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16/04/2009

Les islamistes s'attaquent ...aux pharmacies!

Une association maghrébine parisienne, Paris-Beurs-Cités, a adressé il y a une dizaine de jours une lettre à la mairie de Paris afin de demander que soient « progressivement supprimées des devantures des pharmacies les enseignes en forme de croix ». La conseillère technique du Cabinet de Bertrand Delanoë en charge des cultes, Ilda Vrospinos, lui a officiellement répondu que sa demande allait être « examinée avec la plus extrême attention ».

L'association, qui se présente pourtant comme « non confessionnelle » et entend «regrouper les jeunes Français issus de l'immigration maghrébine afin de les aider à trouver leur place dans une société encore largement discriminatoire » explique sa démarche par le fait que « ce symbole religieux ostentatoire, vestige d'une époque révolue où la religion catholique était omniprésente dans notre pays » est susceptible de « heurter la susceptibilité des croyants non chrétiens mais aussi des personnes non ou antireligieuses » et « contrevient gravement au principe républicain de laïcité ». « Alors que la crise économique accroît les risques  d'affrontements intercommunautaires, ces enseignes à forte connotation religieuse pourraient être ressenties par certains comme une forme de discrimination, voire comme une provocation », poursuit Paris-Beurs-Cités.
 
La demande pourrait bien aboutir si l'on en croit la réponse officielle de Mme Vrospinos, qui affirme dans la lettre qu'elle a adressée à l'association « comprendre pleinement [ses] préoccupations ». La conseillère technique indique qu'elle va « soumettre [sa] demande à Bertrand Delanoë qui, n'en doutez pas, va l'examiner avec la plus extrême attention ». Elle précise également que le maire de Paris « qui a fait du "vivre ensemble"  l'un des fondements de son engagement », « est très attentif à la bonne entente entre communautés » et qu'il est « pleinement conscient du caractère néfaste de certains anachronismes ». Une dernière phrase lourde de menaces.

 
 02/04/2009 - 08h00
 PARIS (NOVOpress)

 

13/04/2009

Pericoloso ripudiare il marito musulmano!

0KI1FMHA--180x140.jpgGENOVA - Si erano sposati due anni fa. Lui, 23 anni, tunisino. Lei, 22, italiana. Ma l'idillio è durato poco. Lui forse era troppo geloso. Lei forse troppo bella. Liti e scenate e alla fine lei decide di andarsene. Ma quando torna a casa per riprendere alcuni effetti personali, Lisa Molino trova il marito fuori di sé e la lite finisce in tragedia: Walid Hamami l'ha uccisa, con nove coltellate al collo. Il dramma si è consumato in un appartamento al quinto piano di un palazzo di via De Vincenzi, a Molassana, quartiere periferico di Genova.

LA RICOSTRUZIONE - Erano circa le 22 quando i vicini hanno sentito urlare nelle scale. Walid stava scendendo e urlava «Ho ucciso mia moglie». Subito è stato chiamato il 113 e sul posto sono giunte le volanti. Walid era sul portone, il collo insanguinato (gli inquirenti accerteranno poi che si è ferito da solo). Nell'appartamento sangue un po' dappertutto. In una stanza, supino sul letto, il corpo senza vita di Lisa. Nove ferite al collo, una, forse quella mortale, alla giugulare. Sulle pareti, in salotto, ancora i segni dell'unione felice: la foto del matrimonio, e un piatto in terracotta di artigianato tunisino con sopra incisa la data del matrimonio, luglio 2007. Nell'appartamento i poliziotti hanno poi sequestrato due coltelli da cucina insanguinati. Nell'appartamento di Via De Vincenzi la coppia si era trasferita cinque mesi fa e i vicini hanno raccontato di aver incontrato i due soltanto quando rincasavano o uscivano. Sul posto, in serata, sono giunti il medico legale e il sostituto procuratore Francesco Pinto. Walid Hamami è stato portato al pronto soccorso dell'ospedale San Martino e successivamente, su disposizione del magistrato, trasferito al reparto detenuti del nosocomio dov'è tuttora ricoverato in prognosi riservata e piantonato.

www.corriere.it

 

PS: Neanche un mese fa una giovane trevigiana era stata sgozzata dal marito marocchino insieme alla figlia per le stesse ragioni...

01/04/2009

Morire per l'Afganistan?

 

donne--180x140.jpgKABUL - Mentre all'Aja la comunità internazionale discute del futuro dell'Afghanistan, scoppia la polemica, a Kabul e non solo, per una legge recentemente approvata dal parlamento afghano che, secondo l'interpretazione di fonti delle Nazioni Unite e di diverse associazioni per i diritti delle donne, obbliga le mogli ad avere rapporti sessuali con il marito e vieta loro di cercare lavoro, istruirsi o farsi visitare da un medico, senza aver prima il permesso del consorte. «I diritti delle donne in Afghanistan sono un motivo di «assoluta preoccupazione» per gli Stati Uniti, ha detto il segretario di Stato Usa Hillary Clinton, in un incontro stampa all'Aja. «Non si può sviluppare un paese se metà della sua popolazione viene oppresso», ha aggiunto la Clinton, senza citare la legge al centro delle polemiche.

IL NO DELL'ITALIA- La legge ha causato una levata di scudi anche in Italia: «Non possiamo girare lo sguardo dall'altra parte ed essere indifferenti a quanto sta accadendo in Afghanistan, un Paese che, anche se lontano, ha di fatto legalizzato la barbarie nei confronti delle donne»: ha detto il ministro per le pari opportunità, Mara Carfagna. «Siamo sdegnati» ha aggiunto la parlamentare del Pdl, Souad Sbai. Il governo afghano deve «smentire o chiarire» la questione della legge sulle donne che, secondo fonti di stampa britanniche, sarebbe stata recentemente firmata dal presidente Hamid Karzai, ha osservato il ministro degli Esteri, Franco Frattini.

POLEMICHE - Il provvedimento, bollato dalla parlamentare afghana Humairi Namati come «peggiore di quelli dei talebani», è stato votato alla fine del mese di marzo, ed è stato reso noto dalGuardian. Duro il commento del «Fondo di Sviluppo delle Nazioni Unite per le Donne», che mette in guardia da questa legge, non ancora pubblicata ufficialmente, ma confermata dal ministro dell'interno afghano, che affida al padre e, in seconda battuta al nonno, la custodia dei figli in caso di separazione dei consorti. Un altro aspetto fortemente criticato da chi si oppone al provvedimento è la velocità con la quale si è giunti all'approvazione, limitando al minimo la discussione in parlamento. Shinkai Zahine Karokhail, un'altra parlamentare che si è opposta al provvedimento, non ha esitato a denunciare che il presidente Hamid Karzai ha approvato questa legge per garantirsi il sostegno della minoranza hazara (sciiti), che rappresenta circa il 10 per cento della popolazione, in previsione delle elezioni presidenziali che si terranno ad agosto. La costituzione afghana, infatti, riconosce agli sciiti concessioni in materia di diritto di famiglia molto simili a quelle che sono state adottate dal Parlamamento.

IL CONSENSO DEGLI SCIITI - Grande soddisfazione è emersa tra i politici di etnia hazara alla notizia dell'approvazione della legge. «Gli uomini e le donne hanno gli stessi diritti in base all'Islam (falso! NDR), ma ci sono differenze nel modo in cui sono stati creati», ha affermato il leader del partito politico hazara, Ustad Mohammad Akbar, il quale ha poi aggiunto che la donna può rifiutare di avere rapporti sessuali con il marito se è indisposta o ha un'altra ragionevole "scusa". Secondo quanto scrive il quotidiano inglese, Karzai è diventato assai impopolare tra la popolazione afghana e starebbe cercando di riguadagnare il consenso degli sciiti in vista della scadenza elettorale che si preannuncia molto combattuta. Gli hazara, infatti, sono considerati dagli analisti politici l'ago della bilancia nella corsa alla Presidenza. Il portavoce di Karzai, interrogato in merito al nuovo provvedimento, non ha voluto rilasciare dichiarazioni.

 

www.corriere.it

30/03/2009

Les nouveaux maitres de la France

Ecoutez bien l'argumentaire, il n'est pas islamophobe, il est tout simpement islamiquement correct.

Vous ne pourrez plus dire que vous ne saviez pas...

 

http://www.dailymotion.com/video/x8tbfp_la-mosquee-notred...

 

Merci encore une fois a Joaquim Veliocas pour cette information

Filippine: Storie di coraneria ordinaria

 

FILI--180x140.JPGMANILA - Ultimatum del gruppo estremista di Abu Sayyaf che il 15 gennaio scorso sull'isola di Jolo ha rapito i tre volontari della Croce Rossa internazionale (l'italiano Eugenio Vagni, lo svizzero Andreas Notter e la filippina Mary Jean Lacaba): se entro le 14 di martedì (le 8 in Italia) le truppe di Manila non si saranno ritirate dall'isola, uno degli ostaggi verrà decapitato.

«CONDIZIONI INACCETTABILI» - Il ministro dell'Interno delle Filippine, Ronaldo Puno, ha fatto sapere che il gruppo separatista islamico vicino ad al Qaeda insiste per il ritiro di tutti i militari da 15 città dell'isola. Manila tuttavia considera inaccettabili le condizioni poste per l'ultimatum e ha riferito che reagirà con la forza se ad alcuno degli ostaggi sarà fatto del male. Il governo aveva già accettato di ritirarsi dalla parte meridionale di Jolo per allentare la pressione sui terroristi e per consentire l'apertura di un corridoio umanitario da cui gli estremisti islamici potessero liberare uno dei tre volontari. Ma questa mossa non è bastata ai terroristi. Nel 2001 Abu Sayyaf decapitò un ostaggio americano, Guillermo Sobero.


30 marzo 2009

www.corriere.it

 

24/03/2009

Achtung Juden! Les Waffen SS sont de retour!

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Voici ce que  la television ne vous montre pas:

http://www.bivouac-id.com/2009/03/19/video-les-fascistes-...

Que fait Tartuffe et sa Starlette de femme gauche-caviar?

08/03/2009

Oumma:le Darfour ne vaut pas Gaza

chaplin_dictateur_wilders_fitna.gifOmar El-Béchir ne semble pas être impressionné par les menaces internationales. Il a déclaré que rien ne changerait, ni même sa décision d'expulser plusieurs ONG humanitaires, qui jouent pourtant un rôle crucial pour les centaines de milliers de réfugiés du Darfour.

"La décision de la CPI ne va rien changer aux plans et aux programmes du gouvernement", a déclaré le président soudanais Omar El-Béchir à des membres de son parti et de l'opposition lors d'une réunion tard jeudi soir et dont le compte-rendu a été publié vendredi par l'agence officielle Suna.

Arrivé au pouvoir en 1989 à la faveur d'un coup d'Etat militaire, M. Béchir a depuis remporté l'élection présidentielle de 2000 avec près de 87% des voix dans un scrutin considéré comme une mascarade par l'opposition. Il a néanmoins réitéré son engagement en faveur "d'élections libres et justes" au Soudan. Des élections générales sont prévues cette année, mais la date du scrutin n'a pas encore été déterminée. Selon plusieurs analystes, Omar el-Béchir, 65 ans, devrait briguer un nouveau mandat.

La situation humanitaire inquiète

Par ailleurs, le président sous mandat d'arrêt de la CPI a réitéré son exigence de voir disparaître de son territoire treize ONG internationales actives au Darfour, région de l'ouest du pays en proie à une guerre civile complexe qui a fait 300.000 morts selon l'Onu, mais 10.000 selon les autorités soudanaises, et entraîné le déplacement de 2,7 millions de personnes.

A ce sujet, une responsable de l'Onu a affirmé jeudi que cette décision était contraire aux assurances données par Khartoum que l'aide humanitaire ne serait pas affectée en cas de mandat d'arrêt contre le président Omar el-Béchir. Cette décision "est en contradiction avec les assurances que nous avions reçues selon lesquelles les opérations humanitaires se poursuivraient et seraient protégées", a déclaré à la presse Katherine Bragg, responsable adjointe des opérations humanitaires à l'Onu.

Mme Bragg a indiqué que l'Onu avait pris certaines dispositions de précaution pour le cas où des ONG seraient forcées de partir mais a reconnu que l'ampleur de la mesure décidée par Khartoum avait surpris l'Organisation internationale. "L'échelle (de cette mesure) et son caractère immédiat sont un peu une surprise".

Le secrétaire général de l'Onu, Ban Ki-moon, les Etats-Unis et l'Union européenne ont exhorté Khartoum à revenir sur sa décision, qui menace l'acheminement d'une aide humanitaire vitale pour des centaines de milliers de civils. Le porte-parole de la Commission européenne pour les questions d'aide humanitaire a indiqué que "la Commission est sérieusement préoccupée par la décision du gouvernement soudanais". "Si les ONG ne voient pas leur statut et l'accès (au pays) réinstaurés immédiatement, cela affecterait gravement la poursuite des opérations humanitaires visant à sauver des vies au Darfour", a-t-il poursuivi. "Des centaines de milliers de vies sont en jeu".

Pour Médecins sans frontières (MSF), dont la moitié des équipes présentes au Darfour a été expulsée, "le gouvernement de Khartoum a une responsabilité énorme. Il prive d'assistance des centaines de milliers de personnes".

Le directeur des opérations de MSF, Stephan Goetghebuer, a expliqué comment l'ordre d'expulsion leur était parvenu: "Nous n'avons reçu aucune explication des autorités. L'expulsion a été immédiate et dure, le matériel a été saisi. Nos équipes ont eu l'impression d'être traitées comme des criminels". Des zones entières et des populations qui dépendent exclusivement de l'aide humanitaire se retrouvent ainsi totalement privées d'assistance, dénonce MSF qui parle d'une expulsion "choquante et révoltante". "Par ces actes, le gouvernement organise un désert sanitaire. L'absence totale d'assistance pour plus de 400.000 personnes", lance Christopher Stokes, directeur général de la section belge de MSF.

MSF tient a rappeler que leur organisation est indépendante. "Nous ne sommes pas liés à la CPI et nous n'avons pas fourni d'informations à celle-ci. Il n'y a pas de raison valable pour expulser de cette manière la moitié des activités de MSF sur place".

Jusqu'à présent, la section de MSF Belgique (qui compte 27 expatriés) n'a pas reçu un tel ordre d'expulsion, de même que les sections suisses et espagnoles. "MSF Belgique entend rester sur place si la situation le permet, mais l'incertitude persiste car des ONG se font encore expulser actuellement et la situation évolue d'heure en heure sur le terrain", conclut MSF.

LeVif.be, avec Belga

05/03/2009

L'Italia boicottera' la conferenza islamo-razzista di Ginevra

1298832208.jpgBruxelles - Anche l'Italia, dopo gli Usa, ha deciso di ritirare la propria delegazione dalla Conferenza Onu sul razzismo e la xenofobia, nota anche come "Durban II", che si terrà in aprile a Ginevra, per via di parti del testo "aggressive (contro Israele) e antisemite". 

Frattini: non parteciperemo 
È quanto ha annunciato il ministro degli Esteri Franco Frattini, a Bruxelles per partecipare al Consiglio Atlantico della Nato a livello ministeriale. "La delegazione italiana - ha dichiarato il ministro - non parteciperà alla conferenza, in presenza di un testo che contiene almeno due parti inaccettabili". Roma, ha aggiunto, cambierà idea solo se "tesi aggressive e antisemite saranno rimosse". Frattini ha affermato che "anche altri paesi europei" hanno intenzione di seguire la stessa decisione. Si parla di Francia, Olanda, Belgio, Danimarca e, fuori dal Vecchio Continente, anche del Canada.

 

www.ilgiornale.it

04/03/2009

Jordanie, un beau Pays musulman moderne

La maltraitance envers les immigrées employées de maison est très courante en Jordanie ; elle se traduit souvent par une forme ou une autre d’exploitation économique. Ainsi, beaucoup d’entre elles ne perçoivent pas la totalité de leur maigre salaire, ou ne sont pas du tout rémunérées, parfois pendant des années.

Le ministère du Travail jordanien recense plus de 40 000 immigrés employés de maison, en provenance notamment d’Indonésie, des Philippines et de Sri Lanka. La grande majorité d’entre eux sont des femmes.

Les violences physiques et sexuelles sont courantes. Les récits des immigrées employées de maison font état de claques, coups de toutes sortes, crachats, menaces physiques, violences sexuelles et viols.

T., une Philippine de 27 ans, raconte qu’elle était obligée de travailler 17 heures par jour, sept jours sur sept. Son passeport lui avait été confisqué. Elle a confié à Amnesty International qu’elle n’était pas suffisamment nourrie et que « chaque fois que la famille quittait la maison, ils l’enfermaient à l’intérieur ». Elle raconte qu’on a omis de lui payer l’équivalent de presque un an de salaire.

T. a fini par sauter d’une fenêtre du deuxième étage et s’est blessée à la jambe. Son employeur a porté plainte pour vol, manifestement pour ne pas avoir à payer le salaire dû. La jeune femme demande aujourd’hui réparation auprès de son ambassade et des tribunaux.

 

SOURCE     http://www.amnesty-international-audio.fr/spip.php?articl...

Padroni arabo-musulmani e genocidio di Africani nel Darfur

 

p.php.jpegL'Aja - La Corte penale internazionale dell’Aja (Cpi) ha spiccato un mandato di arresto contro il presidente sudanese Omar al Bashir, accusato di crimini di guerra e contro l’umanità per i massacri nel Darfur. Si tratta del primo capo di Stato ad essere incriminato dalla Cpi. Per il consigliere presidenziale del Sudan, Mustafa Osman Ismail, l’ordine d’arresto rientra in un piano di neocolonialismo: "Non vogliono che il Sudan si stabilizzi". E il vice ministro della Giustizia andava confermando che il presidente sudanese Omar al Bashir non rischia di essere arrestato come ha chiesto il tribunale internazionale. Alla diffusione della notizia centinaia di dimostranti sono scesi nelle strade di Khartoum per protestare (ALLAH AKBAR!!!!!NDR).

I capi di accusa La Corte dell’Aia ha riconosciuto al Bashir colpevole di aver orchestrato le atrocità commesse nella regione occidentale del Darfur, dove è in corso dal 2003 una guerra civile( guerra civile? Diciamo un genocidio arabo-musulmano nei confronti delle popolazioni nere autoctone NDR). Tuttavia, la Corte ha ritenuto insufficienti ( INSUFFICENTI!!!!NDR)  le prove a sostegno dell’accusa di genocidio mossa dal procuratore della Cpi, Luis Moreno-Ocampo, contro il leader sudanese (Mai incriminare un leader musulmano, loro sono sempre le vittime, mai i carnefici NDR). Stando a quanto precisato dalla portavoce della Cpi, Laurence Blairon, il mandato di arresto riguarda cinque capi di accusa per crimini contro l’umanità e due per crimini di guerra, tra cui omicidio, sterminio, trasferimenti forzati, tortura e stupro. Rifiutata l'imputazione per genocidio (sic!).

Al Bashir: "Andrò al vertice di Doha" Nonostante il mandato di cattura della corte penale internazionale il presidente sudanese parteciperà al prossimo vertice della Lega araba di Doha. Lo ha annunciato il sottosegretario agli Esteri sudanese, Mutrif Siddiq, alla tv satellitare al Arabiya. L’esponente del governo di Khartoum non teme quindi che a Doha possa essere applicato l’ordine di arresto emanato dalla corte dell’Aja. Per questo ha reso noto che "il presidente sarà presente al summit del 30 marzo e parteciperà a tutti i vertici della Lega araba e dell’Unione africana".

Il Darfur e la guerra La richiesta d’arresto per il presidente sudanese era stata avanzata lo scorso 14 luglio dal procuratore capo della Corte, Luis Moreno Ocampo, il quale ieri aveva ribadito che, a carico di Bashir, esistono "gravi elementi di prova". Ocampo vuole processare Bashir dinanzi al tribunale internazionale per i massacri nella regione sudanese, iniziati nel 2003 e che hanno causato circa 300mila morti e 2,5 milioni di sfollati. È la prima volta che tribunale internazionale processa un capo di Stato in carica. Bashir è alla guida del Sudan, dal colpo di Stato militare del 30 giugno 1989.

La Cpi: "L'arresto spetta agli Stati" La Corte penale internazionale trasmetterà "immediatamente" al Sudan, agli Stati membri della corte e ai membri del consiglio di sicurezza dell’Onu la richiesta di cooperazione per l’arresto e il trasferimento del presidente sudanese Omar al Bashir, riconosciuto colpevole di crimini di guerra e contro l’umanità in Darfur. "La responsabilità di arrestarlo e trasferirlo spetta agli Stati" ha detto il cancelliere della Cpi, Silvana Arbia. La corte non dispone di una forza di polizia. Il presidente al Bashir è il primo capo di Stato in carica a essere incriminato dalla Cpi, da quando è diventata operativa, nel 2002. "Bashir è sospettato di essere responsabile di aver intenzionalmente diretto attacchi contro la popolazione civile del Darfur, uccidendo, sterminando, stuprando e trasferendo con la forza un gran numero di civili, e di saccheggiando le loro proprietà" ha detto la portavoce della Cpi Laurence Blairon.

Critica l'Unione africana L’Egitto ha chiesto una riunione urgente e straordinaria al consiglio di sicurezza dell’Onu, dopo che la Corte penale internazionale (Cpi) ha accolto la richie. Lo ha reso noto il ministro degli esteri egiziano, Ahmed Abul Gheit. La riunione è stata richiesta per "avviare una discussione globale sui mezzi per esaminare le sfide in corso in Sudan e per prendere una decisione che chieda la riattivazione dell’articolo 16 per il ritardo dell’attuazione della decisione" della Cpi. Critico anche il presidente della commissione dell’Unione africana, Jean Ping: "Il mandato di arresto emesso dalla Cpi contro al Bashir rischia di minacciare la pace in Sudan" (in altri termini la guerra contro Hitler rischiava di compromettere la pace in Europa...... BUFFONI!!!!!!!!!!!!! NDR)
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