoumis), explique qu'un chauffeur RATP qui refuse de conduire un bus après une femme n'est pas nécessairement radicalisé, mais peut être simplement «sexiste», elle se fait l'idiote utile, pour ne pas dire la complice, des islamistes. De même que les dix-neuf intellectuels supposés qui, dans Le Monde, ont mené la charge contre Kamel Daoud, coupable d'avoir dénoncé la misère sexuelle du monde musulman - intellectuels qui excusaient les auteurs des agressions sexuelles de Cologne. Depuis Sartre, cette «complicité» est propre à l'intellectuel de gauche de Saint-Germain-des-Prés ou d'ailleurs. Jadis, Alain Badiou a salué l'arrivée des Khmers rouges à Phnom Penh, qui ont causé la mort de deux millions de personnes. Aujourd'hui, les intellectuels français devraient s'instruire auprès des intellectuels de culture musulmane qui ont subi l'horreur de la guerre civile en Algérie: Kamel Daoud, mais aussi Boualem Sansal, qui malgré les menaces sur sa vie ne se laisse impressionner ni par les imams qui appellent au meurtre, ni par les meneurs d'une certaine gauche française qui a corrompu le mouvement antiraciste pour en faire un outil d'oppression.

* Vient de publier «Lettre d'exil: la barbarie et nous» (Editions du Cerf, 2017, 224 p., 18 €).

SOURCE http://premium.lefigaro.fr/vox/societe/2017/10/02/31003-20171002ARTFIG00267-jeannette-bougrab-malgre-l-attentat-islamiste-de-marseille-le-deni-continue.php

La strategie islamo totalitaire en version officielle 2000

Edition 2000

Validée à Doha (Quatar)

Tout y est, nécessité de non intégration réélle dans les sociétés occidentales, revendications, apartheid.....

Aucune réaction officielle de la part de nos "élites" politiques et intellectuelles

A télécharger et lire avec attention

C'était avant les Twins towers, les vignettes, Charlie et tout le Bataclan

Après on parlera d'islam de France, d'Europe ou d'autres tromperies de ce genre...

 

TELECHARGEMENT   StratégieExtVFLR1.pdf

03/10/2017

Mauranne , Laura, .....

Uccise da un'idéologia misogina, sessista, razzista, violenta, totalitaria, intollerante, idiota, ritardata mentale, INCOMPATIBILE  con la nostra cultura occidentale

Uccise dalla stupidità di chi tollera l'intollerabile, di chi lascia fare, di chi non osa dire, di chi rinnega secoli di lotte contro chi soffoca la nostra liberta' di pensiero e d'azione

Uccise da chi soffoca nel sangue la gioia solare di vivere di queste nostre ragazze et ci impone donne vestite comme sacchi di immondizia nera (come in alto a sinistra)

Uccise da bestie schizofreniche che invece di ragionare...recitano ed odiano tutto cio' che non é maomettano

Un sacrificio inutile, evitabile, che ne preannuncia altri, ogni giorno ed ovunque nel mondo

Dobbiamo continuare la lotta per loro, per noi, per le generazioni future!

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02/10/2017

Les ennemis de la France se nourrissent de sa tolérance

Inutile de répéter ce qu’ont très clairement et très justement écrit Barbara Lefebvre dans Le Figaro et Jean-Paul Brighelli ici-même, même si à mon avis, cher Jean-Paul, vouloir combattre l’islamisation par la mixité sociale revient à essayer d’enrayer une épidémie en dispersant des malades contagieux dans la population saine.

Le combat contre l’islam politique est avant tout culturel. On peut même dire qu’il n’est que culturel, et que la volonté de défendre notre culture et nos vies y compris par l’emploi de la force légale n’est qu’un aspect, peut-être même un sous-produit, de ce combat culturel. Il est inutile de disposer d’un arsenal sécuritaire, qu’il soit policier, militaire ou juridique, si l’on n’a pas la force morale de s’en servir, ou si l’on s’interdit la lucidité de voir le réel tel qu’il est pour utiliser cet arsenal à bon escient.

L’islamisation et la délinquance des banlieues ne doivent surtout pas être confondues, malgré les liens qu’elles entretiennent. Les idéologues d’Arabie saoudite et du Qatar ne sont pas connus pour avoir grandi dans des ghettos urbains, non plus que Hani et Tariq Ramadan, ou Alija Izetbegović. Cependant, islamisation et délinquance des « quartiers difficiles » ont en commun la faiblesse coupable de la réponse que l’État leur apporte, et son ahurissante inefficacité. Nous allons y revenir.

L’un des ouvrages les plus utiles et les plus stimulants pour qui veut comprendre ce à quoi nous sommes confrontés, est un court mais magistral essai intitulé Fascination du djihad. Fureurs islamistes et défaite de la paix. Nous le devons au médiéviste Gabriel Martinez-Gros, spécialiste d’Al-Andalus et d’Ibn Khaldoun. Historien, il a parfaitement compris ce qui continue d’échapper à beaucoup de journalistes, diplomates, criminologues, ministre de l’Intérieur se prenant pour un psychiatre et autres élus complaisants, ou prétendus experts en déradicalisation.

Voici, entre autres, ce qu’écrit Gabriel Martinez-Gros : « Le désarmement idéologique des États renforce partout la dissidence armée ». Nous sommes face à « des formes de refus et de violence d’autant plus radicales qu’elles sont plus efficaces face à des populations majoritaires de plus en plus désarmées matériellement et psychologiquement », en raison de « la domination sans partage du discours non violent. Il n’est pas de recours à la force, si légitime qu’en semble la cause, qui ne suscite réticence. Il n’est pas de guerre qu’on ne déclare absurde, ou dont on accepte d’examiner les raisons. » Or, « le djihadisme rompt avec la morale des masses, et se revendique en élite de guerriers. »

Sans la rejeter a priori, il disqualifie après examen la thèse de « l’islamisation de la radicalité. » « La première préoccupation de ceux qui la soutiennent est en effet de disculper l’Islam, et surtout la religion musulmane, de toute implication dans la violence du djihadisme – ou plutôt du terrorisme, selon les mots que la réserve médiatique et politique impose le plus souvent. Ces événements, disent-ils, pourraient survenir n’importe où. C’est évidemment faux. […] Ce choix de l’Islam, effectué par des millions de militants dans le monde, n’est ni fortuit, ni superficiel. Tout étudiant en sciences humaines sait – ou devrait savoir – qu’il est impossible d’analyser un phénomène – ethnologique, sociologique, historique – hors des mots dans lesquels il se donne. Imagine-t-on d’analyser le nazisme comme on prétend aujourd’hui analyser le djihadisme, en détachant sa « base sociale » de son « propos idéologique » ? On en conclurait que les nazis furent des ouvriers malchanceux, des petits commerçants ruinés par la crise, des intellectuels au chômage, des ratés du système capitaliste… La guerre mondiale, la hiérarchie des races, l’extermination des juifs ? Simple habillage infantile d’une violence de déshérités… »

Et il dénonce l’aveuglement de « la gauche en particulier, qui ne veut voir que problèmes sociaux là où éclate l’évidence d’un choix politique. Le paradoxe veut que ce même consensus, et cette même gauche, s’alarment d’une extrême droite populiste, dont le programme ne comporte pourtant aucune des condamnations radicales des fondements de l’Occident – en particulier la souveraineté du peuple, l’abolition de l’esclavage et de la polygamie, ou l’égalité des sexes – que les djihadistes proclament très ouvertement. »

Hélas, les Etats « ne permettent en revanche à personne d’imaginer que les « barbares » de leurs banlieues sont autre chose que des civilisés potentiels, malheureux d’être privés des bénéfices de la civilisation. Un délinquant, surtout s’il est jeune, a dû manquer d’affection, d’école, de soin, de théâtre, d’art, de salle de sport…, de mille autres choses sans doute à condition qu’on les fasse précéder du verbe « manquer ». »

Le jeune délinquant, tout comme le djihadiste, sont ainsi avant tout considérés comme des victimes de la société. Leurs victimes à eux, en revanche, n’ayant pas choisi de faire sécession par rapport au reste du corps social, ne sont pas perçues comme des individus à part entière, mais comme « la société » elle-même, frappée uniquement en réponse à ses torts. Puisqu’elles respectent les règles communes, c’est qu’elles les acceptent, donc qu’elles font partie de la société, donc qu’elles portent une part de sa culpabilité collective, donc qu’il est légitime de s’en prendre à elles.

Dans un mélange écœurant de concurrence victimaire, de déterminisme social, de négation du libre-arbitre, et de mépris envers toutes les personnes qui réussissent malgré des origines ethniques, culturelles, géographiques ou sociales dites « défavorisées », cette attitude déresponsabilise les coupables, et désarme ceux qui voudraient les combattre.

Comme le montre très bien Fatiha Boudjahlat, l’odieuse campagne contre Leïla Slimani, par exemple, n’est qu’une tête supplémentaire de cette hydre.

L’Education nationale est coupable de la situation, mais elle n’est pas seule. Les établissements scolaires devraient être des sanctuaires, des havres de sécurité, de paix et de savoir, mais il est illusoire d’espérer que les élèves oublient lorsqu’ils s’y trouvent les leçons qu’ils apprennent en dehors.

Or, pour certains, l’impunité est l’une des plus importantes de ces leçons. Pire encore, quelle que soit la bonne volonté des enseignants, les élèves savent bien que la loi des juges est une autorité supérieure à celle de l’Educ’nat. Et bien qu’ils ne la respectent pas, les plus problématiques d’entre eux savent parfaitement l’utiliser à leur profit. Ils dédaignent leurs devoirs, mais connaissent très bien leurs droits.

Cette attitude destructrice, hélas, est encouragée par la justice des mineurs. Parfois involontairement, parfois de manière calculée, idéologique et militante, notamment par le Syndicat de la magistrature et ses affidés. Dans tous les cas, le constat est similaire : les rappels à la loi et autres mesures dites « éducatives » se succèdent sans être pris au sérieux par les jeunes délinquants. Ils les confortent même dans leur idée que l’autorité officielle n’a aucune crédibilité, ni pour les sanctionner, ni pour les protéger.

Celui qui voudrait vivre normalement, inséré dans la société, découvre bien vite que plus il la respectera, moins la loi le défendra. Mieux vaut donc qu’il se débrouille par lui-même et selon ses propres règles ! De son côté, celui qui fait le choix de la prédation au détriment d’autrui, constate sans cesse qu’il est très facile de violer la loi, et que les leçons de morale ne s’accompagnent que rarement de la volonté d’agir.

Une société qui refuse de se défendre, qui refuse de protéger ses propres membres et qui leur interdit de se protéger eux-mêmes, peut difficilement susciter l’envie d’adhésion !

A ce sujet, demandons-nous aussi quel message véhicule le dédain affiché par beaucoup de politiques, de journalistes et de magistrats envers les forces de l’ordre et les militaires, qui pourtant risquent leur vie pour les protéger…

Ajoutons qu’en les victimisant, la justice infantilise les jeunes délinquants, à tel point que le premier emprisonnement est souvent vécu comme un moment festif, le signe du passage à l’âge adulte. Il est d’ailleurs intéressant de constater que des groupes qui pourtant méprisent notre société continuent à rechercher ainsi sa confirmation que, enfin, quelqu’un est « un homme, un vrai ». Mais comment s’étonner qu’un adolescent que les juges traitent comme un enfant irresponsable préfère se tourner vers le recruteur djihadiste qui lui offre de rejoindre la cour des grands ?

Au passage, on voit l’importance d’un discours comme celui de Charlie Hebdo. Il y a le « même pas peur » infantile de l’après-Barcelone, qui en évitant de nommer l’ennemi pour ne froisser personne montre justement sa peur, et suscite dans les rangs djihadistes un mélange d’incrédulité et de dédain. Mais Charlie est tout autre. Ce qu’il dit à nos ennemis c’est : la violence ne vous rendra pas respectables. Nous prendrons au sérieux la menace que vous incarnez, mais nous ne vous prendrons pas au sérieux en tant qu’hommes. Discours évidemment insupportable pour les islamistes, et ô combien salutaire.

Charlie le dit à travers la Lettre aux escrocs de l’islamophobie qui font le jeu des racistes de Charb, Détruire le fascisme islamique de Zineb, ou tout simplement sa récente couverture « L’islam, religion de paix… éternelle » et le remarquable éditorial de Riss qui l’accompagne. « Le confort, c’est l’obsession de nos sociétés consuméristes » écrit Riss, confort aussi bien matériel qu’intellectuel. Il y a un peu plus de six siècles, Ibn Khaldoun ne décrivait pas autrement ceux qui sont condamnés à être la proie des marges violentes

Lâcheté ou compromission, les refus répétés de permettre les représentations de la pièce de théâtre issue de la Lettre aux escrocs de l’islamophobie  sont eux aussi délétères, et contribuent à donner de notre société une image terrible et méprisable. Voici un homme qui est mort pour avoir mené jusqu’au bout son combat pour nos valeurs, et nous n’avons même pas le courage de faire entendre son message posthume ! L’État islamique, au moins, ne traite pas ainsi ses martyrs…

Nous mobilisons bien des escadrons de gendarmes mobiles et des CRS pour sécuriser les déplacements de ministres, alors qu’ils n’ont pas une once du courage ni de la lucidité de Charb, et qu’ils délivrent des discours creux et des promesses auxquelles personne ne croit, alors que son propos, lui, est nécessaire. Nous pourrions bien mobiliser une fraction de nos forces de l’ordre pour sécuriser quelques théâtres… Je connais même des gendarmes et des policiers qui seraient fiers de le faire bénévolement ! Mais je digresse.

Réformer la justice des mineurs ne suffira pas à combattre l’islamisation de toute une frange de la jeunesse. Il faut aussi, entre autres, rendre possible la fierté d’appartenir à la communauté nationale et à la République, en cessant d’enseigner le mépris de la France et de l’Occident. Lutter intellectuellement contre les dogmes religieux et les influences politiques qui voudraient empêcher la critique des textes prônant le jihad, et donc de fait y préparent. Cesser de condamner aveuglément « la violence » sans jamais interroger ses buts, et offrir des débouchés positifs et valorisés à la soif d’action et d’héroïsme. Savoir que l’on n’affronte pas quelqu’un parce qu’il est « méchant », mais parce qu’il est dangereux. Accepter que l’on ne peut pas sauver les gens contre leur gré, que certains ici ou ailleurs choisissent librement d’être nos ennemis, et que nous devrons les combattre sans haine mais sans faiblesse. Oser affirmer, enfin, qu’il y a des principes sur lesquels nous ne transigerons pas, et des projets de société que nous n’accepterons pas, peu importe qu’ils tentent de s’imposer par la violence ou par des moyens légaux.

Comme l’écrit Karl Popper : « Si nous étendons la tolérance illimitée même à ceux qui sont intolérants, si nous ne sommes pas disposés à défendre une société tolérante contre l’impact de l’intolérant, alors le tolérant sera détruit, et la tolérance avec lui. »

Une justice des mineurs qui comprendrait enfin que la sanction fait partie intégrante de l’éducation ne saurait être une réponse suffisante. Mais elle est une part nécessaire de la réponse.

Elle est indispensable pour montrer à notre jeunesse, et je dis bien notre, quelles que soient ses origines, que la France est crédible, et que nous saurons protéger ceux qui nous rejoignent, parce que nous aurons la détermination de combattre ceux qui nous menacent.

 

SOURCE www.causeur.fr

20/09/2017

Apartheid volontario islamico

Roma, 19 settembre 2017

Oggi in Italia non esiste un profilo standard dell’immigrato, ma il comportamento dei musulmani è fortemente condizionato dall’età.

Si dividono, infatti, in due macro gruppi: gli over 54 sono oltranzisti, conservatori e non hanno intenzione di integrarsi. Nei più giovani, invece, la spinta verso l’Italia è un po’ diversa: circa la metà si sente integrata (45%) e l’altra metà si divide tra chi vuole integrarsi (ma non ci riesce) e chi proprio non vuole.

Due universi di riferimento complementari, decisioni generazionali: i giovani non sono apertissimi verso la cultura occidentale, ma risultano più incuriositi.

Col crescere dell’età c’è una vera chiusura verso l’occidente.

Sei immigrati musulmani su dieci si dichiarano non integrati (58%), ma il dato critico è che il 31% (un terzo del totale) non vuole integrarsi, mentre un ulteriore 28 per cento vorrebbe, ma non ci riesce.

I motivi di queste difficoltà e ritrosie sono legati al lavoro e alla lingua, due temi spinosi per gli stranieri in Italia.

Il processo di inserimento nella nostra società è condizionato dall’età: i più giovani ci provano, i meno giovani no. Le porte dell’Italia verso altri immigrati sono chiuse da parte degli islamici: solo il 43% sostiene che l’Italia dovrebbe accogliere altri profughi, mentre il 33% è convinto che serve un freno. Quasi a confermare che gli immigrati percepiscono la loro posizione di difficoltà: «Se arrivano altri stranieri, per noi che già facciamo fatica è un problema ulteriore». Nel Centro Italia vive gran parte della popolazione musulmana, lì si trova anche lo zoccolo più conservatore.

La spiegazione? Si tratta di una zona vista come un paradiso ‘politico’ per gli immigrati, il Centro storicamente era il territorio più tollerante verso i nuovi arrivati. I più adulti comunque hanno un dna oltranzista e restano ancorati alla propria ideologia: si concentra, infatti, una sacca di musulmani ‘chiusi’.

Il luogo comune secondo cui gli immigrati nel Belpaese sono di passaggio viene abbattuto: chi è qui, vuole rimanere. Circa la metà pensa di restare per sempre (43%) e fra questi prevale la quota degli over 54, gli ‘ortodossi’ (80%).

Solamente il 13% degli immigrati dichiara di essere di passaggio (andarsene entro 3 anni). Circa la metà dei musulmani è nel nostro Paese da più di 5 anni: se non si è già integrato, è difficile che possa farlo in futuro. Dall’altro lato, il giudizio sull’Italia è positivo: il 62% afferma di trovarsi bene nel nostro Paese. I più positivi risiedono al Sud, mentre al Centro molti (il 41%) dicono di trovarsi male. Un’altra criticità è il lavoro, vero problema dell’immigrazione, che genera difficoltà a integrarsi: chi non lavora, fa più fatica e ha meno voglia di essere parte di un progetto, di una cerchia sociale.

Solo il 27% dei musulmani ha un lavoro stabile e il 24% dice di non lavorare (!!!!!!!!): la disoccupazione in Italia è circa all’11%, all’interno del popolo degli immigrati raddoppia. Se a questi si aggiunge il 33% che sostiene di non avere un lavoro stabile, la forbice di immigrati che non riesce a mantenersi con il proprio lavoro si allarga al 50-60%. E’ importante l’area di residenza, perché la professione degli immigrati rispecchia le problematiche dell’Italia: chi non ha un posto di lavoro stabile risiedemaggiormente al Sud (57%,), al Nord prevale la quota di chi ha un lavoro stabile (42%). Indicatore indiretto della volontà di integrazione è anche l’amicizia: uno su due (55%) dice di avere amici italiani ed è molto forte la risposta in relazione all’età.

Tra i giovani l’amicizia con italiani sale al 61%, mentre tra gli anziani arriva solo al 19%, a conferma di una sorta di chiusura di degli over 54. Anche il fatto di avere amici italiani prevale per immigrati al Sud, rispetto al Centro. IL 64% degli immigrati svolge la propria vita sociale nella comunità islamica: il 92% degli over 54 dice di avere relazioni solo nel proprio clan, quota che scende al 73% tra i 35-54enni e cala a chi ha fino a 34 anni. I più giovani cercano relazioni fuori dalla comunità, i più adulti sono bloccati. Rispetto alla lingua italiana, altra importante criticità, uno su due afferma di conoscerla bene (47%): gli anziani sono ancora indietro nella classifica (23%). Il 38% sostiene che un suo figlio dovrebbe sposare solo una persona musulmana, quota non maggioritaria ma importante. Significa che quattro su 10 sono chiusi verso altre religioni: si trovano più al Nord (40%) che al Sud (12%).

FONTE : http://www.quotidiano.net/politica/musulmani-in-italia-1.3406983

18/09/2017

Renzi e Gentiloni amano l'Arabia Saudita

Imporre un embargo sulla vendita di armi all’Arabia Saudita, a chiederlo è il Parlamento Europeo, che negli ultimi anni a più riprese sollecita gli Stati membri a garantire il controllo delle esportazioni europee di sistemi militari. Quelle bombe italiane all’Arabia Saudita.

Un possibile embargo sulla vendita di armi ai sauditi riguarderebbe direttamente anche l'Italia, la quale fornisce sistemi militari all'Arabia Saudita, ovvero sia bombe sganciate sullo Yemen. Si tratta di una guerra dimenticata, che provoca però tuttora morti civili.

La legge 185 vieta la vendita di armi a Paesi in guerra o responsabili di gravi violazioni di diritti umani, ma ciò non ha impedito ai governi italiani di fornire armi ai sauditi per centinaia di migliaia di euro. Ora a chiedere di cessare le forniture all'Arabia Saudita è lo stesso Parlamento Europeo, ma l'attuazione dell'embargo ricade sui singoli Stati membri. Tuttora infatti non esistono misure sanzionatorie né un'autorità di controllo competente. Per fare il punto della situazione sull'export di armi italiane all'Arabia Saudita Sputnik Italia ha raggiunto Giorgio Beretta, analista dell'Osservatorio sulle armi (OPAL) e della "Rete Italiana per il Disarmo".

— Il Parlamento europeo ha proposto un embargo sulla vendita di armi all'Arabia Saudita. Giorgio Beretta, qual è il suo punto di vista?

— La richiesta è all'interno di una risoluzione del Parlamento europeo che riguarda il controllo delle esportazioni di sistemi militari dei paesi membri. È molto rilevante perché l'Europarlamento ha deciso di rinnovare, per la terza volta in due anni, l'invito all'Alto Rappresentante per la politica estera, Federica Mogherini, a "avviare un'iniziativa finalizzata all'imposizione da parte dell'UE di un embargo sulle armi nei confronti dell'Arabia Saudita" in riferimento all'intervento militare della coalizione a guida saudita in Yemen. Un intervento — va ricordato — che non ha avuto alcuna legittimazione da parte delle Nazioni Unite che hanno solo "preso atto" della richiesta del presidente deposto di un intervento militare a protezione della popolazione. Cosa è successo è sotto gli occhi di tutti: a quasi 900 giorni dall'inizio dell'intervento militare, le agenzie dell'Onu riportano un altissimo numero di vittime, più di 10mila morti fra i civili, tra cui migliaia di bambini. Un rapporto delle Nazioni Unite afferma che le azioni militari della coalizione saudita in Yemen come azioni che possono costituire crimini di guerra, cioè la massima espressione che può dare un comitato di esperti.

— Com'è risaputo, l'Italia vende armi all'Arabia Saudita. Di fatto l'Italia viola le normative nazionali che vietano la vendita di armi a Paesi in guerra?

— Nel rapporto delle Nazioni Unite viene documentato anche l'impiego di ordigni italiani per bombardare zone civili in Yemen. Sono le bombe prodotte dall'azienda italiana RWM Italia che sono prodotte ed esportate con l'autorizzazione del governo italiano. Sia da parte del governo Renzi, che le ha autorizzate, sia del governo Gentiloni che sta continuando a permettere le spedizioni. La legge italiana, la n.185 del 1990, vieta espressamente l'esportazione di sistemi militari "a paesi in conflitto armato" e, qualora il governo intenda esportare armamenti in queste zone, richiede che venga consultato il Parlamento.

Alcuni Paesi dell'Unione europea come la Svezia e l'Olanda hanno deciso di sospendere l'invio di armamenti all'Arabia Saudita. Altri Paesi come la Germania hanno optato per sospendere le forniture di sistemi militari che potrebbero essere utilizzati dalla coalizione saudita nel conflitto in Yemen. L'Inghilterra, la Francia e l'Italia invece stanno proseguendo con le esportazioni. L'Italia nel 2016 ha autorizzato l'esportazione di quasi 20 mila bombe aeree per un valore di oltre 411 milioni di euro: è la maggiore esportazione di bombe mai effettuata dall'Italia dal dopoguerra. Vi è quindi una chiara decisione politica.

— C'è stata qualche iniziativa da parte del parlamento?

— La materia attualmente è in discussione al Parlamento italiano. Ci sono due risoluzioni presentate alla Camera, una dal Movimento 5 Stelle e l'altra da Sinistra Italiana, che chiedono espressamente la sospensione dell'invio di bombe all'Arabia Saudita. Le risoluzioni sono una risposta alla richiesta di numerose associazioni e reti, fra cui Amnesty International e Rete per il Disarmo, che fin dall'inizio dell'intervento militare hanno chiesto di sospendere l'invio di sistemi militari all'Arabia Saudita e di sostenere la richiesta dell'Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite per un'indagine internazionale indipendente su tutte le parti in conflitto in Yemen. Una richiesta sostenuta dall'Olanda, non sulla quale l'Italia non si è ancora pronunciata.

— L'Italia continua quindi a fornire armi all'Arabia Saudita, giusto?

— Sì. Va comunque detto che l'Italia non è il maggiore Paese esportatore di sistemi militari all'Arabia Saudita. Il presidente Trump ha parlato di un contratto da 100 miliardi di dollari di forniture di armamenti all'Arabia Saudita. Ma anche riguardo a queste forniture i Paesi europei avrebbero un ruolo importante perché molti dei sistemi militari che vengono inviati all'Arabia Saudita hanno delle componenti prodotte da aziende europee.

— Secondo lei cambierà qualcosa se entrerà in vigore l'embargo? Verranno mai sanzionati i Paesi che vendono armi all'Arabia Saudita?

— Le esportazioni di sistemi militari sono autorizzate dai singoli Stati. Questa risoluzione del Parlamento europeo, come le precedenti, ha un fortissimo valore perché chiede all'Alto Rappresentante di attivarsi e, contemporaneamente, pone un'indicazione precisa ai governi degli Stati membri per attivarsi per l'embargo. È perciò la massima espressione possibile per un parlamento democratico verso gli Stati membri. La questione quindi adesso è a capo dei singoli Paesi membri: alcuni hanno sospeso le forniture, altri continuano per questa strada.

Le norme internazionali e quelle dell'Unione europea non prevedono sanzioni nei confronti di chi violasse il Trattato internazionale sull'esportazione di armi o anche la posizione comune dell'Unione europea. Questa è una grossa mancanza, non è un caso se questo avviene: vi è stata una grossa pressione degli stessi Stati per fare in modo che non ci fossero sanzioni. L'unico organo competente a livello internazionale attualmente in grado di definire delle sanzioni è il Consiglio di Sicurezza dell'ONU. A livello europeo è il Consiglio dell'Unione europea. Esisterebbe però un'altra via.

— Cioè?

-In caso di embargo per quanto riguarda l'Arabia Saudita qualora un Paese violasse questo embargo, un altro Paese membro potrebbe essere legittimato a non inviargli armi. Ad esempio, se il Regno Unito violasse un possibile embargo sulle armi all'Arabia Saudita, l'Italia potrebbe non fornire più armi al Regno Unito. Questo servirebbe a spezzare un circolo vizioso. Ricordiamoci però che le lobby e le grandissime industrie di armamenti fanno pressione perché non ci siano forme sanzionatorie per chi viola l'embargo.

FONTE Tatiana Santi su

https://it.sputniknews.com/opinioni/201709155023958-opini...

16/09/2017

Orco partigiano, bambina fascista

L’OCCHIO SULL’INFERNO
Non è una favola. È una storia vera. Parla di Orchi trasformati in eroi e di una bambina trasformata in vittima sacrificale di bestie feroci.

L’ orrore era rimasto impresso sul suo viso, una maschera di sangue, con un occhio bluastro tumefatto e l’altro spalancato sull’inferno”.

Così racconta Stelvio Muraldo, l’uomo che notò il corpo della piccola Giuseppina Ghersi tra il cumulo di cadaveri abbandonati davanti al cimitero di Zinola poco fuori Savona, in quei giorni di Aprile del 1945; macabro regalo lasciato alla storia del nostro Paese da giustizieri partigiani, eroici campioni di atrocità impunite.

Erano terribili le condizioni in cui l’ avevano ridotta (…) avevano infierito in maniera brutale su di lei, senza riuscire a cancellare la sua giovane età‘”.

Perché Giuseppina Ghersi aveva 13 anni quando il 25 Aprile fu prelevata insieme ai genitori, gestori di un banco di frutta e verdura al mercato di San Michele, e portata nel campo di concentramento di Legino; uno dei luoghi degli orrori messi in piedi dai partigiani comunisti finita la guerra, ma che non troverete raccontati su nessun libro di scuola; luoghi dove si consumarono crudeltà, eccidi, torture, esecuzioni di massa, come in quello di Mignagola vicino Treviso, un luna park del sadismo per quelli della Brigata Garibaldi.

A Legino la famiglia Ghersi conobbe un volto inaspettato della democrazia che stava arrivando: madre e figlia seviziate e stuprate dai “Liberatori” davanti agli occhi del padre affinché confessasse dove nascondeva denaro e gioielli che pensavano possedesse. Perché c’era una parte dell’antifascismo di quei tempi che aveva un più saldo convincimento ideale associandosi al banditismo.

Poi la famiglia Ghersi venne divisa: papà e mamma portati nel carcere di S. Agostino (nonostante il comando partigiano avesse dichiarato cha a loro carico “non era emerso nulla”), mentre la piccola Giuseppina trattenuta nel campo, dove venne uccisa qualche giorno dopo, con un colpo di pistola alla testa; forse perché non potevano rimanere aperti gli occhi che avevano visto un aspetto dei Liberatori che non doveva essere raccontato.

La tragedia della famiglia Ghersi continuò negli anni successivi con persecuzioni, violenze, povertà tanto che i genitori furono costretti a lasciare Savona e a mendicare in giro per l’Italia.

Quella di Giuseppina Ghersi è una delle innumerevoli storie di violenze e abusi che si consumarono in quel periodo storico terribile che fu la Guerra civile italiana. Dall’una e dall’altra parte. Violenze che non risparmiarono bambini e adolescenti, figli di fascisti o comunisti o semplicemente inciampati in un destino più cattivo della loro innocenza.
Ma a differenza di altri, Giuseppina fa parte di quei morti che non sono mai morti perché non sono mai esistiti.
Persino Wikipedia rifiuta di ospitare la sua storia; troppo complicato ammettere che la Resistenza non fu quell’ovattato racconto eroico su cui si è costruita la grande menzogna italiana e l’ordine morale costruito dai vincitori.

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L’ORCO PARTIGIANO
La storia della piccola Ghersi torna alla ribalta oggi che il comune di Noli ha deciso di dedicarle una targa scatenando le reazioni violente degli antifascisti del nuovo millennio che di nuovo non hanno nulla.

Il Segretario provinciale dell’Anpi, l’Associazione Nazionale Partigiani, è sdegnato, scandalizzato, offeso: “Giuseppina Ghersi era una fascista. Protesteremo col Comune di Noli e con la prefettura”.
L’Anpi di Savona rilascia un comunicato più articolato per giustificare l’ingiustificabile: “La pietà per una giovane vita violata e stroncata non allontana la sua responsabilità per la scelta di schierarsi ed operare con accanimento a fianco degli aguzzini fascisti e nazisti”.

Sembra che parlino di un gerarca del regime o di un fucilatore; invece parlano di una ragazzina di 13 anni violentata, seviziata da belve feroci che solo l’indecenza morale può evitare di condannare.

Nei giorni in cui il Paese assiste ad un crescendo di violenze sulle donne, questi vecchi arnesi di un antifascismo militante pagato con i soldi nostri, manifestano una impietosa capacità di disprezzare il corpo e la dignità di una ragazzina.
Non una sola parola contro gli Orchi che hanno violato quella giovane, anzi quasi una giustificazione: “lei era una spia!”, tuona un esponente politico della sinistra ligure.

Ma è possibile parlare di “responsabilità per essersi schierata con accanimento” per una bambina di 13 anni? A 13 anni non sei una fascista; a 13 anni non sei neppure comunista. A 13 anni sei solo una bambina che segue la vita e che la vita insegue anche nel turbine della storia, della guerra, dell’orrore.

Ci vorrà una giornata intera perché la Segreteria Nazionale dell’Anpi definisca “terribile e ingiustificabile” ciò che fu fatto a Giuseppina, aggiungendo con ipocrisia pelosa di “aver sempre condannato gli atti di vendetta e violenza perpetrati all’indomani della Liberazione”; cosa non vera, avendoli per decenni sempre negati e nascosti.

ABDULLAH E GIUSEPPINA
13 anni aveva anche Abdullah, il bambino siriano (o forse palestinese) ucciso e poi decapitato in Siria dai ribelli jihadisti anti-Assad un anno fa, non prima di averlo seviziato e aver immortalato la sua paura attorno al ghigno dei suoi massacratori; anche loro, per l’Occidente, erano i “Liberatori”, anche loro si ergevano a combattenti per la libertà; anche per loro il bambino siriano era una spia. Anche loro sono degli Orchi.

La verità è che molti di quelli che combatterono il fascismo erano peggio dei fascisti. Così come i “Ribelli moderati siriani”, sono spesso il volto dell’orrore islamista.

La Resistenza fu tante cose insieme: fu eroismo ma anche infame vigliaccheria, idealismo ma anche criminalità; fu desiderio di libertà ma anche volontà di imporre più cruente dittature.

Roger Scruton, uno dei più lucidi pensatori del nostro tempo, ha scritto che “il primo obiettivo di ogni totalitarismo è annientare la memoria”.
Ecco perché quelli dell’Anpi che vogliono negare il ricordo di Giuseppina non hanno nulla a che fare con la democrazia.
Ecco perché, una nazione che riannoda i fili di una storia sotterrata e nascosta, fa un dono alla propria libertà.

FONTE: Giampaolo Rossi su www.ilgiornale.it