26/05/2006
La Serbia vittima della diagonale verde
La Serbia vittima della « diagonale verde »
Che cos’è la “diagonale verde”? Si tratta di un progetto geostrategico americano che ha visto la luce all’inizio degli anni 90.
Questo progetto, sostenuto dalla Germania e dalla Turchia aveva per obiettivo la creazione di una diagonale verde cioè l’ottenimento da parte delle popolazioni musulmane dei Balcani dell’indipendenza o di una larga autonomia al fine di disegnare un continuum geopolitico musulmano che parta dalla Tracia orientale turca sino alla Bosnia, passando dalla Tracia occidentale greca, dalla Bulgaria, dalla Macedonia (dove vivono importanti comunità musulmane),sino al sud del Montenegro, e beninteso il Kosovo.
Tutto questo passava attraverso la disgregazione della Yugoslavia.
Ognuno degli attori del progetto vi trovava il proprio conto.
- Per gli americani la disgregazione della Yugoslavia aveva per obiettivo di ridurre l’influenza della Russia post-comunista ed aumentare la penetrazione della NATO
- Per i tedeschi l’interesse era di distrurre quello stato yugoslavo creato nel 1918 in chiave anti-germanica e favorire l’indipendenza della Slovenia e della Croazia suoi alleati “naturali”
- Per i turchi era l’occasione di rimettere sotto influenza una larga parte dell’ex impero ottomano. Per questo la Turchia non ha mai smesso di incoraggiare la secessione dei musulmani della Bosnia nel 92, del Kosovo nel 98, della Macedonia nel 2001 ed ora di quelli del Montenegro ( 20% di musulmani, tutti schierati per l’indipendenza nell’attesa di far fuori gli ortodossi fra qualche anno, come i loro compari del Kosovo)
Oggi gli americani ed i tedeschi avendo raggiunto il loro obiettivo, la diagonale verde non è piu’ per loro una priorità strategica. Oltretutto l'11 settembre ha fatto cadere la maschera dei nazislamici.
Restano i turchi che continuano ad operare per quest’asse neo-ottomano, il che promette disordini a venire in Macedonia , in Bulgaria e probabilmente nell’est della Grecia.
GLI EUROPEI PAGHERANNO CARA LA DISGREGAZIONE DELLA YUGOSLAVIA E L’UMILIAZIONE DELLA SERBIA
http://limes.hautetfort.com/archive/2006/05/23/la-serbie-...21:50 | Lien permanent | Commentaires (0)
Un Uomo coraggioso e giusto
Discorso di premiazione del Dan David
Sua Eccellenza il presidente di Israele e signora Katsav, l’ex Primo ministro d’Israele Ehud Barak, Egregi signore e signora Dan e Gabriella David, Illustre presidente dell’Università di Tel Aviv Itamar Rabinovich, cari amici
A nome dei prestigiosi scienziati, artisti e giornalisti premiati, voglio dirvi che noi ci sentiamo onorati e orgogliosi di essere stati scelti per questo importante e nobile premio internazionale Dan David. Leggendo le motivazioni del premio e riflettendo sulla realtà di Israele e degli israeliani, emerge con chiarezza che tutti noi siamo uniti dalla fede nel valore della sacralità della vita di tutti e dalla volontà di difendere il diritto alla vita e la libertà di tutti. Il messaggio forte di questo premio è che il valore della vita e il bene della libertà sono il fondamento della comune civiltà dell’uomo.
Cari amici, non vi nascondo la mia profonda emozione da cittadino italiano di origine egiziana, di fede musulmana e di mentalità laica, nel testimoniare qui in Israele la mia strenua difesa del diritto inequivocabile all’esistenza dello Stato di Israele. Per me, cari amici israeliani, cari amici ebrei, la vostra battaglia per il diritto di Israele all’esistenza corrisponde alla mia battaglia per il diritto alla vita di tutti. Perché l’ideologia manichea, nichilista e negazionista che nega il diritto di Israele all’esistenza e alimenta il terrorismo contro gli ebrei, è la stessa ideologia del rifiuto dell’altro, dell’odio e della violenza che massacra cristiani e musulmani, occidentali e arabi ovunque nel mondo.
Il messaggio che vogliamo diffondere e consolidare nel mondo è che il valore della vita o vale per tutti o non vale per nessuno. Anche la storia recente del Medio Oriente ci insegna che si è cominciato dalla criminalizzazione degli ebrei, poi dei cristiani, poi dei musulmani laici condannati come apostati e traditori, fino a legittimare il massacro indiscriminato dei musulmani che non si sottomettono alla tirannia dei terroristi islamici. Teniamo presente che nel fenomeno del terrorismo islamico globalizzato i carnefici sono musulmani ma anche la gran parte delle vittime sono musulmani.
Ebbene proprio perché noi abbiamo a cuore il diritto alla vita di tutti, perché vogliamo la giustizia, la libertà, la sicurezza e la pace per israeliani e palestinesi, ebrei, cristiani, musulmani, occidentali e orientali, dobbiamo impegnarci insieme a sradicare la radice dell’odio che alimenta il terrorismo. Dobbiamo dire che il terrorismo non è mai giustificabile e non è mai legittimo, che il terrorismo è sempre di natura aggressiva e non reattiva. Dobbiamo dire che non si possono mettere sullo stesso piano il terrorismo che massacra perché rinnega il diritto alla vita degli altri, e le vittime del terrorismo che usano la forza delle armi per difendere il loro diritto alla vita. E’ tempo che la comunità internazionale consideri il terrorismo islamico globalizzato un crimine contro l’umanità. E’ tempo che le nazioni civili del mondo considerino un crimine contro l’umanità la negazione del diritto di Israele all’esistenza, l’istigazione a distruggere Israele, la condanna degli ebrei come miscredenti o nemici di Dio.
Magdi Allam
20:10 | Lien permanent | Commentaires (0)
25/05/2006
L'appello all'invasione islamica é lanciato!
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| LAMPEDUSA (Ag) - Un nuovo decreto che potrà regolarizzare 484 mila persone immigrate in Italia è stato annunciato dal ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, durante un incontro con i giornalisti che si è svolto a Lampedusa. «Non ci piace definirla sanatoria di immigrati», ha detto Ferrero, «ma si tratta di rendere visibile queste persone che già nei mesi scorsi avevano chiesto di essere regolamentate attraverso le domande inoltrate. Si tratta dunque di migranti che in Italia possono avere o hanno già un datore di lavoro e andrebbero regolarizzati». Il sottosegretario agli Interni, Marcella Lucidi, ha riferito che le domande inviate il 17 marzo per chiedere la regolarizzazione degli immigrati presenti sul territorio nazionale che avevano un posto di lavoro sono risultate 484.065. Il decreto flussi 2006 prevede l’ingresso di 170 mila lavoratori extracomunitari e 20 mila lavoratori stagionali. LE REAZIONI - «Prodi faccia tacere il ministro Ferrero, se ne ha la forza e l'autorevolezza», sbotta l'ex ministro Calderoli. Per il leghista «gli annunci del neoministro non portano altro che a promuovere le partenze degli irregolari, a viaggi della speranza che spesso si concludono tragicamente nel canale di Sicilia, ed innescano un'invasione che porterà, inevitabilmente, ad una concorrenza sleale, e quindi alla disoccupazione, per i nostri concittadini e ad un'impossibilità di un'integrazione sociale, creando così presupposti per degli scontri». Critiche a Ferrero vengono mosse anche da Mantovano (An), ex sottosegretario dell'Interno. «Quanto hanno dichiarato oggi il ministro Ferrero e il sottosegretario Lucidi - spiega Mantovano - fa tornare l'Italia indietro di cinque anni, nega la stessa differenza fra immigrato regolare e irregolare, contrasta con le risoluzioni dell'UE, rischia in concreto di richiamare in Italia clandestini dall'intero bacino del Mediterraneo, e oltre». 24 maggio 2006 |
07:50 | Lien permanent | Commentaires (0)
23/05/2006
Le Danemark sous la menace des nazislamiques
Danemark: Flemming Rose se sent dans la peau d'un condamné en sursis comme les douze caricaturistes danois, mais il ne regrette pas son initiative.
QUATRE MOIS après la tempête soulevée dans le monde musulman par les douze caricatures de Mahomet publiées dans le Jyllands-Posten, le rédacteur culturel du quotidien danois est toujours un homme traqué. A l'instar des douze caricaturistes, menacés de mort et surveillés nuit et jour par la police, Flemming Rose se sent dans la peau d'un condamné en sursis. Pour se faire oublier et échapper aux pressions encore trop fortes qui pèsent sur lui et sa famille, il envisagerait de s'exiler, pour un temps, aux Etats-Unis. Mis en congé par sa rédaction en février, Flemming Rose s'est rendu en Amérique pour participer à des débats sur cette affaire et écrire une série d'articles sur la société américaine. Même si l'affaire s'est apaisée, les menaces subsistent sur celui qui a invité, pendant l'été 2005, douze dessinateurs à faire des portraits du prophète, au nom de la liberté d'expression. Des amis qui craignent pour sa sécurité lui ont recommandé de s'exiler quelques mois outre-Atlantique. Mais le journaliste hésite encore. «Il ne s'agit pas uniquement de moi, mais de ma famille, de mon travail et d'un tas d'autres choses à régler.» Mercredi dernier, au terme des deux mois de silence imposé par sa direction, il n'a regretté qu'une chose : la situation difficile dans laquelle se trouvent les douze caricaturistes «obligés de se cacher», et qui connaissent «des difficultés pour travailler». «C'est ce qui me désole le plus», a-t-il confié à l'issue de la dernière série d'émissions sur cette crise, «Adam et Asmaa», diffusée par la chaîne nationale DR2 avec une présentatrice musulmane voilée, une première au Danemark, et un athée. Dans la peur perpétuelle d'être abattu Depuis plusieurs mois, les caricaturistes vivent dans la peur perpétuelle d'être abattus. «A chaque fois que l'on croit l'affaire terminée, de nouvelles menaces surgissent (récemment celles d'al-Qaida), et le sentiment d'angoisse vous reprend de nouveau», raconte l'un d'entre eux. «C'est dur psychologiquement. Il faut que cela cesse, que l'on retrouve une vie normale avec la famille, les amis, le travail, loin des projecteurs.» Malgré tout, Flemming Rose ne regrette pas son initiative. «Ces dessins n'enfreignent pas l'article de loi sur le racisme ni celui sur le blasphème. Le procureur général du royaume l'a affirmé», en rejetant les plaintes d'associations musulmanes, rappelle-t-il. «Les musulmans (3% de la population) doivent être traités sur le même pied d'égalité que les autres groupes au Danemark», martèle-t-il. Ne pas les caricaturer reviendrait à «leur accorder un traitement particulier, à les marginaliser, comme s'ils ne faisaient pas partie intégrante de notre communauté.» «Les musulmans dans ce pays bénéficient de droits qui sont de loin beaucoup plus respectés dans la société danoise que dans les pays musulmans», ajoute-t-il.10:10 | Lien permanent | Commentaires (0)
17/05/2006
Israël-Cisgiordanie, en quelques mots
Ce n'est pas Israël qui a attaqué les pays arabes en 1967 ou 1973. Ce sont les pays arabes mais ils ont perdu. C'est depuis ce temps qu'Israël est en Cisjordanie. Et puis assez d'hypocrisie. Pourquoi les Palestiniens ne se sont jamais révoltés contre l'occupation egyptienne de la bande de Gaza avant la victoire israélienne de 1967. Peut-être bien parce que les Egyptiens sont musulmans. Cela prouve qu'il ne s'agit pas d'un conflit nationaliste mais religieux. Si demain Israël devenait majoritairement musulman le Hamas et Compagnie déposeraient les armes comme par magie même si la Cisjordanie devait rester sous domination israélienne. Ah, encore un détail. Il n'y a JAMAIS eu dans l'histoire un Etat portant le nom de PALESTINE. Ceci expliquant peut-être cela.
COMMENTAIRE: Bravo à Pierre pour avor resumé le conflit israëlo-arabe en quelques lignes
15:00 | Lien permanent | Commentaires (0)
L'alleanza verde-rosso-bruna colpisce ancora
REAZIONI - «Si tratta di un nuovo episodio della campagna di odio e di disprezzo antisemita che da mesi è in corso in Europa, in Italia e a Milano - ha dichiarato Letizia Moratti, candidato sindaco di Milano per la Cdl - Tutta la mia solidarietà va alla comunità ebraica milanese colpita nel profondo delle memorie più care, ma le deplorazioni non sono più sufficienti. Lo sdegno non basta più. È necessario l'isolamento culturale e politico di chi compie questi atti sacrileghi e la denuncia esplicita dell'area di consenso per queste violenze ancora molto, troppo vasta nella nostra città». Dura anche la reazione di Alfonso Arbib, rabbino della comunità ebraica di Milano: «È un episodio gravissimo. Per adesso preferisco non fare troppe dichiarazioni. Aspetto di capire meglio la vicenda, che è gravissima
Jean Paulhan, dans une lettre à Malraux
10:50 | Lien permanent | Commentaires (0)
15/05/2006
Mazara del Vallo:esempio concreto di "integrazione" islamica
Mazara del Vallo - Arabo e francese, Corano e disciplina. Niente italiano e soprattutto niente aperture alla comunità locale. Anzi. Gli insegnanti della scuola tunisina di Mazara del Vallo sono stati cambiati di recente. Quelli di prima erano troppo integrati, qualcuno aveva anche una moglie siciliana, i nuovi professori, invece, non parlano neanche l´italiano. E così, naturalmente, anche i loro alunni. Bambini di origine tunisina, ma con documenti italiani, che a 11-12 anni, quando finiscono le sei classi del primo ciclo del loro paese, si iscrivono alla scuola media italiana senza sapere né scrivere né leggere la lingua del paese in cui vivono e nel quale, con tutta probabilità, costruiranno il loro futuro.
Ecco Khaled, 10 anni, nato a Mazara del Vallo. La lingua che parla, oltre la sua, è il dialetto mazarese. Di mattina sui banchi della scuola tunisina, di pomeriggio su quelli di uno dei tre centri della Caritas ad imparare l´italiano con i volontari della fondazione San Vito guidata da Vincenzo Bellomo. «Non ce la facciamo più, abbiamo 160 bambini e ragazzi da seguire. Questo non è più un lavoro da volontari, questa è diventata una scuola alternativa. Abbiamo chiesto alle autorità tunisine di introdurre lo studio dell´italiano nella scuola ma fanno orecchie da mercante, non capisco perché - dice don Francesco Fiorino, direttore della Caritas diocesana - . Alla fine la scuola tunisina è un ghetto, è la negazione dell´integrazione. E´ giusto che loro vogliano far studiare ai bambini la loro lingua e la loro cultura, ma non si può ignorare quella del paese in cui vivono».
La vecchia kasbah tunisina a Mazara non esiste più. I circa tremila immigrati vivono ormai "spalmati" nel centro storico. E se quest´anno la prima campanella della scuola islamica non è ancora suonata, di ragazzini nordafricani con lo zaino in spalla per strada se ne vedono tanti. Niente velo per le ragazzine, per carità, jeans a vita bassa e minigonna hanno conquistato anche loro. E picco di iscrizioni alla scuola italiana che, ormai da cinque anni, con risultati apprezzabili, ha aperto la strada all´istruzione mista: i bambini arabi studiano l´italiano e gli italiani studiano l´arabo.
Primo circolo didattico Daniele Ajello, istituto d´avanguardia in una bella costruzione mussoliniana nel cuore del centro storico di Mazara. Dall´atrio ai corridoi, ovunque cartelloni colorati bilingue. E decine di foto delle feste di fine anno, con bambini italiani e tunisini che si tengono per mano. Da dietro la porta di una terza elementare filtrano le note di una canzone: due strofe in italiano, due strofe in arabo. «E la sanno tutti, anche i bambini che non seguono i corsi di arabo», dice compiaciuta la direttrice Mariella Corte. Appeso al muro, nel suo ufficio, il disegno di Habel. «Me lo ha fatto l´anno scorso per la festa della mamma da lui vissuta con grande emotività per motivi personali: guardi che bello, tanti cuori rossi, alberi verdi e un bel cielo azzurro, segno di un grande legame con me e con tutta la scuola». Dalla stanza della direttrice è appena uscita una coppia di coniugi tunisini: «Sono venuti a ringraziarmi per come abbiamo accolto le loro bambine che si sono iscritte quest´anno. Sono qui da cinque giorni e si sono trovate così bene che il papà e la mamma hanno sentito il bisogno di manifestarci la loro gratitudine». Qui si studia l´italiano e l´arabo in grande armonia. «E mi creda, abbiamo finito il primo quinquennio sperimentale e i ragazzi tunisini sono usciti con la stessa preparazione dei nostri». Le tensioni della scuola islamica di Milano qui sono lontane mille miglia. «Per noi sarebbe come tornare indietro di 20 anni - dice Mariella Corte - abbiamo già vissuto l´esperienza della scuola tunisina e sappiamo i guasti che ha prodotto. Il futuro è nell´integrazione ma nelle scuole italiane».
E così, tutto sommato, la pensa anche Mohamed Zitoun, ex consigliere comunale "aggiunto" a Mazara. «Quello che noi chiediamo è di istituzionalizzare la lingua e la cultura araba nelle scuole italiane. Noi siamo una minoranza etnica da tutelare.(sic!) E come a Gorizia o nelle città di confine del nord si studia il tedesco, qui si dovrebbe studiare l´arabo in tutte le scuole».
http://www.alef-fvg.it/immigrazione/info/2005/sett/22set-...
COMMENTO PERSONALE: notare come solo gli islamici esigano di fare come a casa loro pur stando a casa degli altri. Nessun'altra cultura (per quanto quella islamica si possa definire "cultura") ha tali pretese.
In altri tempi si invadevano nuove terre con la spada. Si vinceva, si perdeva, perlomeno le cose erano chiare.
Oggi si arriva,si posano le valigie, si reclama una casa, si dichiara la propria ostilità alla cultura del Paese di accoglienza, si reclamano tutti i diritti e si rifiutano i doveri correlati.
Si crea un ghetto culturale e territoriale chiuso e si cerca di modificare gli usi e costumi del Paese ospitante, pur rifiutando di adattare i propri, anzi meglio ci si dichiara "minoranza etnica da tutelare"! (Notare bene l'amalgama equivoca fra, lingua, cultura, etnia e...islam)
La volontà segregazionista farà si che quando e dove la minoranza diventerà maggioranza, ci sarà secessione in nome del diritto.....all'autodeterminazione! (vedi Cipro, Kosovo, Cachemire,...)
I figli dei filippini, dei cinesi, dei polacchi, dei romeni, si chiamano Paolo, Gino e Lorenzo, i figli dei musulmani si chiamano Mohamed, Khaled, Yussef.....chissà perché?
L'islam é insolubile, l'islam rifiuta l'integrazione, l'islam rifiuta il pluralismo, l'islam invade, reprime, sottomette.
22:15 | Lien permanent | Commentaires (0)
I cattolici "illuminati" prendono coscienza del pericolo islamico
ROMA, lunedì, 8 maggio 2006 (ZENIT.org).- L’ultimo numero di “Studium” (n.1/2006) ha pubblicato un saggio che ha per titolo “La questione islamica” e che analizza temi come il terrorismo fondamentalista, l’immigrazione, l’antisemitismo, le differenze tra l’Occidente e il mondo arabo, il dialogo religioso e i possibili scenari futuri.
Il saggio è stato scritto dal padre gesuita Piersandro Vanzan, professore di teologia pastorale alla Pontificia Università Gregoriana e scrittore de “La Civiltà Cattolica”, insieme a Roberto A.M. Bertacchini, plurilaureato esperto ricercatore, nonché collaboratore di Vanzan.
Il bimestrale “Studium”, una rivista di cultura cattolica fondata a Firenze nel 1906, nata prima come organo della Federazione degli Universitari Cattolici (FUCI) e successivamente, nel 1933, del nascente Movimento Laureati di Azione Cattolica, ha visto tra i suoi collaboratori più assidui anche monsignor Giovanni Battista Montini, che fu eletto Pontefice con il nome di Paolo VI.
In questa intervista rilasciata a ZENIT, i due autori del saggio sottolineano in particolare che “il confronto con l’Islam farà necessariamente esplodere le contraddizioni e i vistosi limiti del pensiero laicista, per cui si acuirà la spaccatura tra i laicisti miopi e i laici lungimiranti”.(Le contraddizioni cattoliche sulla questione islamica non sono da meno! N.D.R.).
Nel saggio pubblicato da “Studium” sostenete che il terrorismo, l'odio antioccidentale e antiebraico e l'immigrazione siano parte di un progetto globale per l’islamizzazione dell'Europa. A questo proposito avete scritto che "l'islamizzazione dell'Occidente, non è un fantasma né una paura, ma un’intenzione". Ci spiegate il perché di queste affermazioni?
Bertacchini-Vanzan: Nell’articolo da lei citato argomentiamo in lungo e in largo questo tema. In breve qui possiamo dire che l’Islam di oggi è una reazione fondamentalista all’Occidente che si sviluppa a partire dagli anni ’20, e che nel dopoguerra si aggrava per le mutate condizioni politiche palestinesi. Purtroppo l’Islam percepisce l’Occidente come una minaccia mortale, a prescindere dalle truppe americane in Iraq. Per gran parte del mondo islamico non va affatto bene che il cinema e la televisione mostrino modi di vivere e modelli ideali antitetici a quelli islamici. Non si tratta solo delle donne in minigonna, ma della presentazione di una società retta su principi opposti: per esempio di uguaglianza formale dei sessi e delle religioni, di libertà di scelta degli stati di vita, ecc. E ancor meno piace che le ragazze musulmane europee scelgano il proprio compagno senza il consenso del padre o dei fratelli, che non portino il velo, che magari scelgano la professione di medico, di giudice, di soldato, e quant’altro. Tali scelte, infatti, ricadono negativamente sui congiunti, specialmente più giovani, rimasti nei Paesi musulmani d’origine. Se non contrastate, quelle scelte finirebbero per incrinare la solidità di impianti sociali più che millenari. È per questo che gran parte dell’Islam - ovviamente le eccezioni non mancano - e in forme non ufficiali, reagisce e fomenta o quanto meno approva sia guerre regionali - dalle Filippine alla Cecenia, dalla Nigeria alla ex-Jugoslavia -, sia atti terroristici, dall’Estremo Oriente a New York: dietro ai quali c’è, necessariamente, una poderosa macchina organizzativa, finanziaria e ideologica. In questo quadro globale assume un rilievo particolare non solo la pericolosa vicenda iraniana, ma anche la prospettiva di una lotta all’ultimo sangue contro Israele. Un obiettivo non raggiungibile senza colpire o quanto meno neutralizzare il ruolo strategico dell’Europa. Donde l’importanza della sua islamizzazione.
Nel medesimo saggio affermate che esistono imam moderati, ma che l'Islam nel suo complesso soffre di una certa incompatibilità con le liberaldemocrazie a causa dell'accettazione parziale del concetto di libertà e di diritti umani. Potreste mostrarci qualche esempio?
Bertacchini-Vanzan: Un esempio di imam moderato è quello londinese, intervistato da Michele Zanzucchi e pubblicato nel libro “L’Islam che non fa paura”. Purtroppo quell’imam è morto recentemente, né conosciamo altri moderati di quel livello. Quanto alla questione della libertà, troppo ci sarebbe da dire. Per esempio le giovani cristiane tenute schiave, anche a uso sessuale, nell’alto Egitto, di cui Antonio Socci ha ben documentato l’esistenza. Fortunatamente c’è una organizzazione americana che ha lo scopo di liberarle, e qualche successo non manca, benché moltissime situazioni restino insanate. E poi ci sono le vere e proprie persecuzioni, di cui parla Samir Eid, che giungono a sconvolgere la sociologia religiosa di intere nazioni, con un’epurazione progressiva e una islamizzazione forzata dei cristiani. Il dramma nel Dafur resta emblematico! Né stanno meglio gli islamici che si permettono di derogare apertamente dalla linea ideologica fondamentalista. Magdi Allam e la Oriana Fallaci hanno ben documentato questi casi. Qualche nome? Farag Foda, assassinato in Egitto nel 1992; Mahfuz, premio Nobel, pugnalato quasi a morte nel 1994; Rashid Boudjedra, più volte incarcerato; M. Boukobza, assassinato in Algeria; Taslima Nasreen condannata a morte, e via numerando.
Ad un certo punto del vostro studio parlate della “necessità di una grande autocritica circa i rapporti con l'Islam, che finalmente esca da un ‘buonismo’ cieco e suicida”, e si propone una strategia di dialogo e di tolleranza mirata. Ci spiegate come sviluppare tale strategia?
Bertacchini-Vanzan: Su questo tema riteniamo più prudente attendere le indicazioni di Benedetto XVI. A noi conforta constatare di essere coerenti con quanto indica il Pontefice. Comunque, parlando in generale, bisogna ammettere che nel post-concilio si è dialogato non poco, ma con scarsi risultati. E insieme dobbiamo riconoscere che molti cattolici sono incappati nella retorica del dialogo a senso unico: senza reciprocità. Un caso generalmente positivo è quello dei Focolarini, che spesso sono riusciti a stabilire buoni rapporti sia con credenti di altre religioni, sia con i non credenti. I casi negativi sono invece quelli in cui i cattolici vengono semplicemente strumentalizzati, ma non ricevono contropartite significative in risposta alle loro aperture. E questo purtroppo avviene di continuo, per esempio quando si pretende di aprire grandi moschee in Europa, ma si nega di poter costruire anche una semplice cappellina in Arabia.
Nell'ultima parte del saggio si dice che “l'Islam di oggi pone all'Europa il problema del riconoscimento civile della sua identità”. Che cosa intendete dire: che l'Europa deve tornare ad essere profondamente cristiana e fautrice di quell'umanesimo culturale e spirituale che per secoli ha illuminato il mondo?
Bertacchini-Vanzan: Beh, qui occorre un po’ di realismo. Auspicare ritorni al passato è ingenuo. Invece occorre lavorare per un futuro socialmente più sereno. E il punto di fondo è che ciò non è possibile sulla base di certi atteggiamenti ingenui di certi laicisti, né sulla base di un atteggiamento rassegnato di troppi cattolici verso l’islamizzazione dell’Europa. Il concetto di Stato multietnico non coincide con quello di società interculturale. Il discorso esigerebbe un’altra intervista. Comunque, un punto è certo: le civiltà e le religioni non sono come numeri che comunque ammettono un massimo comun divisore. Infatti, alcune sono tra loro incommensurabili. L’idea di tolleranza si è sviluppata in Europa, perché si è coniugato al meglio — seppur con vari travagli — le radici (ascendenze/eredità) bibliche con i frutti della modernità. Ma questo schema non è trasponibile a piacere in qualsiasi contesto sociopolico. In breve, nell’art. di “Studium” volevamo dire che il confronto con l’Islam farà necessariamente esplodere le contraddizioni e i vistosi limiti del pensiero laicista, per cui si acuirà la spaccatura tra i laicisti miopi e i laici lungimiranti. I secondi saranno capaci di quell’autocritica che i primi neppure vogliono immaginare possibile, e arriveranno a un confronto sereno e fecondo col mondo cattolico. Ossia con la sua parte ancora tendenzialmente sana e fedele al Papa. Quod est in votis, almeno per noi!
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13/05/2006
Lo schiavismo islamico
I. LE PRETESE DELL’ISLAM
Al giorno d’oggi ci sono parecchi afrocaraibici e afroamericani che si convertono all’Islam. Secondo le ricerche, questi nuovi islamici si sono convertiti primariamente perché avevano l’idea che l’Islam fosse una religione di "fratellanza" e di uguaglianza. Molti di loro credevano che l’Islam non avesse problemi razziali e che non fosse coinvolto nella tratta degli schiavi, come parecchi stati occidentali europei.
‘Abd-al-Aziz’ Abd-al-Zadir Kamal dice nel suo scritto "L’Islam e la questione razziale": "Nell’Islam, l’umanità costituisce una sola grande famiglia, creata (con) ... diversità di colori della pelle ... (perciò) ... adorando Dio tutti gli uomini sono uguali, e un arabo non ha la precedenza su un non arabo... Tutti gli esseri umani sono ... uguali ... e i matrimoni sono conclusi senza alcun riguardo del colore della pelle." Egli asserisce dunque che nell’Islam ci sia l’armonia razziale e che tutti, indipendentemente dal loro colore, abbiano "gli stessi diritti sociali ... obblighi legali ... opportunità di lavoro e ... la protezione della loro persona" (pag. 64).
Ma è vero? Queste pretese sono valide alla luce della storia? Guardiamo per esempio la questione della schiavitù nell’Islam.
II. LE FONTI ISLAMICHE CONFERMANO QUESTE PRETESE?
Sfortunatamente ci sono molte persone di pelle nera che credono che l’attacco accanito degli arabi all’Occidente collimi con la causa africana. È uno sbaglio mortale. I primi scrittori musulmani delle tradizioni islamiche (che sono state redatte abbastanza tardi, cioè fra il nono e il decimo secolo d.C.) ammettono che già al tempo di Maometto era diventato appropriato propagare le sue idee tramite conquiste militari. Il suo obiettivo principale era il controllo politico e militare; perciò non ci sorprende che secondo la tradizione abbia detto: "L’atto più meritevole ... e la migliore fonte di guadagni è la guerra" (Mishkat II, pag.340).
Quando i primi leader della conquista araba (cioè Abu Bakr, Umar e altri) invadevano i paesi, la storia dimostra che gli abitanti innocenti potevano essere dominati da loro oppure "accettare la morte tramite la spada" (Dictionary of Islam, pag.24).
Lo stesso Corano comanda ai musulmani: "...uccidete questi associatori ovunque li incontriate, catturateli, assediateli e tendete loro agguati..." (sura 9:5). Inoltre raccomanda ai musulmani di avere schiavi e schiave (sura 4:24-25).
Secondo la tradizione islamica il generale Abu Ubaidah, durante l’assedio di Gerusalemme, diede l'opzione agli abitanti di "accettare l’Islam oppure di prepararsi ad essere uccisi con la spada" (Rau Zatu, Volume II, pag.241).
I compilatori musulmani del tardo nono secolo ammettono francamente che Maometto fosse un condottiero militare. Mentre le prime descrizioni della vita di Maometto dicono poco della sua attività profetica, abbondano di racconti delle sue battaglie. Al-Waqidi (morto nell’820) stima che Maometto fosse coinvolto personalmente in 19 delle 26 battaglie (Al-Waqidi 1966:144). Ibn Athir dice che il numero era 35 (Ibn Athir, pag.116), mentre Ibn Hisham (morto nel 833) lo valuta a 27 (Ibn Hisham, pag.78).
Il consiglio bellico di Maometto ai suoi seguaci fu questo: "Gareggiate con me in fretta per invadere la Siria, forse avrete le figlie di Al Asfar" (Al-Waqidi 1966:144). C’è da osservare che Al Asfar era un LIBERO uomo d’affari africano con figlie bellissime, fino al punto che "la loro bellezza era diventata proverbiale" (Al-Waqidi 1966:144).
Di conseguenza, i poveri discepoli di Maometto non rimasero poveri per molto tempo. Diventarono straricchi con i bottini di guerra, e accumularono molti animali e SCHIAVI, nonché molto oro (Mishkat, Volume II, pag.251-253, 405-406).
Non c’è da meravigliarsi che Ali Ibn Abu Talib si millantava dicendo: "I nostri fiori sono la spada e il pugnale. Narcisi e mirti non sono nulla; la nostra bevanda è il sangue dei nostri nemici, il nostro calice è il loro cranio dopo averli combattuti" (Tarikh-ul Khulafa, pag.66-67).
Non sorprende che il Corano echeggia questo pensiero dicendo: "Quando (in combattimento) incontrate i miscredenti colpiteli al collo finché non li abbiate soggiogati,..." (sura 47:4) e "Combattete coloro che non credono in Allah ..., e quelli, tra la gente della Scrittura (cioè i giudei e i cristiani)..." (sura 9:29).
III. LA STORIA CONFERMA QUESTE PRETESE?
Il generale musulmano Amr Ibn Al‘As invase l’Egitto dal 639 al 642 (Williams 1974:147-160). L’Egitto non gli bastò e per questo cercò di colonizzare la Makuria, un regno cristiano indipendente. Il re Kalydossas però sventò le sue macchinazioni nel 643. Al‘As cercò nuovamente di soggiogare la Makuria nel 651, ma fallì e fu costretto a firmare un trattato di pace (Williams 1974:142-145).
Nel 745 il generale Omar, il nuovo governatore dell’Egitto, intensificò la persecuzione dei cristiani, ma il re Cyriacus della Makuria riuscì ad arginare questo nuovo attacco (Williams 1974:142-145). Nel 831 il re Zakaria, il nuovo monarca della Makuria, si allarmò per i cacciatori musulmani di schiavi che stavano invadendo il suo paese (l’odierno Sudan). Egli mandò una delegazione internazionale al califfo di Bagdad affinché queste violazioni del trattato di pace fossero fermate, ma non ricevette alcun aiuto (Williams 1974:142-145).
Il sultano Balbar dell’Egitto continuò a violare il trattato del 651 (vedi sura 9:1-4). Più tardi, nel 1275, i musulmani, del soggiogato Egitto, cominciarono a colonizzare e a distruggere la Alwa, la Makuria e la Nobatia, i tre regni cristiani antichi in Africa. I popoli di queste nazioni, una volta indipendenti e splendide, furono venduti come schiavi.
Mentre l’Islam e la cultura araba dilagavano in Africa, si diffondevano anche lo schiavismo e il genocidio culturale. Si cominciava a fare guerre per avere schiavi africani. Kumbi Kumbi, la capitale del Ghana, fu distrutta dagli invasori musulmani nel 1076. Il Mali aveva una "mafia" musulmana che "incoraggiava" i re africani del Mali ad abbracciare l’Islam. Questa "mafia" controllava le importantissime carovaniere e i porti commerciali dell’Africa. I musulmani riuscirono a impadronirsi dei posti più importanti nel governo e cominciarono a cambiare la storia antica del Mali in modo che gli eventi preislamici fossero cancellati. Per ragioni di sicurezza, il governo ganaense dei Mossi, che era conscio del potere dei commercianti musulmani, istituì un dipartimento governativo per controllare lo spionaggio musulmano (Davidson, Wills e Williams).
La tratta islamica degli schiavi si svolgeva anche intorno al Lago di Ciad negli stati musulmani di Bagirmi, Wadai e Darfur (O’Fahley e Trimmingham 1962:218-219). Nel Congo, i negrieri Jallaba commerciavano con i Kreish e con gli Azande, un popolo nel nord (Barth e Roome). Ugualmente frequentata era la rotta che seguiva lo spartiacque tra il Nilo e il fiume Congo, dove i negrieri arabo-musulmani (per esempio Tippu Tip del Zanzibar) arrivavano dalle zone orientali dell’Africa (Roome 1916, e Sanderson 1965).
Nell’Africa orientale, i promotori del commercio degli schiavi erano i popoli Yao, Fipa, Sangu e Bungu, che erano tutti musulmani (Trimmingham 1969 e Gray 1961). Sulla riva del Lago Nyasa (ora chiamato Lago di Malawi) fu istituito nel 1846 il sultanato musulmano di Jumbe con lo scopo preciso di favorire il commercio degli schiavi (Barth 1857 e Trimmingham 1969). Nel 1894 il governo britannico valutò che il 30 per cento della popolazione di Hausaland fosse costituito da ex schiavi. Era così anche nell’Africa occidentale francese fra il 1903 e il 1905 (Mason 1973, Madall e Bennett, e Boutillier 1968).
IV. L’ISLAM OGGI
A. SONO VALIDE QUESTE PRETESE?
Gli africani moderni hanno per troppo tempo praticato l’amnesia selettiva riguardo allo schiavismo islamico. Quelli di colore hanno messo giustamente l’enfasi sull’impatto distruttivo del colonialismo europeo e del commercio transatlantico degli schiavi, ma stranamente hanno ignorato la molto più duratura e devastante tratta arabo-musulmana degli schiavi in Africa.
Non si sente quasi mai parlare degli africani che erano costretti a migrare a causa delle incursioni dei negrieri musulmani dall’est, dall’ovest e dal nord dell’Africa dopo il settimo secolo. Gli schiavi africani, trasportati per via nave da Zanzibar, Lamu e altri porti estafricani, non erano portati in Occidente (come molti musulmani vogliono farci credere), ma finivano in Arabia, in India e in altri stati musulmani in Asia (Hunwick 1976, e Ofosu-Appiah 1973:57-63). Rapporti non ufficiali valutano che oltre 20 milioni di africani sono stati venduti come schiavi dai musulmani fra il 650 e il 1905 (Wills 1985:7)! È interessante notare che la maggioranza di questi 20 milioni di schiavi non era costituita da uomini, ma da donne e bambini che sono più vulnerabili (Wills 1976:7). È logico, visto che la posizione delle femmine nel Corano è sempre stata inferiore a quella dei maschi (sura 2:224; 4:11,34,176).
I teologi musulmani, come il famoso Ahmad Baba (1556-1527), sostenevano che "... la ragione dello schiavismo imposto ai sudanesi è il loro rifiuto di credere ... (Perciò) è legale impossessarsi di chiunque venga catturato come miscredente ... Maometto, il profeta, ridusse in schiavitù le persone perché erano Kuffar ... (È dunque) legale avere in possesso gli etiopi ..." (Baba pag.2-10).
Hamid Mohomad (alias "Tippu Tip"), che è morto nel 1905, era uno dei più affaccendati negrieri di Zanzibar. Ogni anno vendeva oltre 30.000 africani (Lewis pag.174-193 e Ofosu-Appiah 1973:8). È importante ricordarsi che la tratta degli schiavi a Zanzibar è continuata fino all’anno 1964! Infatti, nella Mauritania la tratta non è stata ufficialmente dichiarata illegale prima dell’anno 1981, mentre nel Sudan continua persino fino al giorno d’oggi secondo un rapporto dell’ONU del 1994 (vedi anche Ofosu-Appiah 1973:57-63; "The Times" del 25 agosto 1995; Darley 1935; MacMichael 1922 e Wills 1985). Tutti questi esempi riguardano uno schiavismo esclusivamente islamico.
B. BISOGNA RICONOSCERE QUESTE PRETESE?
I fatti soprannominati vengono generalmente sorvolati, ignorati o dimenticati nella letteratura di oggi, semplicemente perché non è "politicamente corretto" parlarne. Essendo io stesso africano, dico onestamente che dobbiamo rivalutare il ruolo dell’imperialismo europeo del diciannovesimo secolo riconoscendo che esso, malgrado la "stampa cattiva" che gode, è stato una delle poche forze che hanno fermato l’imperialismo arabo-musulmano nel continente africano. Gli arabo-musulmani di oggi screditano l’imperialismo occidentale del passato senza considerare o discutere l’argomento della loro propria sordida storia nel continente.
CONCLUSIONI:
Questo è stato un breve riassunto dello schiavismo islamico in Africa. I compilatori del Corano e gli scrittori islamici posteriori ammettono che la guerra e la tratta degli schiavi fossero i mezzi più efficaci per impadronirsi di nuovi ed indipendenti paesi in Africa. Questa teologia ha danneggiato gravemente non soltanto la vita familiare africana, ma anche l’antica eredità cristiana in Africa e lo sviluppo economico fino al giorno d’oggi. L’Islam ha attaccato deliberatamente prima le donne e i bambini, la parte più vulnerabile e importante della popolazione africana. Gli uomini che non sono stati venduti come schiavi sono semplicemente stati uccisi. La colonizzazione e lo schiavismo islamici sono cominciati oltre 1000 anni prima della più recente e breve tratta europea e transatlantica (Hughes 1922:49). Molte culture africane, sia pagane che cristiane, sono state distrutte. Perché?
Inoltre, perché i musulmani non protestano contro la schiavitù imposta agli africani nel Sudan odierno, e perché non la fermano? Il loro silenzio è molto eloquente! Mentre gli schiavi nei paesi occidentali sono stati liberati secoli fa, gli africani si chiedono per quanto tempo lo schiavismo durerà ancora nel continente africano.
Il Signore Gesù Cristo ha detto: "Andate e predicate l’Evangelo in tutto il mondo", inclusa l’Africa (Matteo 28:19-20). Non ci ha chiesto di fare la guerra o di ridurre i popoli in schiavitù. Al contrario, quando il Figlio di Dio ti avrà liberato sarai davvero libero. Infatti, la Bibbia condanna ogni tipo di imperialismo, sia arabo, europeo, asiatico che africano (vedi Esodo 23:4-5; Levitico 19:15; Deuteronomio 27:17; Proverbi 10:2-4, Isaia 5:20; Matteo 5:13-16; 38-48; 15:19; Giovanni 18:36-37; Romani 1:16-3:20; Ebrei 11:8-16 e Giacomo 4-5). Gesù ha anche detto: "Li riconoscerete dai loro frutti". I bianchi cristiani moravi della Germania deliberatamente vendevano loro stessi come schiavi per poter predicare l’Evangelo agli schiavi neri nelle Indie occidentali! Gli arabi musulmani hanno mai fatto qualcosa di simile per i neri? Il buon albero di Cristo porta frutti buoni. L’albero cattivo dell’Islam ha portato frutti cattivi in Africa dal 639 in poi, e continua a farlo fino al giorno d’oggi. Sta a te fare il confronto e prendere posizione.
Fratello Banda
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Les trois génocides de Bouteflika
Mais où est donc le tyran ? Claquemuré en son palais pour cause de... De quoi, au fait ? Son absence à Guelma fait désordre. Le Chariot d’Or serait-il avancé ?... Quelle autre raison pouvait ainsi l’empêcher de vomir lui-même son fiel à la face du pouvoir colonial assassin ? « C’est dur de mourir au printemps », chantait Brel...
À intervalle rapproché, la France est accusée d’un double génocide. Après avoir attendu 42 ans pour qualifier les massacres de Sétif, Bouteflika accélère. À l’évidence, comme nous le dit « Jean Daniel » « Rescapé d’une redoutable maladie, le président algérien a décidé de ne pas quitter la scène sans marquer historiquement le destin de son pays ». Rescapé ou plutôt en rémission ?
Première charge, urgente, lancée à « Constantine »« La colonisation a réalisé un génocide de notre identité, de notre histoire, de notre langue, de nos traditions. Nous ne savons plus si nous sommes des Amazighs, des Arabes, des Européens ou des Français ».
Trois jours plus tard il était reçu à l’hôpital militaire du Val de Grâce à Paris, déclenchant ainsi une polémique-tintamarre d’enfer de part et d’autre de la grande bleue.
Le quotidien El Watan du 22/4/06 fustigera cette incohérence en quelques mots : « Et la dignité nationale dans tout cela ? Au risque de faire le jeu des extrémistes français, l’on s’interroge sur les raisons qui ont poussé le Président, ou ses proches conseillers, à opter, en si mauvais moment, pour un séjour médical en France. La fierté algérienne veut qu’on ne demande pas le soir un comprimé de pénicilline au voisin avec qui on s’est chamaillé le matin ! ».
Mais l’Éditorial du même quotidien apportera une explication sans pour autant justifier « la faute politique » de Bouteflika : « Ce voyage est une grave faute politique. Déjà, en novembre dernier, beaucoup de voix se sont élevées pour critiquer le choix porté sur la France, probablement décidé dans la précipitation, l’urgence et l’angoisse du moment. (...) Comment est-on arrivé à ce gâchis. (...) » ;
L’éditorialiste poursuit : « Etrange situation... À moins que le transfert du président de la République vers l’équipe médicale qui l’a soigné en décembre ne relève pas du simple « suivi médical », comme l’ont souligné, après de lourdes hésitations, les autorités algériennes... Un tout autre problème ». Oui, à l’évidence, le Chariot d’Or est avancé. Et c’est dur de mourir au printemps. Les Kabyles en savent quelque chose. J’y reviendrai.
C’est le quotidien Algérien Liberté qui qualifiera le mieux la deuxième charge lancée par Ministre interposé, donc, ce 7 Mai 2006 : « Plus qu’une mise au point, plus qu’un sévère réquisitoire, son allocution au peuple de Guelma aura été une vraie “torpille” dans la “gueule” de la France. Une bombe ! » ;
« “La colonisation française a été brutale et génocidaire”(...)“Nous ne voulons pas d’une amitié cannibale.” Tel est le “dernier” mot de Bouteflika. Voilà. Le ton est donné. La messe est dite. Le mot est lâché. Génocide. Génocidaire ».
Ainsi, Ulac smah ? Alors ulac traité mais aussi ulac MEDEF !!! Laissons les à leurs oignons d’hypocrites. L’un est cousu d’Or pendant que son peuple crève la dalle dans un pays en ruine tandis que ses derniers soubresauts sont pour « l’Histoire » devant les portes ouvertes du Hadès. L’autre est endetté jusqu’à la fin des temps et se contorsionne dans un énième merdier qui s’appelle « Clearstream ». Ils ont bel et bien d’autres chats à fouetter. Mine de rien ils sont copains « comme cochons » et les affaires continuent. Nous pouvons l’observer au quotidien.
L’enjeu est ailleurs, il s’appelle « grand Maghreb » et « Espace stratégique pour les Etats-Unis ». Chirac mérite le « cocufiage » qui lui est infligé de même que la raclée pour la postérité. Il se console déjà avec d’autres dictateurs que le Texan tient néanmoins à l’œil. Les prés-carrés et chasse gardée sont désormais américains ! Passons.
Le sanguinaire Bouteflika qui s’y connaît pourtant bien en matière de génocide attend l’année 2004 pour les dénoncer... Génocide culturel. Massacres de Sétif : Génocide et crime contre l’humanité. Le coupable tergiverse et en appelle aux Historiens tandis que des voix algériennes s’élèvent pour ridiculiser les trémolos de Bouteflika.
Ainsi « Sid Ahmed Ghozali » balaiera tout ça d’un revers de main sur RFI : « La relation France-Algérie a été traitée aux ras des pâquerettes des deux côtés. Il faut laisser les historiens se prononcer une fois pour toutes ! Nous sommes voisins depuis 3000 ans, nous n’avons pas échangé que des coups ». Passons...
Ainsi Mouloud Hamrouche, qui a choisi Kherrata en Kabylie, pour dire sa soif de liberté dans son discours du 8 Mai de 2006 à l’occasion du 61e anniversaire des massacres du 8 Mai 1945, écoutons le tel que nous le rapporte Liberté du 09/5/06 :
« il nous revient de glorifier notre passé et notre histoire sans nous soucier de ce que font les autres. (...) Nous avons un pays, un État et une administration, mais il nous manque l’essentiel : la liberté ! (...) Quand la mystification et le mensonge sont érigés en principes, la nation est soumise à la tyrannie et à l’injustice (...) Nous pouvons reconstruire notre pays (...) Pour cela, nous avons besoin d’un nouveau Abane Ramdane (...) ». Aïe aïe aïe ! je sens qu’il va beaucoup aimer la Kabylie très prochainement... Les bulletins de vote Kabyles sont visés...
El Watan du même jour relèvera : « Les propos qu’il (M. Hamrouche) a tenus lundi à Kherrata, à l’occasion de la commémoration des massacres du 8 Mai 45 sur le pouvoir qu’il a descendu en flammes, sont sans concessions ». Le quotidien s’étonne à peine de la verve de ce « silencieux légendaire » qui multiplie opportunément ses sorties médiatiques. Comportement révélateur d’échéances électorales rapprochées ?
Alors, le tyran se meurt ? Tout le laisse supposer. Si tel est le cas, il arrivera en enfer les mains et la face couvertes du sang des martyrs Kabyles. L’immonde régime Algérien a planifié la disparition de l’identité du peuple kabyle dès 1980 ; Bouteflika l’a mis à exécution sans état d’âme. Pour assouvir sa haine aveugle des Kabyles il n’a pas hésité à laisser son Algérie sombrer au fond du gouffre de l’islamisme aussi sanguinaire que lui et en lui faisant allégeance via « la charte » de la fausse réconciliation Nationale.
Ainsi, si Bouteflika n’a pas entièrement consommé le génocide culturel et la répression gendarmo-policière entrepris contre les Kabyles, c’est uniquement parce qu’il a failli y laisser sa peau politique. Qu’à cela ne tienne, il décidera « une mise au pas par le pourrissement ». Il s’y tient. Pourrira bien qui pourrira le dernier...
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