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18/06/2010

Adieu ma France!

Ancien deuxième classe devenu général, secrétaire d'Etat et député, Marcel Bigeard, mort à 94 ans vendredi, jour anniversaire de l'appel de de Gaulle, était l'une des figures les plus populaires de l'armée française.

"La disparition de ce très grand soldat résonne avec une force particulière au moment où la France célèbre l'appel du 18 juin", a déclaré le président Nicolas Sarkozy à propos de ce "chef charismatique, admiré de ses hommes", qui "incarnait la figure héroïque du combattant".

Sorti du rang, ce parachutiste avait gagné ses galons au feu, à la manière d'un maréchal d'Empire, dont il avait le franc-parler et la verdeur de langage, justifiant la torture en Algérie comme un "mal nécessaire".

Héros de la Résistance, puis des guerres coloniales, son nom reste attaché à la bataille de Dien Bien Phu qui sonna le glas de la présence française en Indochine.

Commandant du 6ème bataillon de parachutistes coloniaux, le lieutenant-colonel Bigeard avait été parachuté deux fois sur Dien Bien Phu, encerclé par le Viet-Minh, où il avait résisté jusqu'à la chute du camp retranché, le 7 mai 1954.

Fils d'un aiguilleur des chemins de fer né à Toul (Meurthe-et-Moselle), il est employé de banque quand il est rappelé comme caporal-chef en 1939 sur la ligne Maginot.

Il s'engage dans les corps francs durant la "Drôle de guerre". Blessé, cité, il est fait prisonnier en juin 1940. A sa seconde tentative, il s'évade de son stalag et rejoint l'infanterie coloniale au Sénégal.

Parachuté dans l'Ariège en juillet 1944, il en coiffe les maquis et libère Foix, puis participe à tous les combats pour la Libération.

Prisonnier six mois du Viet-Minh après Dien Bien Phu, dans de dures conditions, il rentre en France en 1955.

Lors du conflit algérien, deux fois grièvement blessé, "Bruno" - son indicatif radio sur le terrain -, commande le 3ème régiment de parachutistes coloniaux.

Sous les ordres du général Massu, il participe à la bataille d'Alger en 1957, à un "travail de flics", comme il l'écrit, où "nos méthodes s'avèrent aussi efficaces en ville que dans le bled". Le recours à la torture est dénoncé par les opposants à la "sale guerre".

Commandant d'un centre d'entraînement à la guerre subversive à Philippeville, il ne sera pas mêlé aux événements d'Alger. Muté en France, il revient à Saïda et, pour s'être montré compréhensif à l'égard des "insurgés " des barricades en janvier 1960, il est rappelé en métropole.

Exilé à Bouar (République Centrafricaine) en 1961, Marcel Bigeard se prononce contre le putsch des généraux à Alger.

Promu général de corps d'armée en décembre 1973, il commande la 4ème région militaire de Bordeaux lorsque Valéry Giscard d'Estaing le nomme, en janvier 1975, secrétaire d'Etat auprès du ministre de la Défense.

Mais il démissionne six mois plus tard, après des propos virulents sur le malaise de l'armée et l'insuffisance de son budget.

Député de Meurthe-et-Moselle (1978-1988), Bigeard préside la commission de la Défense de l'Assemblée (1978-1981).

Adversaire résolu des socialistes - "s'ils sont la rose, je suis leur épine" - Bigeard se qualifiait fin des années 80 de "vieux con glorieux".

Il laisse une quinzaine d'ouvrages, dont "Pour une parcelle de gloire", "Ma guerre d'Algérie".

Cet homme de fidélité avait souhaité la dispersion de ses cendres sur Dien Bien Phu afin de "rejoindre ses camarades tombés au combat".

Au cours de l'été 1994, le vieux baroudeur était revenu pour la première fois sur le site de la terrible bataille. La voix brisée par l'émotion, il avait murmuré: "A bientôt".

AFP

07/06/2010

Turchia: una "pulizia" musulmana non vale un'altra

di Geries Othman


Il vescovo è stato accoltellato in casa e decapitato all'esterno. Ha gridato aiuto prima di morire. Anche l'assassino ha gridato "Allah Akbar!". La presunta insanità di mente dell'omicida è ormai da escludere. Non vi è alcun certificato medico che lo provi. Murat Altun accusa il vescovo ucciso di essere omosessuale. Il ministro turco della giustizia condanna l'omicidio e promette di fare piena luce sull'accaduto.

Iskenderun (AsiaNews) - Oggi alle 16 vi saranno i funerali di mons. Padovese, ucciso dal suo autista, Murat Altun, stranamente "impazzito" lo scorso 3 giugno. Intanto si aggiungono nuovi particolari sulla dinamica e sui moventi dell'uccisione che ha prostrato la Chiesa turca.   Alla cerimonia delle esequie, che si svolge nella chiesa dell'Annunciazione, partecipano il nunzio apostolico, mons. Antonio Lucibello, i vescovi latini di Istanbul e Smirne, il vescovo armeno cattolico di Istanbul, oltre a tutti i sacerdoti della Turchia e rappresentanze delle ambasciate internazionali.   Sarà presente anche un delegato della Conferenza dei vescovi dell'Europa. Non è invece prevista la presenza di vescovi da altre nazioni e in particolare dall'Italia: subito dopo il funerale a Iskenderun, la salma di mons. Padovese sarà portata in Italia a Milano, dove riceverà altre esequie. La data dei funerali in Italia è fissata con ogni probabilità a lunedì 14 giugno. Il ritardo è dovuto al fatto che anche la magistratura italiana ha richiesto di fare un'autopsia sul cadavere martoriato del vescovo.   Mentre i giorni passano, si aggiungono nuovi particolari alla vicenda dell'assassinio e alla presunta "insanità" dell'uccisore.   I medici che hanno effettuato l'autopsia hanno rilevato che mons. Padovese presentava coltellate in tutto il corpo, ma soprattutto dalla parte del cuore (almeno 8).  La testa era quasi completamente staccato dal tronco, attaccata al corpo solo con la pelle della parte posteriore del collo. Anche la dinamica dell'uccisione è più chiara: il vescovo è stato accoltellato in casa. Egli è riuscito ad avere la forza di andare fuori, sulla soglia della casa, sanguinante e gridando aiuto e là avrebbe trovato la morte. Forse solo quando egli è caduto a terra, qualcuno gli ha tagliato la testa.   Testimoni affermano di aver sentito il vescovo gridare aiuto. Ma ancora più importante, è che essi hanno sentito le urla di Murat subito dopo l'assassinio. Secondo queste fonti, egli è salito sul tetto della casa è ha gridato: "Ho ammazzato il grande satana! Allah Akbar!". Questo grido coincide perfettamente con l'idea della decapitazione, facendo intuire che essa è come un sacrificio rituale contro il male. Ciò mette in relazione l'assassinio con i gruppi ultranazionalisti e apparentemente fondamentalisti islamici che vogliono eliminare i cristiani dalla Turchia.   Del resto, secondo un giornale turco, il Milliyet del 4 giugno, l'assassino avrebbe detto alla polizia di aver compiuto il gesto "per rivelazione divina".   Davanti a questi nuovi e agghiaccianti particolari sono forse da rivedere le dichiarazioni del governo turco e le prime convinzioni espresse dal Vaticano, secondo cui l'uccisione non avrebbe risvolti politici e religiosi. Fermo restando che, come ha detto Benedetto XVI nell'aereo in viaggio per Cipro, questo assassinio "non può essere attribuito alla Turchia e ai turchi, e non deve oscurare il dialogo".   Davanti alle giuste preoccupazioni del pontefice, si assommano anche le richieste dei cattolici e di alcune ong turche per i quali occorre che la polizia non fermi l'indagine alla sola spiegazione sulla "insanità" di Murat, ma proceda ed approfondisca i suoi possibili legami con organizzazioni dello "Stato profondo", che sfuggono anche al governo turco.   La presunta insanità del 26enne che da oltre quattro anni viveva a fianco del vescovo è ormai indifendibile. Ercan Eriş, l'avvocato della Chiesa, sostiene che l'omicida non può essere diventato depresso in un giorno e che non esiste nessun rapporto sanitario che lo dichiari tale. Ormai é certo che il giovane è sano di mente. Non c'è alcun certificato medico che attesti la sua invalidità mentale. Negli ultimi tempi egli stesso diceva di essere depresso, ma ormai si pensa che questa fosse tutta una strategia per potersi difendere in seguito.   İeri direttamente da Ankara é giunto a Iskenderun il Ministro della Giustizia condannando esplicitamente il gesto e assicurando che verra fatto il possibile per fare piena luce su quanto accaduto.   Stabilire la verità è necessario per lo Stato turco, perché mostri la sua modernità e capacità di garantire il diritto; ma è necessario anche alla Chiesa. Secondo voci nella polizia, sembra che Murat stia offrendo una nuova giustificazione del suo gesto: mons. Padovese sarebbe un omosessuale e lui, Murat, 26 anni, sarebbe la vittima, "costretta a subire abusi". L'uccisione del vescovo non sarebbe un martirio, ma un atto di "legittima difesa".   Ma, secondo esperti del mondo turco, l'uccisione di mons. Padovese mostra un'evoluzione delle organizzazioni dello "Stato profondo": è la prima volta che essi mirano così in alto. Finora avevano colpito semplici sacerdoti; ora invece hanno attentato al capo della Chiesa turca (mons. Padovese era presidente della Conferenza episcopale della Turchia). Allo stesso tempo, il loro fare è divenuto più sofisticato, meno grezzo di una volta. Non ci si limita alla "pazzia", usata già per l'omicida di don Santoro, ma si offrono più spiegazioni, per confondere l'opinione pubblica nazionale e internazionale.

www.asianews.com

03/06/2010

Il pacifismo dei genocidari impuniti e mai pentiti

 

A quanto pare la Turchia islamica di Recep Tayyip Erdogan ha assunto la leadership del movimento "pacifista" filo Hamas. No, non è un errore di battitura il mio, non ho sbagliato a scrivere Hamas al posto di "palestinese". C'è molta differenza tra l'essere filo Hamas e l'essere filo palestinese. E non ho nemmeno sbagliato a mettere la parola pacifista tra il virgolettato, perché adesso vedremo quanto è "pacifista" la Turchia.

La Freedom Flotilla e la Ong IHH - "piccola flotta della libertà" questo significa Freedom Flotilla, un nome che prende in prestito due termini di lingue differenti: freedom dall'inglese e flotilla dallo spagnolo. Senza dubbio un nome suggestivo che evoca epiche lotte per la libertà. In effetti c'è ben poco di pacifista in questo nome ideato dalla Ong turca IHH. Già ieri Miriam Bolaffi nel suo articolo aveva dato una piccola descrizione di questa controversa Ong turca che amministra milioni di dollari e sostiene apertamente la Jihad globale, che da anni sostiene finanziariamente Hamas e altre organizzazioni islamiche legate ai Fratelli Musulmani. Negli anni scorsi, prima dell'avvento di Erdogan, la IHH veniva tollerata dal Governo turco, ma dall'ascesa al potere di Erdogan con il conseguente cambio di rotta islamista della Turchia, la IHH ha assunto sempre più potere all'interno della Turchia. Il Governo turco ha iniziato a finanziarla e, soprattutto, ad usarla. Molto facile usare il paravento di una "organizzazione umanitaria" per condurre una politica aggressiva volta principalmente al potenziamento della linea islamica voluta da Erdogan, una linea che si discosta completamente da quella laica portata avanti dalla Turchia fino qualche anno fa e voluta dal suo padre fondatore, Mustafa Kemal Atatürk. Uno degli scopi principali della IHH è sempre stato quello di sostenere Hamas e in questo il Governo di Erdogan l'ha senza dubbio favorita elargendole diversi milioni di dollari e conducendo una politica estera che gradualmente ha assunto nette posizioni anti-israeliane e filo Hamas. La politica estera implementata dal Governo turco negli ultimi mesi è stata tutta volta a rafforzare i legami con i maggiori nemici di Israele: Siria, Iran ed Hamas. In particolare con l'Iran (ma lo vedremo in seguito) il rapporto si è fatto molto forte. In questo contesto nasce l'idea della Freedom Flotilla, una specie di ariete per scardinare il legittimo blocco imposto da Israele ed Egitto sulla Striscia di Gaza e su Hamas. Paradossalmente, nei fatti accaduti i giorni scorsi, una delle principali vittime è proprio l'Egitto, costretto a riaprire i valichi con Gaza per sedare preventivamente le prevedibili manifestazioni dei Fratelli Musulmani, molto forti in Egitto. La Freedom Flotilla è stata quindi una vera e propria arma politica contro Israele ed Egitto a favore di Hamas e dei suoi padri putativi, quei Fratelli Musulmani ancora così potenti all'interno dell'Egitto, specie in un momento pre-elettorale come questo. Niente di umanitario quindi.

Il patto con gli Ayatollah iraniani - Alla fine del 2008 viene siglato un accordo di collaborazione militare tra Turchia e Iran che all'apparenza riguarda solo il territorio del Kurdistan (quello turco e quello iraniano). Al patto aderirà nel 2009 anche la Siria. L'accordo prevede una collaborazione militare volta a contrastare i gruppi di resistenti kurdi presenti nelle regioni dei rispettivi stati, cioè il PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) in Turchia, e il PJAK (Partito per la Libertà del Kurdistan) in Iran e in Siria. In realtà l'accordo prevede ben altre cose, tra le quali la deportazione dei dissidenti (Kurdi e non) di uno qualsiasi dei tre Paesi arrestati durante il transito in uno dei Paesi firmatari. Questa parte dell'accordo ha riguardato in particolare la Turchia e l'Iran, specie negli ultimi mesi. Sono infatti centinaia i dissidenti iraniani arrestati in Turchia e poi deportati in Iran. La dissidenza iraniana ha calcolato che siano circa 800 i dissidenti iraniani arrestati dalla turchia mentre cercavano di raggiungere l'Europa per sfuggire alla repressione degli Ayatollah seguita al colpo di stato dello scorso anno. Di questi almeno 300 sono ancora detenuti nelle carceri turche in attesa di essere deportati in Iran. Secondo Protocollo ha notizie certe di almeno 60 dissidenti iraniani incarcerati attualmente nel carcere di massima sicurezza di Buca Kiriklar a Izmir. L'accordo di collaborazione politico-militare tra Turchia e Iran è solo il primo tassello di quello che diventerà poi un vero e proprio mosaico di interessi militari e politici in Medio Oriente, interessi che giocoforza si scontrano con quelli israeliani ed egiziani e che calpestano apertamente ogni tipo di Diritto Umano.

Il Kurdistan - Da quando Erdogan è salito al potere si è intensificata la repressione contro il popolo kurdo e contro i gruppi di resistenza kurdi. La legge varata nel 2009 che aboliva quella varata da Atatürk che vietava di parlare in lingua kurda (pena l'arresto e una lunga detenzione) non è mai stata applicata. In Kurdistan la polizia turca continua a incarcerare la popolazione beccata a parlare in kurdo. L'aviazione turca bombarda periodicamente i villaggi kurdi dove ritiene si nascondano i guerriglieri del PKK con centinaia di vittime civili. Ma di questo in occidente non se ne parla se non in alcuni siti specializzati gestiti da dissidenti kurdi. Diverse volte l'esercito e l'aviazione turca sono entrati in territorio iracheno per compiere i loro massacri, il tutto senza che nessuno interferisse nonostante le reiterate proteste del Governo della regione Kurda dell'Iraq. Anche in questo caso centinaia di civili iracheni hanno perso la vita. Non c'è che dire, un Paese pacifista la Turchia.

Avanzata dell'Islam estremista - Da quando Recep Tayyip Erdogan è salito al potere la Turchia ha visto il progressivo avanzare dell'Islam più integralista. I Diritti delle donne sono notevolmente regrediti. I casi di violenza legati alle usanze islamiche si sono moltiplicati come i casi di intolleranza religiosa, il tutto nella sostanziale immobilità (quando non compiacenza) del Governo turco. Moltiplicati anche i casi di matrimoni imposti tra adulti e bambine non consenzienti. Non stupisce quindi l'amore turco verso Hamas, notoriamente ben predisposto a questo tipo di matrimoni.

Questo è, molto in sintesi, il "pacifismo" turco. A dire il vero ce ne sarebbero di cose da scrivere, ma è quasi impossibile farlo in un singolo articolo, per cui vedremo di redigere un dettagliato rapporto. Un fatto è certo: se l'Europa vedeva nella Turchia un ponte verso l'islam e per questo voleva (e vuole) il suo ingresso nell'Unione Europea, si sbaglia di grosso. L'unico ponte che può rappresentare l'attuale Turchia è quello verso l'estremismo islamico che, con le frontiere aperte, avrebbe facilmente accesso alle nostre città. I fatti legati alla Freedom Flotilla dimostrano inequivocabilmente la deriva estremista presa dalla Turchia di Recep Tayyip Erdogan. Secondo Protocollo sta lavorando affinché l'Europa e le Nazioni Unite accertino con chiarezza il ruolo di Ankara in tutta questa faccenda, un ruolo esclusivamente politico e non, come si vuol far intendere, "umanitario" o "pacifista".

Noemi Cabitza

© 2010, Secondo Protocollo. I contenuti sono liberamente riproducibili inserendo un link al post Tutti gli autori di Secondo Protocollo forniscono i loro contributi gratuitamente e in modo volontario

 

07/05/2010

Hassi Messaud:misogynie musulmane en terre d'islam

Pendant que les prêcheurs de la réligion de haïne nous intoxiquent avec un film bidon anti-français sur l'émeute philo-nazifasciste de Sétif, on oublie l'actualité de ce beau Pays d'islam qui s'appele Algérie!

Link: http://fr.wikipedia.org/wiki/Affaire_des_femmes_violent%C...

This is muslim civilisation!!!

http://www.maxmilo.com/product_info.php?products_id=185

15/04/2010

L' empire du croissant donne le "tempo"

Un hôtel, haut de 817 mètres, en construction près de la Grande mosquée de La Mecque, en Arabie saoudite, sera surmonté d'une horloge, dédiée aux musulmans, six fois plus grande que Big Ben de Londres, ont annoncé aujuord'hui ses promoteurs.

Makkah Clock Royal Tower ouvrira partiellement ses portes fin juin, et son horloge sera mise en service un mois plus tard, en prévision du ramadan, le mois de jeûne musulman, prévu vers le 10 août, a indiqué lors d'une conférence de presse à Dubaï son directeur général, Mohamed al-Arkobi.
La tour sera la deuxième plus haute tour en construction au monde, après Burj Khalifa (828 m) de Dubaï.

L'horloge, de 45 m de long et 43 m de large, sera l'icone d'un complexe de sept tours, en construction par le géant immobilier saoudien BinLaden Group et le groupe hôtelier Fairmont pour le compte du gouvernement saoudien, a-t-il ajouté.
Présentée comme "la plus grande au monde", cette horloge, de fabrication allemande (il ne sont pas assez intelligents et travailleurs pour se le construire eux mêmes avec l'aide d'allah NDR), sera visible à 17 km à la ronde le soir et 11 à 12 km le jour, a-t-il indiqué.
L'objectif, a-t-il dit, c'est que les quelque 1,5 milliard de musulmans dans le monde se réfèrent désormais à l'Islamic Mean Time (IMT), plus qu'à la Greenwich Mean Time (GMT).

www.figaro.fr

30/03/2010

Le recul de la Civilisation des Lumières

Le Salon de l'alimentation hallal (« licite » pour la religion musulmane) ouvre ses portes pour la troisième année consécutive aujourd'hui à Paris, Porte de Versailles. Et cela n'est sans doute pas un hasard car la France compte la plus forte communauté musulmane d'Europe (5,3 millions de personnes) au sein de laquelle neuf personnes sur dix achètent des produits alimentaires hallal, selon le cabinet Solis, spécialisé dans le marketing ethnique.

Résultat, ce marché a pris une ampleur qui suscite bien des convoitises. De l'ordre de 4 milliards d'euros en 2008, il devrait atteindre 5,5 milliards cette année. Affaire identitaire ? « Oui, dans certains cas, cela correspond à une forme de repli sur soi. Dans d'autres, à la nostalgie des spécialités culinaires du Maghreb. Pour les plus jeunes, c'est l'expression d'un triple désir de modernité, d'intégration et d'affirmation de ses origines, dit Abbas Bendali, le directeur de Solis. La première génération arrivée du Maghreb n'osait pas revendiquer une alimentation spécifique. La troisième, née en France, veut avoir accès à tous les produits occidentaux, tout en ayant certaines garanties. »

Les jeunes Français musulmans veulent manger de la tartiflette, des hot-dogs, des hamburgers, boire des sodas et manger des bonbons tout en appréciant qu'ils soient conformes à leurs préceptes religieux. Les produits hallal ne doivent pas contenir de viande de porc ou de gélatine de porc (cela peut être le cas dans la confiserie), ni d'alcool - même de simples traces. Quant aux jeunes femmes musulmanes, « les contraintes horaires sont les mêmes pour elles pour les autres. Elles veulent donc trouver des plats préparés hallal », dit Abbas Bendali.

Nestlé, Fleury-Michon, Labeyrie, LDC, Panzani..., les industriels de l'agroalimentaire ont bien compris cette nouvelle donne et développent leur offre avec succès. Les grandes surfaces suivent. Casino a ainsi lancé l'an dernier la première marque de distributeur (Wassila).

Sacrificateurs habilités

Nestlé a commercialisé ses premiers produits hallal en 2006, soupes et bouillons, très prisés en période de ramadan, surgelés et pizzas, saucisses de volailles Herta et Knackis. La mosquée de Paris garantit leur caractère hallal après visite des usines, indique le chef du département ethnique de Nestlé, Bruno Elkasri. Deux autres mosquées interviennent dans le processus de certification, Courcouronne et Lyon. Ces trois autorités mises à part, personne n'est vraiment habilité à garantir le caractère hallal.

« L'étiquette hallal est un choix de celui qui commercialise », explique le ministère de l'Agriculture. Les premières entreprises qui ont créé des chaînes spécifiques et recruté des sacrificateurs habilités sont les abattoirs (Doux, Socopa). C'est à la viande que les musulmans veillent le plus. Ils ont obtenu une dérogation aux règles françaises qui imposent l'étourdissement préalable de l'animal, pour qu'il soit saigné selon leurs codes.

MARIE-JOSÉE COUGARD, Les Echos

 

24/03/2010

On ne conteste pas l'enseignement d'Allah!

 

Quand elle est montée dans un taxi, ce mardi matin, Nojoud Ali a fièrement dit au chauffeur : «Emmenez-moi au Parlement !». Accompagnée de son grand frère Mohammad, elle a rejoint, vers 9 heures, les quelques centaines de protestataires rassemblés devant le Majlis an-Nuwad, pour dire «non» au mariage des fillettes yéménites. Dans la foule, elle s'est sentie toute petite, et pourtant si fière. «Je ne veux pas que d'autres enfants souffrent comme je l'ai fait», nous confie, par téléphone, la plus jeune divorcée de ce pays de la péninsule arabique où la tradition des noces précoces suscite actuellement une vive controverse.

Deux ans, déjà, se sont écoulés depuis que cette fille au visage de poupon, mariée à un homme trois fois plus âgé qu'elle, osa se réfugier au tribunal de Sanaa, pour réclamer sa liberté volée. Elle n'avait que 10 ans. Depuis sa victoire inattendue, largement saluée par la presse locale et internationale, un tabou a été brisé. Inspirées par son courage, d'autres petites voix se sont élevées, et à ce jour deux autres épouses-enfants ont pu divorcer. Les associations yéménites se servent, elles, de l'exemple de Nojoud pour mener, village par village, une vaste campagne de sensibilisation en province. Les autorités sont également plus disertes à ce sujet. Selon un rapport du ministère des Affaires sociales publié l'année dernière, un quart des femmes yéménites se marient avant l'âge de 15 ans. Les raisons sont multiples : grande pauvreté, coutumes tribales et traditions religieuses invoquant l'exemple du prophète Mohammad, qui épousa Aïcha quand elle avait 9 ans...

 

À force de lobbying auprès des députés yéménites, les activistes féministes ont fini par obtenir, en février 2009, l'inimaginable : le vote, au Parlement, de l'augmentation de l'âge officiel du mariage, de 15 à 17 ans et l'imposition d'une amende d'environ 350 euros aux parents qui dérogent à la règle. Mais c'était trop beau pour durer. Sous la pression d'une minorité active, menée par d'influents députés conservateurs, une demande de réexamen de la nouvelle loi empêche sa promulgation. «La polémique, qui dure depuis un an, est soudainement revenue sur le devant de la scène alors que le Comité constitutionnel, qui a hérité du dossier, doit se prononcer le mois prochain sur la conformité de la loi avec l'islam», explique Houria Mashour, la vice-présidente du Comité national des femmes. Dimanche, ce sont d'abord les ultras du Yémen qui ont donné le ton, en organisant, devant le Parlement, un rassemblement de femmes voilées. «Ne bannissez pas ce qui a été autorisé par Allah», pouvait-on lire sur leurs pancartes. Ce mardi, c'était au tour des partisans de la réforme de riposter, à l'appel de différentes ONG militant pour les droits des femmes. «Nous sommes des enfants, nous voulons pouvoir jouer et étudier», disait l'un des slogans prononcés lors de la contre-manifestation à laquelle Nojoud s'est rendue. «Notre combat n'est pas gagné d'avance, mais l'expérience prouve que la persévérance peut finir par payer», insiste Shada Nasser, son avocate.

www.figaro.fr

 

07/03/2010

Dialogo islamo-cristiano

E' di almeno 200 morti il bilancio delle violenze interreligiose tra cristiani e musulmani avvenute nelle ultime ore nei pressi della città di Jos, nel centro della Nigeria. Lo riferiscono testimoni oculari. Una fonte della Croce Rossa ha riferito che centinaia di persone stanno abbandonando le proprie case a Jos a causa degli scontri.

L'ATTACCO - Secondo quanto riportano testimoni locali intorno alle tre di questa mattina i pastori islamici hanno attaccato il villaggio di Dogo Nahawa, a sud di Jos, sparando in aria e colpendo la popolazione a colpi di machete. Circa 18 cadaveri sono stati portati fuori dalla città e sotterrati, altri feriti sono stati portati in ospedale. Come detto la Croce Rossa internazionale ha fatto sapere che molte persone stanno fuggendo dalle loro case. La situazione nel Paese è sempre più tesa da quando il 9 febbraio scorso il vicepresidente Goodluck Jonathan è stato nominato presidente provvisorio in vista delle prossime elezioni presidenziali nel primo semestre 2011. Il rientro a sorpresa poi dell'ex presidente Umaru Yar'adua, musulmano del sud, ha poi accentuato il clima di violenza, dal momento che Jonathan, cristiano, ha dichiarato di non voler lasciare la carica.

Redazione online www.corriere.it
07 marzo 2010

 

 

 

26/02/2010

Aujourd'hui Malaisie, demain Europe!

Ils tendent leurs paumes vers un Christ auréolé de rose fluo et ils pleurent. De leurs prières, des mots s'échappent : «cocktail Molotov», «stupeur», «liberté religieuse menacée». La brume ne s'est pas encore dissipée sur les faubourgs de Kuala Lumpur, mais, dans l'église de l'Assomption, vandalisée il y a peu, les paroissiens sont venus nombreux pour évoquer la «querelle d'Allah».

La Malaisie est secouée par une vague de violences inédites contre ses églises. En quelques jours, onze lieux de culte ont été la cible d'attaques et de dégradations. Au départ de la polémique qui divise le pays : The Herald. Cet hebdomadaire catholique local revendique le droit d'user, pour désigner Dieu, du terme d'«Allah» dans son édition de langue malaise, destinée aux fidèles de l'île de Bornéo. À l'issue d'une longue bataille juridique, la Haute Cour de Kuala Lumpur a autorisé, le 30 décembre dernier, les non-musulmans à utiliser le nom «Allah» dans leurs écrits. Mais, face à la colère de groupes islamiques et aux pressions du gouvernement, qui a agité la menace de tensions interconfessionnelles, cette même cour a suspendu son autorisation le 6 janvier dans l'attente d'un jugement en appel.

 

 

Dans l'église de l'Assomption, sous des ventilateurs qui peinent à dissiper la moiteur de l'été tropical permanent, le ton du sermon du révérend Larry Tan est ferme : «Si nous cédons sur ce point, nous ne cesserons de perdre du terrain pour notre pratique religieuse.»

Changement de décor : à la sortie de la mosquée Asy-Shyakirin, à deux pas des tours jumelles Petronas, emblème de la modernité malaisienne, Muhammad Faisal Abdul Aziz, président d'une association d'étudiants musulmans, explique que l'emploi du terme «Allah» par les chrétiens est susceptible de «créer la confusion et favoriser le prosélytisme». «Où s'arrêteront les chrétiens ? Bientôt, ils vont appeler leur église la maison d'Allah et leur Bible, les versets d'Allah». Derrière lui, un homme bedonnant, ne décolère pas : «Allah n'appartient qu'aux musulmans.» Peu lui importe que dans la plupart des pays arabophones, le mot «Allah» désigne à la fois le mot «dieu» et le Dieu de l'islam et qu'il soit utilisé par les non-musulmans. «En Malaisie, l'usage du nom d'Allah est une exclusivité musulmane», insiste-t-il.

«La religion est devenue un facteur de division de notre société», estime l'analyste politique, Chandra Muzaffar. La Malaisie qui était autrefois une nation multiraciale unie est aujourd'hui tiraillée entre ses trois communautés ethniques : les Malais musulmans (60 % des 28 millions d'habitants du pays) et les minorités chinoises et indiennes, réparties entre chrétiens (9 %), bouddhistes et hindouistes.

Derrière «l'absurdité de cette histoire de sémantique», c'est l'islamisation de la société et du débat public qui inquiète le père Lawrence Andrew, directeur du journal catholique au cœur de la polémique. «Cette mainmise sur le mot d'"Allah" est une façon de réaffirmer l'identité et la prééminence politique des Malais, estime-t-il. C'est dans la même veine que la notion de "suprématie malaise", dont le gouvernement nous rebat les oreilles.»

Anwar Ibrahim, principal opposant du pays, y voit également «une manipulation de la question religieuse». «Ce rigorisme affiché par l'Umno, la coalition gouvernementale sclérosée et gangrenée par la corruption, est une tentative désespérée de se faire passer pour un parti islamique et récupérer l'électorat malais conservateur qui l'a déserté au dernier scrutin», explique le chef de l'opposition parlementaire.

Pour Aziz Bari, spécialiste de droit constitutionnel, l'explication tient aussi dans la Constitution du pays, un texte quelque peu ambigu qui garantit la liberté de religion, mais qualifie l'islam de religion officielle. «Dans un pays où la Constitution met en équation les identités malaise et musulmane, la ligne de démarcation entre la race et la religion ne peut être que floue», estime l'universitaire.

Dans cette ambiance délétère, la Malaisie a du mal à échapper au poids des divisions communautaires : sur le campus de l'université islamique internationale, les discussions sur la supériorité et l'identité malaises nourrissent la haine contre les «pilleurs chrétiens». Et l'ostracisme des non-musulmans est tel qu'ils perdent leur sentiment d'appartenance à ce pays qu'ils considéraient jadis comme le leur. L'implosion guette un pays, dévoré par le démon identitaire.

SOURCE de l'article : www.figaro.fr

ndr :  ISLAM = RACISME COMMUNAUTARISTE, PARTOUT DANS LE MONDE

Djihad contre la Suisse

Mouammar Kadhafi a encore frappé. Le guide de la révolution libyenne, adepte des déclarations provocatrices, a appelé jeudi à la guerre sainte contre la Suisse. Il a également demandé aux pays musulmans du monde entier de boycotter les produits suisses d'interdire les avions et navires helvètes dans leurs ports et aéroports.

La raison de cette nouvelle diatribe ? L'interdiction de la construction de nouveaux minarets en Suisse, décidée par référendum en novembre dernier. «Ceux qui détruisent les mosquées de Dieu méritent d'être attaqués par le djihad et si la Suisse était à nos frontières, nous la combattrions», a déclaré Kadhafi qui s'exprimait avant un rassemblement marquant l'anniversaire de la naissance du prophète Mahomet. Avant de reprendre: «Boycottez la Suisse. Boycottez ses marchandises, boycottez ses avions, ses navires, ses ambassades, boycottez cette race mécréante, apostate, qui agresse des maisons d'Allah». Une tirade d'une violence rare chez un chef d'Etat, généralement réservée aux réseaux terroristes islamistes.

Vendredi, l'ONU a répondu aux menaces de Kadhafi par la voix de son directeur général, basé au siège européen de Genève. Serguei Ordzhonikidze a déclaré que «de telles déclarations de la part d'un chef d'Etat sont inadmissibles dans le cadre des relations internationales». Paris juge de son côté «inacceptable» l'appel du dirigeant libyen. Côté suisse, la réaction officielle se fait toujours attendre. Jeudi, le porte-parole du ministère des Affaires étrangères Lars Knuchel n'a pas voulu commenter ces déclarations. Sur cette affaire, Berne semble vouloir faire preuve de prudence et de diplomatie.

 Il faut dire que les relations entre la Libye et la Suisse sont particulièrement tendues depuis 2008 et l'arrestation à Genève de l'un des fils du dirigeant libyen. Hannibal Kadhafi et son épouse avaient été appréhendés dans un hôtel de luxe de Genève, après des accusations de mauvais traitements sur leurs domestiques. Ils avaient été relâchés au bout de deux jours, mais la Libye avait riposté en rappelant ses diplomates, reprenant ses fonds dans les coffres suisses et interrompant ses livraisons de pétrole au pays.

En 2009, l'ancien président suisse Hans-Rudolf Merz avait présenté des excuses à Tripoli et accepté de possibles demandes de dédommagement. Mais la Suisse avait fait marche arrière après l'arrestation de deux hommes d'affaires helvètes pour «séjour illégal». L'un d'eux, Rachid Hamdani, a pu quitter la Libye lundi après avoir passé plus de 19 mois dans l'ambassade suisse de Tripoli. Quant à Max Göldi, condamné à quatre mois de prison par la justice libyenne pour séjour illégal, il s'est plié aux exigences libyennes et s'est constitué prisonnier.

Début février, Tripoli avait répondu à une interdiction de voyage en Suisse visant Khadafi, sa famille et ses ministres en refusant des visas aux ressortissants des 25 pays de l'espace Schengen. Des médiations menées par l'Italie et l'Espagne ont permis d'alléger ces restrictions qui menaçaient l'activité des ressortissants européens travaillant pour l'industrie pétrolière et gazière florissante en Libye.

SOURCE:www.figaro.fr

ISLAM ENCORE ET TOUJOURS: CIVILISATION DE PROGRES TOLERANCE ET PAIX! AMEN