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05/09/2010

Cronache dall'islam

MILANO - Sono ore febbrili per la sorte di Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna iraniana condannata alla lapidazione per adulterio. Il figlio Sajjad Ghaderzadeh (secondo cui la condanna a morte potrebbe essere eseguita oggi) ha fatto un appello al Papa e al governo italiano perché intervengano per fermare l'esecuzione: «Mi appello a tutti gli italiani, ma soprattutto al loro governo e al premier Silvio Berlusconi». Poi si rivolge al Pontefice: «Esorto il capo della Chiesa, papa Benedetto XVI, a intervenire per salvare la vita di mia madre», per fermare le «atrocità ingiustificate» cui è sottoposta. Per Sajjad, l'unica speranza di fermare il boia è la mobilitazione internazionale, le voci come quella della première dame di Francia Carla Bruni, o di Francesco Totti, che ha aderito alla campagna "Fiori e non pietre" contro la lapidazione di Sakineh, producendo una grande eco in Iran.

VATICANO - Immediata la risposta della Santa Sede. Autorevoli fonti vaticane riferiscono che «da giorni si segue con molta attenzione quanto sta avvenendo in Iran a proposito del caso di Sakineh Mohammadi Ashtiani». «La Santa Sede - aggiungono le fonti - è sempre contraria alla pena di morte, anche in questo caso». Nei sacri palazzi si sta valutando se intervenire in modo ancora più esplicito sulla questione. Ma il tempo a disposizione è poco. Javid Houtan Kian, avvocato della donna, conferma che per l'esecuzione potrebbe essere «questione di ore»: «Il mio ricorso alla Corte Suprema non è stato ancora formalmente accolto e per questo l'autorità giudiziaria ha il potere di rendere esecutiva in ogni istante la condanna a morte per lapidazione. Temiamo che questo possa avvenire a breve». L'avvocato precisa che non gli è permesso di incontrare la sua assistita «da più di due settimane, da quando è stata costretta a rilasciare un'intervista in tv» in cui ammetteva i reati che le vengono attribuiti. Fin da subito il legale e la famiglia di Sakineh avevano denunciato che l'intervista le era stata estorta con le minacce e le torture.

FRUSTATE - Secondo Sajjad la condanna a 99 frustate a carico della madre è già stata eseguita: «In seguito alla pubblicazione sul Times di Londra della foto di una donna senza velo erroneamente attribuita a lei, è stata condannata da un giudice speciale di Tabriz (la città in cui è detenuta, ndr) a 99 frustate. Secondo le nostre fonti, la sentenza è stata eseguita, mia madre è stata frustata pochi giorni fa». «Questo è un fatto insopportabile, che mi indigna veramente» dice Sajjad, che cambia quasi quotidianamente la scheda del suo cellulare per paura di essere intercettato e punito dalle autorità del suo Paese. «Ho paura per me, ma soprattutto per mia sorella» ammette. Il giovane non conosce le condizioni di salute della madre, perché non gli è permesso incontrarla da più di due settimane: «Sono molto preoccupato, spero di poterla incontrare giovedì, ma non sono sicuro che mi daranno l'autorizzazione». L'avvenuta esecuzione delle 99 frustate nei giorni scorsi - pena che Sakineh ha subito anche quattro anni fa, all'inizio della sua vicenda giudiziaria - è confermata dall'avvocato della donna, Javid Houtan Kian: «Secondo la testimonianza di due detenute scarcerate venerdì dalla prigione di Tabriz, Sakineh ha subito in carcere un processo per direttissima in cui è stata riconosciuta colpevole di corruzione morale per aver autorizzato la pubblicare di una sua foto senza velo - spiega il legale -. Dopo la condanna è stata subito frustata per 99 volte».

«GRAZIE TOTTI» - L'avvocato ha poi ringraziato Francesco Totti per il suo impegno a favore di Sakineh: «È molto importante, gliene sono grato». L'attaccante della Roma e Rosella Sensi hanno deposto mazzi di fiori sotto una gigantografia di Sakineh esposta sulla facciata del Campidoglio. Il gesto ha prodotto una grande eco in Iran, dove Totti e la sua squadra di calcio sono molto seguiti. L'agenzia di stampa governativa Irna ha annunciato che boicotterà per almeno un mese la squadra, evitando di pubblicare notizie sul suo conto. «È stato un gesto importante - dice Houtan Kian -, per questo esprimo a Totti il mio affetto, anche in qualità di tifoso della Roma. Speriamo nell'aiuto che ci arriva dall'estero - prosegue - perché in Iran, tranne alcuni attivisti per i diritti umani, ci hanno lasciato tutti soli. È importante che la comunità internazionale, oltre a sostenere Sakineh, sostenga anche la sua famiglia e me perché siamo tutti sotto pressione: io ho subito minacce e sono sotto il controllo degli agenti dell'intelligence, che pochi giorni fa hanno fatto irruzione nel mio ufficio, sequestrando decine di fascicoli di miei clienti condannati a morte. Spero che si mobilitino le istituzioni internazionali, che il Parlamento europeo si pronunci» conclude. Una risoluzione degli eurodeputati sul caso è attesa per la prossima settimana.

150 DONNE - Secondo il legale «l'accanimento contro Sakineh è motivato dalla volontà dell'autorità giudiziaria di dare il via a un nuovo ciclo di lapidazioni di donne condannate a morte». «Secondo le ultime stime in Iran ci sono circa 150 donne in attesa di essere lapidate - spiega -. Con Sakineh, la Repubblica Islamica vuole esaminare la reazione della comunità internazionale nei confronti del ricorso a una pratica primitiva come questa. Se dovesse ritenere che l'impatto delle campagne internazionali non è poi così forte, allora procederebbe senza indugi alla lapidazione di tutte queste donne». Ufficialmente, in Iran tale pratica non viene messa in atto da diversi anni.

 

www.corriere.it

Redazione online

31/08/2010

Sectarisme musulman: en avant toute!!

Jacques-Edouard Charret doit se préparer à recevoir du courrier. En annonçant ce mardi que quatorze nouveaux restaurants Quick proposeront exclusivement de la viande halal à partir du 1er septembre 2010, le patron de la chaîne de restauration rapide s'est attiré les foudres des maires des communes concernées. Plusieurs d'entre eux ont déjà commencé à rédiger une lettre pour solliciter un rendez-vous avec le patron du groupe.

Ce ne sera pas une première pour Jacques-Edouard Charret. En expérimentant son offre de viande exclusivement halal dans huit des restaurants de la chaîne en fin d'année 2009, il avait déjà créé la polémique. Les édiles de Bry-sur-Marne et Roubaix avaient même décidé de porter plainte pour discrimination contre l'enseigne. «Dans les deux cas l'affaire a été classée sans suite », explique Jacques-Edouard Charret, qui précise que la décision du juge était motivée et reconnaissait qu'il n'y avait qu'une volonté de s'adapter au marché sans aucune malveillance et en toute transparence vis-à-vis des consommateurs.

Blanchi et fort de résultats économiques encourageants - le chiffre d'affaires des restaurants-tests ont doublé et l'enseigne affirme avoir créer 25 emplois par site en moyenne - Quick a donc décidé de poursuivre l'expérience dans 14 autres restaurants, portant à 22 le nombre total de Quick proposant de la viande exclusivement halal. La liste a été dévoilée mardi, et les maires informés par courriers dans la journée… avec des réactions plus où moins virulentes.

« La décision de Quick ne me pose pas de problème», affirme Adeline Hazan. La maire (PS) de Reims estime en effet qu'il «n'y a pas discrimination puisque tout le monde peut aller dans le restaurant». Son confrère de Chelles en Seine-et-Marne, Jean-paul Planchou (PS), se refuse quant à lui à tout commentaire concernant les produits proposés par un commerçant. Mais d'autres se montre en revanche moins compréhensifs.

«Communautarisation»

A Strasbourg, Roland Ries (PS) dénonce une décision «inopportune» qui conduit à la «communautarisation». Quant à Michel Humbert, le maire (PCF) de Fleury Mérogis, s'il n'est pas défavorable à la proposition de nourriture halal, il se dit très attaché à ce que tout ne soit pas halal. «Je vais écrire à la direction de Quick pour lui rappeler l'importance de la mixité dans l'alimentation. Je pense aussi écrire à l'Etat pour qu'il fasse respecter le principe républicain de la diversité qu'il impose dans les cantines scolaires», affirme-t-il. Quant aux arguments techniques opposés par Jacques-Edouard Charret pour justifier l'impossibilité de proposer conjointement viandes halal et «classique» (deux cuisines séparées, traçabilité…), Jacqueline Rouillon les balaie. «Dans les restaurants scolaires, on y parvient bien ! », tranche la maire de Saint-Ouen (93), qui compte bien se fendre d'un courrier à l'attention du Pdg du groupe.

Saura-t-elle mieux convaincre le patron de Quick que Claude Capillon ? Après des fuites dans la presse au mois de juillet, le maire (UMP) de Rosny-sous-Bois a tenté à plusieurs reprises de prendre contact avec la chaîne de restauration pour discuter des conditions de changement dans l'offre de nourriture. Sans succès. «Ma réaction est aujourd'hui une grande déception», affirme Claude Capillon. «C'est une décision économique que je comprends, et je suis tout à fait d'accord pour que Quick propose de la viande halal, mais cette offre exclusive ne correspond pas à l'idée que je me fais du vivre ensemble et je regrette le manque de concertation», poursuit le maire de Rosny qui s'incline cependant devant le choix libre d'une société privée.
Pour Jacques-Edouard Charret, il n'y avait pas lieu de discuter avant que la décision soit prise avec les gérants des restaurants concernés. Mais s'il veut bien désormais écouter les doléances, le patron laisse clairement entendre que le groupe ne fera pas marche arrière. Ultime argument qui a eu raison des réticences du maire de Roubaix, René Vandierendonck : les 22 restaurants concernés proposent à coté des hamburgers, une gamme de produits non-halal, dont bientôt un sandwich à la viande «classique», réchauffé mais non cuisiné sur place.

www.figaro.fr

Carla Bruni:per l'islam reale, una "prostituta che merita la morte"!

MILANO - Prima l'accusa di essere una «prostituta», per avere preso le difese di una donna condannata alla lapidazione sulla base della legge islamica. Ma non bastava. Adesso Carla Bruni «merita la morte». Lo scrive oggi il quotidiano ultraconservatore iraniano Kayhan, lo stesso che aveva accusato di meretricio la moglie del presidente francese Nicolas Sarkozy.

«PROSTITUTA ITALIANA» - Il nuovo attacco alla Bruni parte dall'idea che la vita privata della Bruni, definita ancora una volta «prostituta italiana», sia «immorale». «L'analisi del passato di Carla Bruni - si legge sul quotidiano filo-governativo - mostra chiaramente perché questa donna immorale abbia sostenuto una donna iraniana condannata a morte per adulterio e per avere partecipato all'omicidio del marito. E infatti lei stessa merita la morte».

LA PROTESTA UFFICIALE - Per Parigi le offese sulla stampa iraniana contro Carla Bruni-Sarkozy, premiere dame di Francia, sono «inaccettabili» e un messaggio in proposito è stato inviato ufficialmente alle autorità iraniane. «La Repubblica islamica - è stata la replica di Teheran - non approva l'insulto contro i responsabili di iltri Paesi - ha detto il portavoce del ministero degli Esteri, Ramin Mehmanparast -. Spero che tutti i media facciano più attenzione. Si può criticare la politica ostile di certe nazioni o il comportamento delle autorità di altri Paesi e possiamo esprimere la nostra protesta, ma non bisogna utilizzare parole insultanti. Questo non è corretto». Ma se la gran parte della stampa iraniana si è ben guardata dall'andare appresso a Kayhan nella sua campagna anti-Bruni, il sito web del gruppo editoriale governativo Iran, www.inn.ir, ha rilanciato la questione scrivendo che i media occidentali, «documentando i numerosi casi di immemoralità precedenti, hanno implicitamente confermato che Carla Bruni meritava quel titolo».

IL CASO ASHTIANI - Carla Bruni Sarkozy aveva preso posizione il 23 agosto contro l'annunciata lapidazione di Sakineh Mohammadi-Ashtiani, madre di famiglia di 43 anni condannata a morte per lapidazione per adulterio e per avere, secondo l'accusa, avere avuto un ruolo anche nell'omicidio del marito. Teheran aveva annunciato a luglio la sospensione della sentenza proprio per le reazioni che, Carla Bruni a parte, la vicenda aveva sollevato in Europa e in tutto il mondo occidentale. La presa di posizione della première dame di Francia non era però piaciuta a Kayhan, che in passato aveva utilizzato insulti ed epiteti anche nei confronti di personalità iraniane, tra cui la premio Nobel per la pace Shirine Ebadi o il capo di gabinetto di Ahmadinejad, Rahim Machaie. Un altro sito internet conservatore, Asriran, aveva criticato l'atteggiamento di Kayhan spiegando che «i media che si richiamano alla cultura islamica devono mostrarsi cortesi nei loro commenti, anche se riguardano dei nemici. Gli eccessi di un giornalista o di un giornale non rappresentano l'opinione del governo né del popolo iraniano».

www.corriere.it

Cultura islamica in Italia

TORINO -  I carabinieri del comando provinciale di Torino hanno arrestato un uomo di nazionalità marocchina, accusato di aver sfregiato giovedì scorso a Torino, con un getto di acido muriatico, la giovane Hasna Beniliha, sua connazionale di 19 anni, «colpevole» di averlo respinto. La ragazza, colpita in testa e nella parte superiore del corpo, è tuttora ricoverata e rischia di perdere un occhio. L'uomo arrestato è Abderrahim Soufi, marocchino di 23 anni, pluripregiudicato e senza fissa dimora. L'uomo, rintracciato grazie alla testimonianza della vittima e di alcuni conoscenti e alle intercettazioni telefoniche, stava per lasciare la città per dirigersi nel sud Italia. È stato rintracciato alla stazione di Asti, mentre stava salendo su un treno diretto a Napoli insieme a un connazionale, Marhroum Salah, 24 anni, che è stato arrestato con l'accusa di favoreggiamento. Una volta fermato, l'aggressore avrebbe ammesso parzialmente le sue responsabilità. Secondo la ricostruzione dei carabinieri, da tempo corteggiava la ragazza in modo insistente, venendo però sempre respinto. Fino a giovedì sera quando, dopo averla minacciata telefonicamente di aggredirla con un coltello, l'ha raggiunta alla fermata del bus e l'ha seguita fino davanti a un bar, dove l'ha investita col getto d'acido che ha ferito, in modo meno grave, altre tre persone.

MILANO - Percossa e accoltellata dal fidanzato marocchino, al punto da farle perdere il bimbo che aveva in grembo. Gli uomini della questura di Bergamo stanno indagando su un episodio di violenza avvenuto sabato scorso in città ai danni di una giovane donna bergamasca di 25 anni, incinta di tre mesi. È stata la stessa vittima, subito dopo l'aggressione, a indicare alle forze dell'ordine il suo fidanzato, quarantenne, come responsabile della violenza.

Sulla vicenda, riferita questa mattina dal quotidiano «L'Eco di Bergamo», le forze dell'ordine mantengono al momento il più stretto riserbo, limitandosi a confermare che sull'episodio è stata aperta un'indagine. La polizia sta cercando il marocchino da due giorni, ma l'uomo si è reso irreperibile. Secondo quanto è stato ricostruito finora, sabato sera i due giovani si trovavano nell'abitazione di lui, a Bergamo, quando tra i due è nata una lite. A un certo punto il magrebino ha iniziato a picchiare la sua fidanzata, colpendola con calci e pugni, poi ha afferrato il coltello e l'ha ferita all'addome. Il marocchino ha tentato di trattenere la vittima nell'appartamento, ma la ragazza è riuscita ad aprire la porta e a scappare per strada, dov'è stata soccorsa. La 25enne è ora ricoverata in gravi condizioni agli Ospedali Riuniti di Bergamo. Sottoposta a un'operazione chirurgica, non è più in pericolo di vita, ma le ferite riportate hanno causato la perdita del bimbo.

www.corriere.it

23/08/2010

"Secours Islamique France" va remplacer "Secours Catholique"

JEANNE DUSSUEIL, LES ECHOS

Pour la première fois, l'ONG Secours Islamique France (SIF), peu connue dans l'Hexagone, s'est offerte une campagne publicitaire massive dans le métro parisien. L'opération, qui a duré une semaine, a coûté 25.000 euros à l'association et a couvert 83% du réseau publicitaire de la RATP, visible chaque jour par plusieurs millions de Franciliens. Crée en 1991 par sa maison-mère internationale, Islamic Relief Worldwide, l'entité française a lancé une nouvelle stratégie pour élargir son éventail de donateurs.

Victime d'un déficit d'image, l'association espère sortir de son «anonymat», après avoir levé 19,4 millions d'euros de fonds en 2009, soit une hausse de 62% de son budget par rapport à 2008. «Les gens pensent que nos dons ne sont destinés qu'aux populations musulmanes. Il nous faut désacraliser le nom de l'association pour être perçu comme les autres ONG», explique Dunia Oumazza, la responsable de la communication au SIF. L'ONG n'est actuellement connue que de 4% du grand public, selon un barème de l'association France générosité, qui mesure la notoriété des ONG françaises.

Un déficit qui est toutefois compensé par un don moyen élevé :100 euros en moyenne par donateur, contre 30-40 euros pour la Croix Rouge. Avec 99% de donateurs musulmans, «la politique de l'association est d'avoir désormais une communication affinitaire plus que communautaire», indique Dunia Oumazza. Grâce à l'opération dans le métro parisien, l'association espère ainsi atteindre 20 millions d'euros de dons pour le budget 2010, après des recettes 2009 historiques en raison du conflit israélo-palestinien.

La mention «France» devant les minarets

L'ONG a conscience de la difficulté rencontrée par la communauté musulmane à diffuser une image positive. En avril dernier, elle a décidé de «relifter» son logo en réduisant la présence des deux minarets, auparavant plus visibles. «Nous avons préféré mettre en avant la mention ‘France' sur le cercle pour souligner notre identité franco-française auprès du grand public», souligne Dunia Oumazza. L'association qui emploie une cinquantaine de salariés, laïcs ou musulmans, dans le nord-est de Paris, et plus de 80 représentants permanents dans le monde, souhaite ainsi éviter la stigmatisation. L'association se défend de faire de la politique... alors que son engagement en Palestine s'est élevé à 3,3 millions d'euros en 2009 -en tête des zones géographiques. «La situation exceptionnelle à Gaza a mobilisé nos donateurs, mais nous ne donnons aucune préférence au Proche-Orient.» Hasard du calendrier, l'ONG compte aussi beaucoup sur la campagne d'affichage pour intervenir après les inondations au Pakistan.

Les négociations avec la RATP sont à l'image de la nouvelle dynamique voulue par l'association. Lorsque l'ONG s'est présentée aux diverses régies publicitaires, l'entreprise s'est d'abord montrée réticente à l'égard de l'association. «Pour obtenir l'accord final, il a fallu montrer que notre but n'était pas religieux. Nous avons ensuite bénéficié des même avantages que la RATP accorde aux ONG», raconte la représentante. Les retours sur cette campagne sont eux significatifs : surpris, les Franciliens ont appris l'existence de l'association.

22/08/2010

Pakistan: il Paese delle bestie di Satana!

Video insopportabile di una delle molteplici "esecuzioni" quotidiane nel Paese dell'Islam REALE!

http://video.corriere.it/?vxChannel=Dal%20Mondo&vxCli...

Da vomitare!

08/08/2010

Afganistan: umanismo occidentale versus bestialità islamica

KABUL - Una strage. Anzi, una vera e propria esecuzione. «Abbiamo ucciso nove missionari cristiani. Portavano bibbie. Ed erano spie». La comunicazione, terribile, di un portavoce dei Talebani, fa luce sul ritrovamento di una decina di cadaveri nella provincia del Nouristan, nel Nord dell'Afghanistan. Secondo quanto riferisce il quotidiano britannico Daily Telegraph, le vittime sono state messe in fila, rapinate e uccise poi con dei kalashnikov. Uccisi perché cristiani, colpevoli di avere delle Bibbie. «Avevano bibbie in dari, carte, sistemi Gprs, facevano una mappa delle posizioni dei combattenti talebani», ha sostenuto il portavoce dei talebani. Giustificando così la spietata esecuzione di medici volontari. Su una pagina web i talebani definiscono invece il gruppo di medici «nove agenti dell'invasore Nato». Un resoconto dell'accaduto, scrive il portavoce dei ribelli Zabihullah Mujahid, «indica che le spie del nemico sono entrate nell'area di nascosto e quando i mujaheddin le hanno affrontate uccidendole immediatamente quando hanno cercato di fuggire». Peccato che nel minuzioso resconto di quanto portavano con sé i «nove agenti Nato», gli stessi talebani non abbiano menzionato alcuna arma, nemmeno un coltello.

Afghanistan, strage di medici perché «cristiani»

CHI ERANO - Con il passare delle ore, dopo l'annuncio, si sono meglio precisati particolari e le nazionalitá degli occidentali uccisi. Erano accompagnati da due interpreti afghani. Si trattava di una donna medico britannica, una collega tedesca e sei medici oculisti americani, tra i quali anche un'altra donna. La nona vittima è uno dei due interpreti afghani. L'altro si è salvato, ha raccontato, mostrando di essere musulmano praticante. Il gruppo era formato da medici volontari, per lo più oculisti, in Afghanistan per aiutare l'ospedale oftalmico Noor di Kabul, gestito dall'Ong cristiana International Assistance Mission (Iam).

I CORPI - Prima dell'annuncio dei talebani, era arrivata la notizia della macabra scoperta di corpi crivellati di colpi da parte della polizia di Badakhshan. Secondo il racconto dell'unico sopravvissuto, stavano spostandosi dal Badakhstan alla provincia del Nouristan per un intervento di assitenza medica. «L'ultimo giorno, è arrivato un gruppo di uomini armati, li ha fatto mettere in fila e li ha abbattuti. Poi hanno rubato tutto». È stato proprio nel momento dell'esecuzione che l'uomo ha recitato alcuni versetti del Corano e i Talebani, rendendosi conto che era un musulmano, lo hanno graziato. Secondo Noor Kintoz, capo della polizia del Badakhshan dove è avvenuta la strage, che ha riportato le dichiarazioni dello scampato alla strage, gli abitanti avevano avvertito il gruppo che la zona poteva essere pericolosa. «Loro hanno risposto - ha raccontato l'interprete - che erano medici e che sarebbe andato tutto bene perché "siamo qui per aiutare le persone"». Il governatore della vicina provincia del Nuristan Jamaluddin Badr ha detto che il gruppo aveva visitato diversi distretti nella sua provincia e in quella di Badakshan aiutando la popolazione locale.

LA IAM - La International Assistance Mission (Iam) ha ammesso che le persone trovate morte facevano parte della loro organizzazione: «Un gruppo che partecipava ad una operazione sul terreno di carattere oftalmologico». Il gruppo, si dice ancora in un comunicato, «era stato in Nuristan (provincia orientale afghana al confine con il Pakistan) su invito delle comunità locali. Dopo aver completato il loro lavoro medico l'equipe stava rientrando a Kabul. Si tratta di una uccisione insensata di persone che non hanno fatto altro che servire i poveri. Alcuni degli stranieri coinvolti hanno lavorato per decenni spalla a spalla con gli afghani». Questa tragedia, conclude il comunicato, «ha un impatto negativo sulla nostra capacità di continuare a servire il popolo afghano come l'Iam fa» da 44 anni e «speriamo che l'episodio non fermi il nostro lavoro che di cui beneficiano ogni anno oltre 250.000 afghani».

Redazione online
07 agosto 2010

14/07/2010

Vive la République!

La police française a arrêté 392 personnes dans la nuit du 13 au 14 juillet, nuit de la fête nationale traditionnellement propice aux débordements, soit 152 de plus que l'an dernier, annonce le ministre de l'Intérieur Brice Hortefeux.

Quelques 306 d'entre elles ont été déférées à la justice, contre 190 en 2009, ajoute-t-il dans un communiqué. Le ministre assure toutefois "qu'aucun incident majeur n'a été signalé".

Il refuse de communiquer sur le nombre de voitures brûlées, manifestation désormais traditionnelle des nuits de violences urbaines.

"Aucun chiffre de voitures brûlées ne sera communiqué pour la nuit du 13 au 14 juillet afin de mettre fin à cette tradition malsaine consistant à valoriser, chaque année à la même époque, des actes criminels", a-t-il dit.

Il précise que des consignes ont été données aux préfectures afin qu'elles ne communiquent pas non plus sur le nombre de véhicules incendiés dans leur département. "Désormais, seul un bilan annuel sera rendu public", dit Brice Hortefeux.

Une nuit semblable d'incidents violents lors du réveillon du dernier Nouvel an avait donné lieu à une bataille de chiffres entre autorités et médias, les seconds suspectant grâce à des enquêtes préfectures par préfectures que les totaux nationaux parlant de 1.137 véhicules incendiés et de 549 personnes interpellées étaient minorés.

Ces nuits d'incidents lors des événements commémoratifs, notamment en banlieue, sont depuis plusieurs années d'ampleur nationale.

Thierry Lévêque, édité par Olivier Guillemain

22/06/2010

Ahmadites: ces musulmans "réformistes" interdit de Mecque

 

Par Jean-Claude Buhrer

Qualifié d’ « hérétique » par l’islam orthodoxe, ce courant non violent, hors la loi au Pakistan, est à l’origine du premier minaret de Suisse   Dans le cadre du débat sur les minarets et accessoirement de la place de l’islam dans les sociétés européennes,  les médias ont évoqué l’exemple de la première mosquée de Suisse, inaugurée officiellement en 1963 dans un quartier résidentiel de Zurich en présence de l’ancien ministre pakistanais des affaires étrangères Zafrulla Khan  et du maire de la ville.  Depuis lors, le minaret de dix-huit mètres de haut de l’édifice fait bon ménage avec le clocher de l’église réformée voisine sans faire de vagues. Or, il convient de préciser que, si ses fidèles sont plutôt discrets, la mosquée Mahmud a été bâtie par la communauté ahmadite, un courant musulman réformiste et pacifique considéré comme « hérétique » par l’islam orthodoxe  et dont les adeptes sont persécutés dans plusieurs pays. Aujourd’hui stigmatisé comme secte par ses détracteurs,  le mouvement ahmadite (Ahmadiyya  Muslim Jamaat), du nom de son fondateur Hazrat Mirza Ghulam Ahmad,  vit le jour en 1889 à Qadian, un village du Pendjab, en Inde d’avant la Partition. Estimant que l’islam s’était sclérosé,  ce  prédicateur musulman prêcha pour un renouveau et se proclama mahdi (messie), alors que pour les orthodoxes Mahomet passe pour le dernier prophète. A sa mort en 1908, un califat fut instauré et  à ce jour cinq califes élus à vie lui ont succédé à la tête du mouvement, ce qui a encore alimenté l’hostilité des autres mahométans. Avec pour devise Amour pour tous, haine envers personne, les ahmadites prônent l’ouverture et la bonne entente dans la société, rejetant l’interprétation agressive du djihad et toute forme de terrorisme.  Au nombre de vingt à trente millions à travers le monde selon les sources, ils sont actifs dans les œuvres sociales et l’humanitaire, notamment en Afrique où vivent d’importantes communautés indo-pakistanaises. Relativement prospères et dynamiques, les communautés d’Amérique du Nord, d’Australie et de Grande-Bretagne se sont signalées par la construction d’imposantes mosquées financées par de généreux donateurs, comme celle de Londres pouvant  accueillir dix mille croyants et dotée d’une chaine satellitaire dernier cri. Alors qu’ils cohabitaient jusque là avec leurs coreligionnaires et que certains avaient même occupé de hautes fonctions dans leurs pays respectifs,  les ahmadites ont été mis au ban de la société depuis qu’en 1973 l’Organisation de la Conférence islamique (OCI), créée quatre ans plus tôt pour « libérer Jérusalem », les a déclarés « non-musulmans »,  leur interdisant du même coup de faire le pèlerinage de La Mecque.  Ensuite, en 1979, le mouvement ahmadite était exclu de la communauté musulmane par la Ligue islamique mondiale, si bien que la mosquée de Zurich est désormais boycottée par les autres obédiences. C’est en République islamique du Pakistan, berceau de leur foi et où ils étaient bien représentés dans l’élite intellectuelle, que la condition des quelques millions d’ahmadites que compte le pays n’a cessé d’empirer. Jugés hérétiques et déclarés « minorité non-musulmane » par un amendement constitutionnel introduit en 1974 pour donner satisfaction aux fondamentalistes, ils en sont réduits à raser les murs et font l’objet de toutes sortes de vexations : leurs lieux de culte sont étroitement surveillés, ils n’ont pas le droit de les appeler mosquée, ni même d’inscrire sur les murs des versets du Coran et encore moins de se  déclarer musulman ou d’entrer dans une mosquée reconnue.  En vertu d’une ordonnance de 1984 sur l’interdiction des activités « anti-islamiques »,  puis l’année suivante d’une loi  prévoyant la peine de mort pour blasphème, la situation s’est encore détériorée pour les ahmadites ainsi que pour les minorités chrétienne et hindouiste, en bute  à des raids meurtriers et boucs émissaires tout désignés dès qu’une flambée de mécontentement éclate quelque part.  Ainsi, le 1er août, dans un village du Pendjab, une foule en colère a tué six chrétiens et en a blessé une dizaine d’autres quelle accusait d’avoir profané le Coran.  Près de Lahore, un chrétien a été battu à mort pour avoir bu du thé dans une tasse réservée aux musulmans, tandis qu’à Islamabad un mur a été construit pour protéger les musulmans des chrétiens d’un bidonville. Même les témoins muets du passé préislamique n’échappent pas au vent de folie meurtrière qui souffle sur le « Pays des purs ».  En 2007, les islamistes avaient dynamité un bouddha de sept mètres de haut dans la vallée de Swat, l’un des derniers vestiges de la civilisation du Gandhara depuis la destruction par les talibans des bouddhas de Bamyan en 2001 en Afghanistan. Dans l’indifférence générale.  Ensuite ils ont fait sauter des écoles de filles, parce que pour eux l’éducation n’est pas faite pour les femmes, avant d’imposer la charia et leur régime de terreur qui a fait fuir des centaines de milliers de paisibles civils de la vallée naguère l’un des lieux de villégiature les plus prisés. Le 17 novembre encore, une nouvelle école de filles, la troisième en un mois, était détruite à l’explosif près de Peshawar, alors que dans le reste du pays, y compris dans la capitale, les écoles doivent fermer régulièrement  sous les menaces des islamistes.  Sans parler des attentats-suicides, presque quotidiens et même contre des mosquées, commis par des musulmans contre d’autres musulmans.  Plus sanglants que d’autres conflits surmédiatisés, ces règlements de comptes inter-mahométans  n’émeuvent guère l’ONU et encore moins le monde islamique.  Toujours prompt à faire la leçon aux autres comme porte-parole de l’OCI, le Pakistan ne se prive pas de fouler impunément au pied la liberté religieuse garantie par la Déclaration universelle des droits de l’homme. D’ailleurs,  l’Organisation internationale du travail la rappelé à l’ordre pour «recours au travail forcé ou obligatoire en tant que mesure de discrimination religieuse ». Aujourd’hui on imagine difficilement une personnalité ahmadite éminente comme naguère Zafrulla Khan  accéder aux plus hautes fonctions.  Pourtant, ce musulman fervent qui ne pourrait plus s’affirmer comme tel a fait honneur à son pays : premier ministre des affaires étrangères du Pakistan en 1947 et chef de sa délégation à l’ONU, élu juge à la Cour internationale de justice de La Haye en 1954, il fut ensuite appelé en 1962 à présider l’Assemblée générale des Nations unies. A sa mort en 1983, il fut enterré dans la petite ville de Rabwa, centre de la communauté ahmadite et où des islamistes provoquèrent de sanglantes émeutes. C’est également à Rabwa que repose le Dr Abdus Sallam, premier musulman honoré en 1979 du Prix Nobel de physique.  Comme d’autres ahmadites victimes de persécution religieuse, il avait été amené à s’expatrier en Grande-Bretagne pour faire carrière.  Lors de ses obsèques en 1996, les oulémas sunnites décrétèrent que personne ne pouvait prier Allah pour ce « mécréant » ni inscrire un verset du Coran sur son tombeau. L’épitaphe Abdus Sallam, 1er musulman lauréat du Prix Nobel avait été gravée sur la stèle, mais les docteurs de la loi firent supprimer le mot «musulman » et la pierre porte maintenant l’absurde « inscription « Abdus Sallam,  1er  lauréat du Prix Nobel ». Les ahmadites ne sont pas mieux traités au Bangladesh et dans d’autres pays islamiques. En Indonésie, pourtant réputée plus modérée, le conseil de oulémas les a également qualifiés «d’hérétiques ». Depuis que des manifestants survoltés ont mis le feu à une mosquée ahmadite et saccagé son école coranique  dans la ville de Sukabumi en avril 2008, d’autres lieux de culte de la communauté on été incendiés et une milice musulmane a commis plusieurs attentats contre  des  édifices lui appartenant.  En réponse à ce déchainement de violence, le gouvernement  interdit par décret aux ahmadites de diffuser leur enseignement sous prétexte de préserver l’harmonie religieuse et l’ordre public. A Zurich, la communauté ahmadite  peut au moins appeler sa mosquée par son nom et  s’enorgueillir d’un minaret, ce qui lui est dénié dans des pays officiellement musulmans.  Dans son pays d’origine, sa situation n’est pas sans rappeler celle des Baha’is en Iran eux aussi opprimés sur la terre qui a vu naître leur foi et définis par les lois comme « infidèles dénués de protection ». Au-delà de querelles de minarets, l’ostracisme qui frappe les ahmadites et d’autre minorités en terre d’islam pose le problème de la montée du fondamentalisme, aussi dangereux  pour ses cibles que pour les musulmans eux-mêmes. 

Jean-Claude Buhrer   

 

20/06/2010

Elan patriotique chez les Ribéry

Mme Ribery ne craint pas le ridicule en débarquant en Afrique du Sud ...., avec un T- shirt aux couleurs de l'Algerie!

Vive la FRANCE qui lui paye son voyage sans réagir à ce geste....

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