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10/04/2007

Kamikaze made in Europe

L’Europa è diventata la più pericolosa «fabbrica di kamikaze islamici» al mondo perché è stata incapace di integrare gli immigrati musulmani. L’accusa, pesantissima, è stata lanciata dagli Stati Uniti, aprendo un nuovo fronte di scontro con l’Europa (ancor più cruciale di quello sull’economia, sulla politica e sulla difesa) nel determinare il futuro della civiltà occidentale. Perché riguarda la sicurezza che tutela il diritto alla vita e il modello di convivenza sociale su cui si basa l’identità collettiva. L’ha fatta il ministro della Sicurezza americano, Michael Chertoff, nell’intervista al Daily Telegraph in cui confessa di temere che un nuovo 11 Settembre negli Stati Uniti potrebbe essere scatenato da terroristi islamici suicidi con cittadinanza europea. Ebbene, considerando i fatti, non si può che dargli ragione.
Non è stata forse la «cellula di Amburgo» di Al Qaeda a preparare e dirigere il più clamoroso attentato terroristico suicida della Storia a New York e Washington nel 2001? Non sono stati forse dei cittadini britannici a inaugurare la figura del terrorista suicida islamico europeo, facendosi esplodere nel caffè Mike’s Place di Tel Aviv il 30 marzo 2003 e nella metropolitana e nel centro di Londra il 7 luglio 2005? Non è forse vero che nel corso degli ultimi 15 anni dall’Europa sono partiti migliaia di terroristi islamici, autoctoni e immigrati tra cui decine di kamikaze, per andare a fare la loro Jihad in Afghanistan, Algeria, Cecenia, Kashmir, Albania, Bosnia, Kosovo, Israele, Somalia, Marocco, Yemen e Iraq? Come non preoccuparsi del fatto che da un sondaggio del Pew Global Attitudes Project, della scorsa estate, emerge che un musulmano europeo su quattro legittima gli attentati terroristici suicidi contro i civili «per difendere l’Islam»?
Ugualmente, se consideriamo il sostanziale fallimento dei modelli di convivenza sociale finora sperimentati in Europa, quello multiculturalista in Gran Bretagna e Olanda e quello assimilazionista in Francia, non possiamo che dar ragione a Chertoff. Sono fatti incontestabili la diffusione dei ghetti etno-confessional-identitari; il venir meno del sistema di valori che sostanzia l’identità nazionale; l’esplosione delle tensioni e delle violenze tra imusulmani e gli autoctoni. Tuttavia ciò che non convince è la diagnosi di Chertoff, secondo cui ci sarebbe un rapporto di causa ed effetto tra il fallimento del modello di convivenza sociale e l’affermazione dei terroristi islamici europei, nonché la terapia che individua la soluzione nel multiculturalismo. È lo stesso Chertoff a contraddirsi quando ipotizza, da un lato, una natura reattiva al terrorismo islamico europeo e, dall’altro, attribuisce una natura aggressiva al terrorismo islamico globalizzato negando che la guerra in Iraq sia la causa che l’ha scatenato.
Così come Chertoff pecca di ingenuità immaginando che migliorando il tenore di vita e il livello di istruzione si sradicherà il terrorismo, perché in realtà la generazione più pericolosa dei burattinai e dei burattini del terrorismo islamico è formata da individui benestanti e altamente istruiti. Infine, ciò che sfugge a Chertoff, è che i modelli di convivenza sociale in Europa sono falliti non perché non si sia permesso ai musulmani di affermare la propria identità, ma perché non è stato richiesto loro di rispettare le regole e di condividere i valori che sono alla base della comune identità. Il difetto è nel fatto che l’Europa, a differenza degli Stati Uniti, ha una cultura dei diritti ma non dei doveri, si è limitata a elargire a piene mani i diritti senza esigere in cambio l’ottemperanza dei doveri.
Magdi Allam
06 aprile 2007

Negoziare con le bestie sataniche?

Adjmal... Adjmal, ci lasciano andare, siamo liberi! Ti rendi conto? Torniamo a casa, a casa". Il mio amico e interprete afgano, Adjmal Naqeshbandi è frastornato. Non capisce cosa gli dico. Mi vede saltellare con la catena che mi stringe le caviglie e accenna ad un timido sorriso. Si alza in piedi anche lui, lascia per terra il bicchiere con il tè giallo ancora pieno e i pezzi di pane della colazione. Si guarda attorno, vede Haji Lalai, il braccio destro del mullah Dadullah, il grande capo che gestisce il nostro sequestro da due settimane. E' il 19 marzo, un lunedì. Il comandante si affaccia dalla piccola finestra della cella e annuncia raggiante: "Good news, good news. Preparatevi, fra due ore tornate a casa".

Mi lancio sul mio amico, lo abbraccio: restiamo così, stretti in questa morsa, per lunghi secondi, le lacrime che ci rigano il viso sporco, pieno di polvere mista a terra. Adjmal sussulta per i singhiozzi che trattiene a fatica. Scuote il capo, non ci crede, non vuole crederci, ha paura di subire l'ennesima delusione. E' accaduto tante volte, può succedere ancora.

Adjmal Naqeshbandi aveva 23 anni, due sorelle e tre fratelli. Si era sposato da sette mesi: un matrimonio con la sua giovanissima fidanzata, 17 anni appena, figlia di un noto chirurgo della provincia di Loghar, a sud di Kabul. Lo avevo conosciuto nel 2001, in piena seconda guerra del Golfo. Si era presentato nella base del contingente italiano, lungo la Jalalabad road, e si era offerto come interprete. Con altri colleghi avevamo alloggiato nella guest house, la Heverest guest house, che Adjmal gestiva insieme al fratello Kebher. Una casa semplice ma accogliente che avrei frequentato per altri tre anni, a volte due mesi di fila, tra la neve che ci assediava nei freddi inverni e il caldo opprimente dell'estate. Lui era sempre lì, sorridente, grassottello, il viso largo, gli occhi scuri, dolci, il filo di barba che si chiudeva in un pizzetto che trattava con cura. L'aria un po' saccente, l'inglese perfetto studiato in Pakistan negli anni dell'esilio durante la lunga guerra civile, il sogno di diventare un giornalista.


I miei viaggi in Afghanistan erano diventati più rari, ma ci sentivamo spesso al telefono, ci scrivevamo molte mail. Mi raccontava dei suoi progressi, dei contatti che aveva accumulato durante la mia assenza. Scriveva per un quotidiano giapponese, collaborava alla Bbc in lingua pashtun, forniva notizie e servizi per giornali statunitensi e britannici. Seguiva i miei consigli, accettava le mie critiche, capiva quando lo avvertivo di fare molta attenzione a chi conosceva, chi incontrava, di verificare sempre, più volte, le sue fonti.
Lo mettevo in guardia sui doppi, tripli giochi della realtà afgana. Lui sorrideva. "Stai tranquillo, ho combattuto con Massud", amava ricordare.

Siamo ancora nella cella. Adjmal è scettico, non crede a quello che dice il comandante Haji Lalai. Ma è vero, ci liberano: i nostri carcerieri, ragazzi poco più che ventenni, irrompono nella nostra stanza con salti di gioia e grida di entusiasmo. Ci abbracciano, ci toccano, ci stringono le mani. Ripetono in coro: "Free, free, you are free". Si avventano sui lucchetti che chiudono le nostre catene ai piedi. Non si possono aprire, non sono mai stati aperti in 15 giorni: hanno perso le chiavi nel deserto. Ci provano in due, poi in tre, quattro, con tutto quello che trovano a disposizione. Iniziano con Adjmal: sono in fondo felici di vederci liberi e di non essere stati costretti ad ucciderci.

Lo avrebbero fatto, senza incertezze: sono dei soldati, e dei soldati fanatici. Colpiscono con furia, poi in modo metodico, con le pietre del deserto, rompono le catene. Il mio interprete allarga finalmente le gambe, saltella, allunga i passi fino al giardino esterno. Ora tocca a me, è un lavoro più facile, i lucchetti saltano dopo i primi colpi con una pietra e un punteruolo. "Bisogna andare, adesso", esorta il comandante, il capo di questa banda di assassini.
All'esterno di questa fattoria, immersa nel distretto di Gramser, sud di Helmand, cuore del territorio Taliban, sono già pronti due convogli. Mi spingono verso il primo, mi volto, saluto con un gesto della mano Adjmal. Mi risponde, lo vedo finalmente sorridere. E' felice, sta andando via dalla prigione; ci crede anche lui. Lo scortano verso un secondo gruppo di auto. "Ci vediamo a Kabul, forse in Italia", mi grida in inglese.

Con la coda dell'occhio vedo Adjmal che sale su un pick up. Chiedo di lui, dove sarà liberato. Il comandante Haji Lalai è generico. "Lo consegniamo ad altri amici". Insisto per conoscere il mio destino. "Tu vai con gli italiani, lui con gli afgani. Helder, capi tribù che garantiranno per noi e per voi". Resto teso, le fasi delle liberazione sono quelle più pericolose. Ma sono felice, torniamo a casa. Entrambi.

Adjmal non lo rivedrò mai più. Sparito, inghiottito nel buco nero dei Taliban. Libero e di nuovo fatto prigioniero. Ancora ostaggio della banda del mullah Dadullah. Forse di nuovo picchiato, interrogato, punito. Minacciato di morte. Ucciso, decapitato. Come Sayed Agha, l'autista, l'altro nostro compagno di viaggio e di lavoro, assassinato in una landa deserta sulla riva del fiume Helmand. Sgozzano Adjmal alle 11 e 30 di domenica 8 aprile, giorno di Pasqua, poco prima della grande preghiera del pomeriggio. I Taliban sono fiscali perfino nei loro comunicati stampa. Una sentenza letta in nome di Allah, scandita dai canti di battaglia degli studenti coranici, le mani legate dietro la schiena, una benda sugli occhi, quattro braccia robuste che ti trascinano sulla sabbia, ti soffocano, un coltello che ti trancia la trachea e poi avanti e indietro, con calma, in un silenzio agghiacciante, fino a tagliarti tutto il capo, il tronco monco che si dibatte, il sangue che schizza da tutte le arterie: così io e Adjmal avevamo visto uccidere Sayed. Un gesto barbaro, crudele. Una morte ingiusta, gratuita, vigliacca.

Avevo rivisto Adjmal il 21 febbraio scorso. Era raggiante di lavorare di nuovo con me. Ma era diverso, cambiato. Nel fisico e nell'animo. Restava spesso assorto nei suoi pensieri, non mi parlava più con lo slancio e l'entusiasmo di prima. "La mia famiglia", ripeteva spesso, "conta solo su di me. Sono io a dover provvedere a tutto". I grandi progetti di una nuova pensione, un ristorante, persino di una stazione di benzina con autolavaggio erano rimasti nel cassetto. Il fratello maggiore era emigrato in Belgio come esiliato politico. Quello minore, tutto proiettato nel suo futuro di tecnico informatico. Ma conservava anche molti segreti, insondabili, che non mi rilevava. Adjmal aveva scelto di fare il reporter, teneva strette le sue fonti. Viveva di queste. Ci era riuscito. E lo dichiarava con orgoglio: "Senza togliere meriti a nessuno, sono l'unico che ha veri contatti con i Taliban. Ho già realizzato, la settimana scorsa, tre interviste con il mullah Dadullah. Con un collega inglese di al Jazeera, una francese e tre afgani. Possiamo farla anche noi. E' tutto pronto, ci aspettano". Niente scoop, quasi una routine. L'ultimo colpo, vittime di una trappola più grande di noi.
DANIELE MASTROGIACOMO su La Repubblica

09/04/2007

Diaspora chrétienne irakienne: que fait l'U.E?!

Enlèvements, tortures, meurtres… Les chrétiens d’Irak – 2,5% de la population – sont aussi victimes des violences interconfessionnelles qui endeuilllent chaque jour le pays. Seule solution : fuir les grandes villes, où leurs églises sont prises pour cibles, pour se réfugier au Kurdistan, ce Nord irakien comme épargné par la guerre civile.

Depuis la chute du régime de Saddam Hussein, en avril 2003, plus de 3000 familles chrétiennes vivant dans les grandes métropoles – Bagdad, Bassora, Mossoul – ont trouvé refuge dans le nord du pays, au Kurdistan irakien.

Elles retournent dans les villes et les villages qu’elles avaient fuis il y a trente ans, chassées par les exactions des troupes irakiennes. Toutes font le même récit : l’ordre et la paix retrouvés après l’insécurité vécue dans le reste de l’Irak, la persécution par des islamistes, les attentats, les enlèvements…

C’est sans doute à Bassora que l’hémorragie est la plus grave : sur les quelque 2000 familles chrétiennes qui, en 2004, étaient installées dans la grande ville chiite du Sud, oé n’en reste plus qu’environ 400, selon Mgr Djibraïl Kassab, l’archevêque chaldéen de la métropole. Celles qui restent sont les plus pauvres. Les commerçants qui vendaient de l’alcool, généralement des chrétiens, ont été la cible privilégiée des islamistes. L’église syrienne catholique de la ville a été incendiée après les déclarations de Benoît XVI sur l’islam.

Appelons-la « le docteur M.E. » -- car bien que réfugiée au Kurdistan, cette femme médecin souhaite garder l’anonymat. Elle a terminé sa spécialisation à Bagdad qu’elle a fui en juillet. Nous l’avons rencontrée à Dohouk, dans le nord du Kurdistan d’Irak. « Les dernières semaines à Bagdad, j’étais forcée de mettre un tchador pour sortir, témoigne-t-elle. Les islamistes avaient rasé et battu deux étudiantes qui sortaient tête nue, et affiché leur photo partout sur le campus, avec cet avertissement : « Ne montrez pas vos cheveux, sinon nous vous raserons et vous tuerons… » On ne comprend pas qui fait tout cela. Des gens pénètrent dans nos bureaux la nuit, certainement avec la complicité d’employés. Qui sont-ils ? Que veulent-ils ? Personne ne le sait. »

Récit terrifiant

Etre à la fois chrétien et médecin constituent une double menace, car les médecins ont la réputation d’être riches, et son la cible des kidnappeurs et des tueurs.

Le docteur M.A.Y., sœur du docteur M.E., a quitté Bassora après la chute de Saddam. Elle dirige aujourd’hui le département de gynécologie de Dohouk. Elle fait le récit terrifiant du sort réservé à ses collègues, chrétiens comme musulmans. « Le docteur Abdullah Hamid, chirurgien, vice-doyen de l’école de médecine, a été abattu sur le seuil de sa clinique par un gamin de 15 ans, se souvient-elle. Le docteur Jassem Fayçal, directeur d’un hôpital, a été assassiné. Puis ce fut le tour d’un dentiste, d’un urologue… Je suis partie en laissant tout derrière moi, ma maison, ma clinique. »

Toma Benyamin, un plombier quadragénaire, habitait avec sa femme, Faiza, et leurs six enfants, à Bagdagd Jeddida (littéralement : le nouveau Bagdad), un quartier dans l’est de la capitale irakienne où cohabitaient auparavant sunnites, chiites et chrétiens. « Des bandits ont essayé de kidnapper un de nos fils. D’autres, des Arabes – souligne-t-il –, ont menacé par téléphone d’enlever une de nos filles. Ils ont appelé quatre fois. Alors, nous avons décidé de fuir.

Toma et sa famille sont partis en février, emportant leurs meubles dans un camion. Ils ont trouvé refuge à Ain Kaoua, une agglomération exclusivement chrétienne à la périphérie d’Arbil, la « capitale » du Kurdistan irakien. Toma affirme qu’il ne reste plus que 300 familles chrétiennes sur les 35000 qui vivaient auparavant à Bagdad Jeddida.

Beharé, 28 ans, s’est lui réfugié dans le village kurde de Levo, près de Zakho, à proximité de la frontière turque. Il vivait autrefois dans l’un des quartiers les plus violents de Bagdad, Al-Dora, déchiré par les affrontements entre chiites et sunnites. « Nous n’en pouvions plus, explique Beharé. Chaque jour, il y a avait une ou plusieurs explosions de voitures piégées, on retrouvait des têtes coupées. Nous sommes partis après les meurtres de dix chrétiens qui vendaient de l’alcool. » Madeleine, sa tante, ajoute : « Ils en sont arrivés à tuer les gens d’après leur carte d’identité. »

Les chrétiens sont-ils victimes de l’anarchie générale qui règne en Irak ou sont-ils persécutés en tant que chrétiens ? L’évêque d’Amadia et d’Arbil, Mgr Raban, répond prudemment : « Les chrétiens sont les victimes les plus faciles car ils n’ont pas de milices pour les protéger. » Mais il ajoute : « Ils constituent aussi la cible numéro un des professionnels du kidnapping, des criminels libérés de prison aux derniers jours du régime de Saddam Hussein, et aussi des fanatiques qui procèdent à une véritable épuration religieuse. »

Mgr Raban a été lui-même l’objet de menaces téléphoniques répétées par des individus très bien renseignés sur ses activités.

La tension est montée d’un cran depuis l’été avec l’enlèvement de trois prêtres chaldéens catholiques, et surtout après celui d’un prêtre syrien orthodoxe, qui s’est terminé tragiquement.

Battu, brûlé, menacé

Le Père Raad Kashan a été le premier kidnappé alors qu’il circulait en taxi à Bagdad, le 15 juillet. Séquestré pendant quarante-huit heures, il a été battu, son dos et ses mains brûlés avec des cigarettes. On l’a relâché en lui disant : « Nous savons où tu vis… Si tu ne nous verses pas 200 000 dollars dans les deux jours, on reviendra te chercher. » Raad Kasha a été exfiltré d’urgence vers la Jordanie.

Le 15 août, c’était au tour du Père Saad Syrop Hanna, professeur au séminaire, de disparaître alors qu’il circulait dans la capitale au volant de sa voiture. Libéré trois semaines plus tard, en état de choc, il a dû être hospitalisé. Mi-septembre, le Père Bassel Yeldo, secrétaire du patriarche des chaldéens de Bagdad, Emmanuel III Delly, était séquestré pendant vingt-quatre heures.

Mais un nouveau pas dans l’escalade de la terreur a été franchi avec la disparition, le 9 octobre à Mossoul, du prêtre syrien orthodoxe Paulos Iskandar. L’enlèvement a été revendiqué par un groupe islamiste inconnu qui réclamait une rançon de 280 000 euros. Quatre jours plus tard, le corps décapité du prêtre était retrouvé à l’est de Mossoul. Il a été inhumé le lendemain, en présence de tous les évêques de la région. Ce drame a achevé de terrifier la population chrétienne, dont la fuite vers le nord s’accélère.

Cet exode est accueilli favorablement par les autorités religieuses et politiques du Kurdistan irakien. Des villages chrétiens, rasés dans les années 1960 et 1970, revivent. Les évêques locaux, qui se plaignaient de la « désertification » des églises, se réjouissent de l’afflux de ces nouveaux fidèles. « C’est le printemps de mon diocèse », confie l’évêque de Zakho, Mgr Petros al-Harboli.

Au nord, dabs cette région montagneuse qui s’étend autour de Zakho, Dohouk et Amadia, les zones d’habitation chrétiennes détruites sous Saddam Hussein sont reconstruites. L’initative en revient au gouvernement unifié du Kurdistan d’Irak [investi le 7 mai 2006] de Nechirvan Barzani – neveu du président Massoud Barzani. Les travaux sont supervisés par Sarkis Aghajan, le ministre de l’économie – un chrétien nestorien. L’édification de chaque maison de trois pièces coûte l’équivalent de 14 350 euros.

« Ici, il y a la paix »

C’est ainsi que le village de Sharanesh, près de la frontière turque, s’est repeuplé. Vingt nouvelles maisons ont été construites, et une cinquantaine d’autres sont en chantier. « Ici, il y a la paix. On peut rendre visite à nos voisins, et je pourrai aller à l’école », dit Nermin, 16 ans. Fuyant la violence de Bagdad, il est arrivé à Sharanesh, le 4 juillet, avec sa mère, Hanna, son père, Akram, installateur d’antennes de télévision, et ses trois frères et sœurs.

En attendant que leur maison soit achevée, ils campent chez des parents, déménageant tous les mois pour ne pas abuser de leur sollicitude. Financièrement, ils sont soutenus par des proches exilés aux Etats-Unis, et perçoivent une allocation mensuelle versée par le gouvernement kurde – quelque 100 000 dinars par foyer (environ 13€).

« Ici, on est tous parents, on est tous chrétiens », souligne Mgr Petros al-Harboli. L’église de Sharanesh n’a pas encore été reconstruite – « Et pour moi, c’est plus important qu’une maison », egrette Hanna.

Le retour de ces chrétiens ne se fait pas sans problèmes. Nazaht, 20 ans, enseignait l’anglais à Bagdad. Elle a trouvé refuge à Levo, d’où sa famille est originaire, mais regrette amèrement « la belle vie » dans la capitale. « C’était une ville de rêve, fit-elle. J’adorais faire du shopping, aller au restaurant, au théâtre avec mes amies. Si la situation redevient normale, je serai la première à y retourner. A pied s’il le faut ! »

Des terres occupées

Autre problème, plus grave, celui des terres. Dans certains villages, comme Pechkabour, Deir Aboun ou Karaoulla, les terrains abandonnés par les chrétiens ont été réoccupés après 1975 par des Arabes. Puis, après la guerre du Golfe de 1991, des tribus kurdes musulmanes s’y sont installées. Les chrétiens ne manifestaient alors aucune intention de revenir.

Aujourd’hui, le gouvernement tente de faire évacuer ces villages en proposant 10 000 dollars d’indemnités (près de 8 000 euros) à ceux qui acceptent de partir. Mais les Kurdes musulmans s’accrochent. C’est le cas à Pechkabour notamment, où la tribu des Miran dispose d’appuis importants au sein du régime (un des siens est membre du bureau politique du parti démocratique du Kurdistan, PDK, de Mssoud Barzani).

Au bord de la rivière Habour, le village de Karaoulla a été détruit en 1975 par l’armée irakienne. Aujourd’hui, il est réoccupé, et divisé en deux : d’un côté les Kurdes musulmans, de l’autre les Kurdes yesidis arrivés en 1992 [fidèles d’une secte d’origine zoroastrienne considérés par les musulmans comme des adorateurs du diable]. Le gouvernement d’Arbil a commencé en 2005 à construire une dizaine de maisons pour les chrétiens, et quelque 70 autres sont prévues. « Si nous ne récupérons pas nos terres, qu’allons-nous devenir ? », se lamente le mukhtar (le maire), Horniz Toma Moussa. Chaque jour arrivent à Karaoulla de nouveaux réfugiés, comme cette famille qui en est réduite à camper dans une pièce de l’ancienne casemate de la police irakienne, avec l’aude du frère du chef de famille, une certain Nicoals… installé à Sarcelles (Val-d’Oise !)

Si la vie dans ces villages satisfait les chrétiens d’un certain âge, elle pose problèmes aux plus jeunes. Aux étudiants, par exemple, qui ne sont pas capables de suivre des cours en kurde, la langue de rigueur dans la majorité des écoles de la région. Au quotidien, les réfugiés chrétiens communiquent difficilement avec leurs voisins. C’est encore plus vrai dans les zones rurales, où les Kurdes parlant l’arabe sont rares. Un certain nombre de jeunes chrétiens prennent le risque de rendtrer à Bagdad poursuivre leurs études.

Trouver un emploi est également problématique. Si les chrétiens spécialisés – médecins, ingénieurs ou techniciens – parviennent à travailler, ce n’est pas le cas de ceux qui survivaient à Bagdad grâce à des petits boulots – la majorité des réfugiés. Ceux-ci en sont réduits à une vie d’assistés, percevant les allocations du gouvernement kurde ou des mandats de parents émigrés à l’étranger. Rien qu’aux Etats-Unis, on recense 250 000 irakiens chrétiens dans le Michigan, 50 000 en Arizona, 30 000 en Californie.

Isolés linguistiquement, traumatisés par les persécutions dont ils ont été les témoins ou les victimes, les chrétiens réfugiés au Kurdistan d’Irak doivent aussi faire face à la propagande du mouvement nationaliste assyrien basé aux Etats-Unis [non uni à Rome, 250 000 personnes rien qu’en Amérique], qui tente de faire revivre le mythe de la nation assyrienne.

« Nous, les chrétiens, nous avons notre histoire, assène un réfugié du village d’Arraden, près d’Amadia. Il y a 2000 ans, il n’y avait pas de Kurdes ici. Nous, les chrétiens, étions 30 millions. Aujourd’hui, nous ne sommes pas 1 million. Où sont passés les autres ? Les Kurdes prétendent que la terre leur appartient, leur nombre augmente sans cesse ». Et de conclure : « Les chrétiens n’ont pas d’avenir en Irak, même les enfants vous le diront. Aujourd’hui, les chefs kurdes construisent des maisons pour nous, pour donner une bonne image d’eux-mêmes. Mais l’extrémisme viendra, insidieusement, comme à Bassora. On ne peut pas contrôler l’influence des extrémistes, on ne peut pas l’arrêter. On ne peut pas changer l’islam : un jour, ils vous appellent mon frère, le lendemain, ils vous tuent. »

Une politique pro-chrétienne

Le plus étonnant, c’est que le réfugié chrétien qui prononce cette diatribe le fait dans une maison offerte par le gouvernement kurde. Celui-ci fournit aux nouveaux venus une aide bien plus important que celle qui est proposée aux réfugiés musulmans. Ainsi, les quelque 1500 familles kurdes musulmanes chassées de Mossoul par les violences intercommunautaires ne bénéficient d’aucun programme public de relogement.

Interrogé sur cette politique résolument pro-chrétienne, Mgr Petros al-Harboli, l’évêque de Zakho, estime qu’il ne faut pas écarter d’éventuelles pressions sur le gouvernement d’Arbil de la part de dirigeants protestants américains et de la diaspora kurde aux Etats-Unis. Leur objectif ? Installer au Kurdistan d’Irak une population hostile à la propagande des mouvements islamistes.

Une autre explication peut être avancée. Si les réfugiés chrétiens sont les bienvenus, c’est, dit-on, parce que cette communauté compte en son sein de nombreux médecins, ingénieurs, techniciens…. Un élite qui fait défaut au Kurdistan. L’accueil réservé aux chrétiens permettrait également de couper court à la propagande du mouvement nationaliste assyrien.

Avec une pointe d’humour, un responsable local conclut que les chefs kurdes ne peuvent tirer que des avantages de la présence d’une minorité… qui n’est pas susceptible de fomenter un coup d’Etat.

Sous Saddam Hussein, un devoir de loyauté

Aujourd’hui, seuls quelque milliers de chrétiens restent à Bagdad. « Pour eux, l’exil est préférable à la peur », notait en septembre 2006 Mgr Jean Benjamin Sleiman, archevêque de Bagdad (auteur de Dans le piège irakien, éd. Presses de la Renaissance). Certes, l’exode a débuté bien avant le renversement de Saddam Hussein : un tiers des chrétiens irakiens ont quitté leur pays depuis 1980. Mais à Noël 2002, les cinquante églises de Bagdad étaient encore très fréquentées. Comme l’étaient celles de Mossoul et de Kirkouk, qui comptent parmi les plus vieilles villes chrétiennes du monde. Les chrétiens ont occupé une place particulière sous l’ancien régime. Saddam Hussein, musulman (sunnite), veillait à les préserver dans une société en voie d’islamisation, voire à s’assurer de leur soutien. Dans les années 1990, les chrétiens sont nombreux, par exemple, dans les rangs du parti Baas ou dans ceux des unités d’élite (garde républicaine, garde présidentielle), réputées fidèles au ducatateur. Personnage-clé de l’Etat, le vice-premier ministre Tareq Aziz est lui-même chaldéen. Le Syrien Michel Aflaq (1910-1989), l’un des deux fondateurs du parti Baas, était chrétien. Les églises d’Irak, jouissant de certains privilèges (exemptions fiscales, construction d’écoles, restauration de couvents…), se sont gardées de critiquer le pouvoir. Nombre de leurs fidèles considéraient Saddam Hussein comme un rempart contre l’intégrisme. Cette proximité avec l’ancien régime contribue depuis à alimenter les rancoeurs.

Article publié dans Le Monde 2, supplément distribué avec Le Monde du samedi 28 octobre 2006.

COMMENTAIRE: A L'HEURE ACTUELLE LES SURVIVANTS DU MASSACRE SE TASSENT COMME DES BETES DU COTE D'ISTANBUL PENDANT QUE L'U.E. LEUR CLAQUE LA PORTE A LA FIGURE. UN SCANDALE HUMANITAIRE DONT TOUT LE MONDE SE FOUT!

La sinistra apre lentamente gli occhi sull'islam

medium_20070408_talebani.jpgMASTROGIACOMO: «BUGIARDI E ASSASSINI» - Ore d'angoscia alla redazione di Repubblica dopo le prime notizie dell'esecuzione di Adjmal. «Per giorni abbiamo chiesto ai taleban - ha detto il direttore Ezio Mauro - di non macchiarsi di altro sangue, di evitare un nuovo lutto e di restituire Adjmal alla sua famiglia. L'interprete non ha alcuna colpa». In serata, dopo che la notizia della morte di Adjmal ha ricevuto le prime conferme, è stato lo stesso Daniele Mastrogiacomo ad esprimere la propria angoscia con un intervento pubblicato sul sito web del quotidiano: «Sono affranto, distrutto, di nuovo catapultato in un incubo che sembra non finire mai. I talebani hanno mostrato al mondo la loro vera faccia, assassini che non hanno rispettato i patti». E ancora il direttore del quotidiano, attraverso il sito, spiega: «Abbiamo sperato fino all'ultimo che non fosse vero. È un omicidio barbaro e senza alcuna ragione, nemmeno in una logica di guerra. Noi di Repubblica lo piangiamo come un compagno di lavoro mentre denunciamo l'impossibilità per i giornalisti di svolgere la loro funzione nelle zone controllate dai talebani che disprezzano non solo la libertà d'informazione e i diritti dei prigionieri ma anche la vita umana»

08/04/2007

Immigration et identité nationale: le temps des confusions

La France est entrée dans une période de confusions. Lorsqu’on parle de la Nation, certains entendent nationalisme, le patriote devient un xénophobe, chanter la Marseillaise parait ringard, posséder un drapeau français semble dépassé ! On confond le concept de nationalité avec celui d’identité. En effet, au gré des migrations de populations, il est possible d’acquérir différentes nationalités, par contre, l’identité revendiquée par chaque individu est unique et demeure indélébile. Cette confusion explique la problématique de la double appartenance et le développement des communautarismes. Aujourd’hui les anti-racistes peuvent être antisémites, les fraudeurs, les agresseurs et les voyous se font passer pour des victimes et tous ceux qui prennent faits et cause pour les immigrants clandestins se targuent d’être des humanistes ! La haine de la police et de tous les uniformes devient excusable ! Il est mal venu de poser des questions sur l’immigration et sur l’Islam fondamentaliste, de peur d’être accusé de racisme, de fascisme ou d’une « lepénisation des esprit » . Emmanuel Le Roy Ladurie en est bien conscient lorsqu’il écrit : Dès que X ou Y parlent d’immigration sur un mode légèrement critique, les plaintes contre X ou les insultes à l’encontre d’Y risquent de pleuvoir.

Reconnaissons, qu’en France, le danger ne vient pas des Juifs qui ont toujours respecté la séparation du culte et de l’état, la laïcité, la liberté et l’égalité devant la loi. Les Juifs français ont payé un lourd tribut au cours des différentes guerres que la France a dû mener, et leur fidélité à la République est incontestée.

Indéniablement, la crise identitaire, le débat sur la laïcité et l’antisémitisme ont été relancés en France par un Islam radical, affublé d’un masque antisioniste. La banalisation d’un antisémitisme islamique est un risque grave pour la démocratie française et il est de mauvais augure, pour l’avenir des Juifs de France.

Les musulmans intégristes ont, actuellement, des raisons de se croire tout permis. La constante référence “humaniste” du gouvernement plaide, en effet, pour la bienveillance face aux revendications communautaristes portées au nom des droits de l’Homme et de la “différence”. La politique pro arabe de la France, soulignée ces derniers temps, peut laisser croire pareillement à une tolérance pour “l’orthodoxie” et ses dérives. Le consensus contre la guerre en Irak a pu laisser penser également, que la communauté nationale se retrouverait solidaire de tous les combats identitaires des musulmans.

Loin de moi l’idée de faire l’amalgame entre la majorité des Musulmans, respectueux des lois du pays d’accueil et certains extrémistes qui menacent d’imposer les lois de l’Islam à toute la planète. Certes, tous les Musulmans ne sont pas islamistes et tous les islamistes ne sont pas des terroristes. Mais, la grande majorité des terroristes, aujourd’hui, sont des islamistes.
En Israël, contrairement à ce qui se passe en France, aucune question n’est taboue. Les Israéliens sont connus pour leur « houtzpa », c’est-à-dire leur manière directe d’aborder tous les sujets de sociétés. Ils se permettre de critiquer toutes les actions des personnalités politiques sans une retenue de façade.
Nombreux sont ceux qui accusent le conflit israélo-palestinien d’être la seule cause de la renaissance du fondamentalisme islamique. Je prétends qu’il permet, au contraire, de dévoiler la véritable doctrine de l’Islam fondamentaliste et de révéler à l’Occident la stratégie bien élaborée, particulièrement rusée et éminemment subversive du fascisme à visage islamique.


La France, terre d’asile.

La France est connue comme ayant toujours été une terre d’asile. Depuis des siècles, elle a accueilli des vagues d’immigrations venues d’Europe centrale, d’Italie, d’Espagne ou du Portugal. Ces immigrants, pour la plupart de religion chrétienne, se sont intégrés rapidement et sans heurt majeur.
Une population juive a toujours existé en France, mais après la décolonisation, l’arrivée importante de Juifs d’Afrique du Nord a changé notablement l’image démographique des Juifs de France. Estimée, aujourd’hui entre 500 000 et 600 000, cette population a toujours respecté l’image traditionnelle de la France, à la fois chrétienne et républicaine, laïque et tolérante. Dans sa majorité, la communauté juive a su s’intégrer en France sans perdre totalement son identité et son attachement à Israël.

L’immigration musulmane du Maghreb considérée, tout d’abord, comme une "chance pour la France" fut encouragée par les gouvernements français afin de fournir une main d’œuvre à bas prix. Au début, elle était constituée de migrants qui n’avaient qu’un souci, celui de subvenir aux besoins de leurs familles, d’amasser un petit pécule et de retourner dans leur patrie. Puis les choses se modifièrent avec la possibilité de regroupement familial autorisé par la France et grâce à l’amélioration de leur niveau de vie incomparable à celui de leurs pays d’origine. Cette population est estimée à six ou huit millions d’habitants, ou peut-être plus. Le chiffre exact des musulmans n’est pas officiellement connu car, en France, le recensement ethnique et religieux est interdit, il est considéré comme discriminatoire.

Afin de compenser la carence d’outils statistiques adéquats, Michèle Tribalat, Directrice de recherche de l’Institut national d’études démographiques, a réalisé des enquêtes partielles annuelles se basant sur le nombre d’enfants âgés de moins de 18 ans. En janvier 2007, elle écrit: En 1999, sur 12,5 millions d’enfants mineurs, un peu plus de 2 millions étaient d’origine étrangère c'est-à-dire ayant un ou ses deux parents étrangers soit 17%. En trente ans, c’est la conjugaison de la baisse du nombre d’enfants de parents nés en France (-14%) et la hausse du nombre de ceux de parents d’immigrés (+ 33%) qui explique l’augmentation de 45% de la proportion de jeunes d’origine étrangère... En trente ans, la proportion de jeunes d’origine étrangère en Ile-de-France a fortement augmentée de 16 à 33,5% et en Alsace de 11,9 à 20,1%. En 1999, en Ile-de-France, 11,5% étaient d’origine maghrébine et 7% d’origine noire africaine… Michèle Tribalat nous apprend aussi que le nombre d’immigrés adultes d’Afrique noire se serait accru de 45% sur la période 1999-2004… En Seine-Saint-Denis, la proportion de jeunes d’origine étrangère a été multiplié par 2,7 passant ainsi de 18,8% à 50,1% en trente ans… Sur l’ensemble de la période, le nombre d’enfants dont les deux parents sont nés en France n’a cessé d’y diminuer : la déperdition totale a été de 41% soit beaucoup plus que la diminution observée au niveau national (13,5%). Parallèlement, le nombre de jeunes d’origine étrangère y a été multiplié par 2,5. La conjonction d’une formidable croissance de la jeunesse d’origine étrangère et d’un recul de celle d’origine française dessine donc un processus de substitution qui marque d’ailleurs Paris et la petite couronne… La proportion de jeunes d’origine maghrébine a été multipliée par près de trois en trente ans (20,5% en 1999 contre 7,7% en 1968) et celle d’origine sub-saharienne, quasiment nulle en 1968, était, en 1999, proche de 12%. Au total, près d’un jeune sur trois vivant en Seine-Saint-Denis était d’origine africaine (Maghreb compris). (5)

Michèle Tribalat s’inquiète de ces changements de population qui entraînent des phénomènes de sécession territoriale en France. Elle met en garde contre ces concentrations ethniques, surtout issues de pays musulmans car, dit-elle, elles risquent de déboucher sur des enclaves où pourraient apparaître des revendications politiques d’un droit dérogatoire sur base ethnico-religieuse et, plus généralement, sur la formulation d’exigence de conformité visant l’ensemble de la société française.

L’analyse de François Héran, directeur de l’Institut national d’études démographiques est différente . Selon lui, la population française ne surmontera son vieillissement que grâce à l’immigration. Il précise : d’ici à une génération, la migration sera le principal, voire l’unique facteur de croissance de la population française, et ajoute plus loin : il nous faudra croître et vieillir avec l’immigration. Doit-on se réjouir ou s’inquiéter de constater que l’identité et la pérennité de la France risquent de dépendre, uniquement de la venue d’immigrés ?

En quoi l’immigration musulmane est-elle différente ?

« Comment vous considérez-vous tout d’abord, comme un citoyen de votre pays ou un musulman ? ». Telle est la question posée lors d’une enquête portant sur l’identité religieuse et culturelle de Musulmans en Europe. Les réponses ont été les suivantes : en Grande-Bretagne 81% se considèrent tout d’abord comme musulmans et 7% comme des Britanniques, en Allemagne 66% se considèrent comme musulmans et 13% comme Allemands et en France 46% se considèrent comme musulmans et 42% comme Français.

En France, la laïcité est devenue le credo moderne, la civilisation des loisirs a pris le pas sur la pratique religieuse, le monde occidental sécularisé se trouve aujourd’hui confronté avec un monde islamique qui renoue avec son fondamentalisme.

La loi sur la séparation de l’Église et de l’État promulguée en 1905 a contribué incontestablement à donner à la France son image de patrie de la tolérance. Cette loi respectée par les Chrétiens, les Juifs et les Musulmans modérés risque-elle aujourd’hui d’être remise en question par la montée de l’intégrisme islamique ? En France, la religion fait partie du domaine privé et la foi est vécue individuellement. Par contre, l’Islam est une religion de groupe, ses idéaux ne peuvent se réaliser qu’au sein de communautés. Il existe différents courants dans l’Islam qui sont apparemment opposés les uns aux autres, mais lorsque l’Occident s’attaque à l’Islam, ces courants se retrouvent unis dans la même communauté des croyants qu’on appelle la Oumma. Selon Bernard Lewis : Les musulmans ne se voient pas comme une nation divisée en groupes religieux, mais comme une religion divisée en nations.

L’Islam dévoilé.

Bien que certains Occidentaux aient toujours été fascinés par l’Islam, la majorité d’entre eux a longtemps ignoré son message réel. Il aura fallu que se déchaîne le terrorisme islamique, avec son acmé le 11 septembre 2001 pour que le public occidental s’intéresse à la lecture du Coran et que fleurissent les éditions de livres sur l’Islam. La plupart de ces livres, écrits tout d’abord par des intellectuels musulmans de culture occidentale, ont tenté de faire des distinctions subtiles, notamment entre Islam et islamisme, entre un Islam traditionnel et l’intégrisme considéré comme une maladie de l’Islam. Ces ouvrages destinés aux non musulmans donnent une version habilement édulcorée de l’Islam, très différente du message destiné à ses fidèles. Christian Delacampagne a bien saisi ce risque de duperie : "[…] l’islamisme ne fait pas appel à des croyances d’une nature différente de celles qui constituent l’Islam. Il correspond simplement à une façon plus intense de vivre ces croyances. Il n’est pas un Islam marginal, atypique, aberrant. Il veut être l’Islam entendu à la lettre, dans la totalité de ses dimensions… Tant il est vrai qu’entre Islam et islamisme il n’y a jamais eu cette frontière étanche qu’ont inventée, pour dormir tranquillement, les belles âmes occidentales."

Afin d’éviter le piège d’un double langage et le risque d’occultations de circonstance, il importe donc de connaître l’Islam à la lumière d’une analyse émanant, aussi d’orientalistes non musulmans. En effet, les auteurs musulmans nous présentent toujours un Islam universaliste, tolérant, ouvert, recherchant la paix, mais on oublie de dire que ces notions sont prises dans leur sens islamique et non pas dans un sens occidental.

Le mot islam voulant dire soumission, soumission totale à Allah et reconnaissance de son infériorité par rapport à Dieu, ce qui supprime au croyant toute possibilité de libre arbitre. Le « coup de génie » du "prophète" Mohamed, selon la formule de Daniel Sibony , est d’avoir annexé dans le Coran toutes les figures emblématiques de la Bible. Cette conversion post-mortem à l’Islam est rendue possible par la formulation en arabe de muslim qui veut dire « soumis à Dieu ». Grâce à cette manipulation sémantique, tous les héros de la Bible, qui sont par définition soumis à Dieu, deviennent tous des muslemim, c'est-à-dire tous des musulmans ! Dans la doctrine de l’Islam, les Juifs et les Chrétiens sont réduits à l’état de dhimmis. Ils sont, certes tolérés et protégés, mais doivent être abaissés et humiliés. Ce statut de dhimmi interdit, entre autres, l’exhibition de croix les dimanches des Rameaux et la pratique de la religion juive sur la voie publique . Sait-on que c’est un calife de Bagdad qui imposa aux Juifs, au IXe siècle le port de l’insigne jaune, pratique qui continua à se répandre en Occident au Moyen Âge et deviendra, hélas ! plus tard l’étoile jaune ? Selon l’Islam, la paix ne sera possible que lorsque toute la terre sera islamisée !.

L’universalisme de l’Islam s’exprime avant tout par son aspect territorial. Selon sa doctrine, un jour viendra ou toute l’humanité fera de l’Islam sa religion ! C’est ainsi que l’on doit comprendre son concept d’universalisme ! Le djihad est souvent défini par les auteurs musulmans modérés comme « l’effort de l’individu sur lui-même ». Ils occultent ainsi sa signification plus belliqueuse de guerre sainte contre les infidèles et son idéal de conquête, compris et reçu par tous ses croyants. Les bombes humaines se font exploser au nom d’Allah et du djihad, c’est-à-dire au nom de cette doctrine religieuse.

L’Islam, religion et politique

Pour la doctrine de l’Islam, le monde se divise en deux : le Dar al islam, la maison de l’Islam, qui est la partie du globe où l’Islam domine, c’est-à-dire où il a le pouvoir politique et l’autre partie du monde, celle qui n’est pas soumise à la domination politique de l’Islam : le Dar al ‘Harb, la maison de la guerre. Entre les deux doit exister un état de guerre perpétuel, qu’une trêve peut suspendre momentanément, lorsqu’il y va de l’intérêt (maslaha) des musulmans. Cette guerre ne prendra fin que lorsque le monde entier sera sous domination politique de l’Islam.

Cette vision du monde a correspondu pendant plus d’un siècle à la situation politique de l’Islam où l’empire progressait à pas de géant et semblait vouloir s’étendre à toute la planète. Sur le front occidental, c’est Charles Martel à Poitiers en 732, qui a mis fin à cette première vague d’expansion fulgurante des Sarrasins venant d’Espagne.

Cette conception politico-religieuse, qui correspondait si bien à la phase de formation de l’Islam, a marqué fortement les sages musulmans. L’idée d’un empire ou d’une confédération islamique unique est un idéal qui a sous-tendu et continue de sous-tendre la politique arabe, malgré une réalité inverse : celle du morcellement politique et des luttes intestines qui caractérisent le monde arabo-musulman. Cette idée d’une dichotomie entre les pays de l’Islam et les pays infidèles reste toujours présente. On doit a fortiori reconquérir les pays perdus, même des siècles après qu’ils soient sortis du giron islamique. Chaque pouce de terrain qui a été sous autorité musulmane doit revenir à l’Islam.

Le symbole idéal de cette conquête, le djihad, est le glaive : c’est l’arme de la conquête. Mais le djihad peut revêtir aussi d’autres aspects : économique, moral ou culturel. Pour un musulman parvenir à étendre le Dar al islam, c’est accomplir le mieux possible la volonté d’Allah et conquérir le paradis concret, matériel, réservé aux plus saints des Musulmans : celui de martyr mort pour l’agrandissement du Dar al islam.

Ce djihad, cette guerre jusqu’à la fin des temps, concerne l’ensemble de l’humanité et bien évidemment Israël. Contrairement aux traditions culturelles qui voient dans la guerre un événement dramatique qui brise la vie quotidienne et interrompt l’équilibre normal de la vie, pour l’Islam, le phénomène est inverse. La renonciation au djihad s’accompagne d’un sentiment de trahison : s’y soustraire – cultiver son champ, élever ses enfants – c’est tourner le dos à ce grand appel divin, à l’injonction du djihad.

Le paradoxe est que cet idéal de conquête permanente, englobant l’ensemble du monde, est vécu et présenté comme un idéal de paix puisque, après son accomplissement, il n’y aurait qu’une seule entité, le Dar al Salam, la maison de la paix. Malgré cet esprit de conquête, l’Islam veut la paix, mais dans un sens islamique extrêmement précis.

Remarquons que dans les États arabes qu’on dit laïques, l’Islam est toujours la religion officielle. Il n’existe pas de séparation entre l’Église et l’État comme chez les Chrétiens, ou de la Royauté et de la Sainteté comme dans le Judaïsme.

L’Islam fondamentaliste n’a pas de frontière. Il affiche sa volonté de conquérir un Occident imprégné d’humanisme, culturellement chrétien, mais qui a tendance à se séculariser.

Ces quelques précisions ne relèvent ni du blasphème, ni du racisme ou de la haine. Elles permettent de mieux comprendre la détermination des chefs d’Etats arabes et posent la question de savoir s’il est licite de donner un avis critique sur cette religion sans être suspecté de racisme ou pire encore, encourir des menaces de mort par une fatwa. Salman Rushdie, Talisma Nasrin et Oriana Fallaci avaient déjà fait l’objet de telles condamnations d’un autre temps. Hélas, cette menace est toujours présente. On se souvient qu’en septembre 2005, la publication de caricatures du Prophète Mahomet par un journal danois avait enflammé le monde musulman. On avait assisté à de nombreuses manifestations violentes contre les représentations diplomatiques danoises, leurs drapeaux ont été piétinés et brûlés . Le Pape Benoît XVI a dû présenter « ses regrets » à la suite de ses propos sur l’Islam, la violence et la raison à Ratisbonne . Un professeur de philosophie Robert Redeker, citoyen français, est devenu, dans son propre pays, l’otage de l’Islam fondamentaliste pour avoir publié une tribune intitulée : Face aux intimidations islamiques, que doit faire le monde libre ?

Il faut briser le tabou et oser dire que l’intégrisme sécrété par un certain Islam est une menace réelle pour tous, Juifs et Chrétiens ainsi que pour les Musulmans qui, à titre individuel, voudraient être modérés ou se déclarer laïques et démocrates car ils risquent, eux aussi, d’être discrédités et de devenir des victimes de l’islamo terrorisme.

N’en déplaise au recteur de la mosquée de Paris, Dalil Boubakeur , l’Islam est et reste par essence, religion et politique (Al islam din wa-dawla). Vouloir l’occulter est une erreur et une faute.

Le temps est venu pour l’Occident d’admettre que le danger du fondamentalisme islamique est un danger mondial et que le drame qui se joue en Israël préfigure le danger qui guette tout le monde non islamique et notamment la France.


Roland Y. Dajoux pour LibertyVox

07/04/2007

Fratelli Musulmani: seminatori di violenza

Grazie al buonsenso del sindaco di Sassuolo, Graziano Pattuzzi, possiamo sperare nella fine delle tournée dei predicatori d'odio islamici nel nostro Paese. Ci auguriamo che la sua iniziativa di non concedere uno spazio pubblico a chi inneggia alla guerra santa contro gli ebrei e i cristiani, legittima il terrorismo palestinese e nega il diritto all'esistenza di Israele, venga seguita anche dai sindaci di Milano e di Bologna dove è prevista la loro esibizione proprio nei giorni di Pasqua e Pasquetta.
Un «grande Festival», così l'Islamic Relief ha definito gli incontri italiani di quattro esponenti di punta dei Fratelli Musulmani, un movimento estremista che mira alla riesumazione della Umma, la Nazione islamica. L'obiettivo è di raccogliere fondi per un'organizzazione dedita alla «causa islamica» e che ha un bilancio annuale di 100 milioni di euro, di cui ben 47 milioni reperiti in Gran Bretagna, Stati Uniti e Francia. Tra gli sponsor dell'operazione spicca il telepredicatore Omar Abdel Kafi, cacciato dall'Egitto per le sue idee eversive e rifugiato negli Emirati Arabi. «Gli eventi dell'11 settembre rappresentano l'anno dell'Elefante per l'America. Da allora o si è musulmani che difendono il proprio credo e religione, o si è nemici dell'islam e costoro sono di tue tipi: i non musulmani o la quinta colonna che si annida tra noi», è l'analisi che Abdel Kafi fa del più clamoroso attentato terroristico di Al Qaeda, paragonandolo alla nascita di Maometto nel 570, che si suppone fosse l'anno dell'Elefante, e che divise il mondo tra musulmani e infedeli.
Nel suo sito in lingua araba ( www.abdelkafy.com/html) si possono trovare decine di sermoni che preannunciano la vittoria finale dell'islam. Il 30 gennaio 2007 ha scritto: «Il poderoso attacco contro l'islam e i musulmani in Occidente, dimostra che il corpo dell'islam e della Nazione islamica è ancora vitale. Quando Rabin si congratulò con Carter per la sua vittoria alle presidenziali, disse: "Il demone islamico comincia a indietreggiare". E Nixon diceva: "Noi stiamo ritardando l'uscita del demone islamico dal collo della bottiglia". Ebbene a un recente convegno a cui ha partecipato l'elite occidentale ed europea, è stato detto: "L'islam sta arrivando in Occidente e noi siamo impotenti!". Tutto ciò dimostra che l'ostilità nei confronti dei musulmani è solo odio e invidia per il successo e la diffusione dell'islam in Occidente. Allah ha detto: "Né i giudei né i nazareni saranno mai soddisfatti di te, finché non seguirai la loro religione" (Corano, II, 120)».
Nello stesso sermone Abdel Kafi ha condannato di apostasia il ministro della Cultura egiziano, Faruk Hosni, colpevole di aver affermato che il velo islamico è facoltativo: «Tu non hai diritto di esprimere un'opinione personale su qualcosa che riguarda l'islam, pubblicamente e diffondendolo tramite i mass media. Perché negare ciò che è manifesto nella religione, si traduce inevitabilmente nell'apostasia. I giureconsulti islamici sostengono che chi nega un solo versetto del Corano è come se avesse negato tutto il Corano». E all'indomani dell'uccisione da parte di Israele dello sheikh Ahmad Yassin, leader spirituale di Hamas, Abdel Kafi rilasciò il 29 marzo 2004 questa dichiarazione al sito www.islamonline.net:
«Ciò che è successo è un avvertimento a quanti vogliono entrare nel tunnel della cosiddetta pace. Con chi profana la terra e i luoghi sacri, non si possono condurre delle trattative. Il popolo palestinese è l'unico punto di luce nel buio che avvolge il tradimento arabo e islamico. La fiamma della resistenza e della guerra santa islamica non si spegnerà, ma all'opposto si ravviverà con il martirio di Yassin».
Il secondo ospite d'onore della tournée italiana dei predicatori d'odio islamici è lo sheikh Rajab Zaky. In un incontro svoltosi al Cairo il 4 agosto 2006, e di cui dà notizia il sito dei Fratelli Musulmani ( www.ikhwanonline.com/print.asp? ID=22446), riferendosi alla necessità di sostenere l'Hezbollah nella guerra contro Israele, ha sostenuto che «la guerra santa islamica è un obbligo imprescindibile per tutti i musulmani e le musulmane da espletare in tutti i modi, sacrificando la propria vita o con il denaro, la parola o il cuore». Nella stessa circostanza Zaky ha donato 5 mila lire egiziane al movimento terroristico palestinese Hamas.
Nella compagnia dei predicatori d'odio non poteva mancare il referente italiano di Hamas, il convertito Hamza Roberto Piccardo, dirigente dell'Ucoii, il più acceso sostenitore della distruzione di Israele e apologeta del terrorismo islamico palestinese nel nostro Paese. Resta la domanda: fino a quando continueremo a tollerare che gente simile faccia il lavaggio di cervello, con la connivenza delle autorità italiane, ai giovani musulmani che vivono tra noi?
Magdi Allam
07 aprile 2007

04/04/2007

L'ordure persane fait son show

medium_IRAN.jpgNous y sommes. Le petit fuhrer islamique de Teheran a bien organisé son show médiatique devant toutes les télévisions du monde pour montrer avec quelle magnanimité il consent à libérer les militaires anglais après leur avoir estorqué des aveux "spontanés" publiques, ce qui est contraire aux accords de Genève.

Il nous apprend que c'est en l'honneur de son maître et model, j'ai nommé le bedouin analphabète sanguinaire, dont il serait l'heureux anniversaire!

Mieux encore,il nous fait le coup du remerciement officiel de la part de ces jeunes anglais en civil sans cravatte (interdite en république nazislamique d'Iran) ainsi bien sûr que de la part de l' "être inférieur", la femme occidentale à qui l'on impose la bâche sur la tête.

Il pense vraiment nous avoir umiliés tous en tant qu'occidentaux et s'être érigé en guide suprème du djihad islamique contre les "infideles croisés et sionistes".

Et pendant ce temps la, il continue de fabriquer la bombe atomique.

En marge de tout cela il me semble malheureux de souligner à quel point une trop grande partie de ces militaires anglais a fait preuve d'une déconcertante absence de sens de l'honneur, tant sur le plan personnel que sur le plan du Pays qu'ils representent et pour lequel ils se sont engagés volontairement.

Jamais ils n'auraient dû accepter de temoigner devant des caméras, pour prêcher le faux (comme pour le vrai).

Jamais ils n'auraient dû accepter de serrer la main de cette vermine ignoble.

Jamais cette jeune anglaise n'aurait dû accepter de mettre un torchon sur la tête contre son gré.

Il n'y a plus qu'à espérer que nos soldats valent mieux que ça, sinon pauvre occident!

medium_HUMILIATED.jpg

03/04/2007

Islam: une oumma, un djihad!

medium_HAMAS.jpg(Reuters) - Un groupe irakien détenant une Allemande et son fils a déclaré qu'il donnait encore dix jours à  l'Allemagne pour retirer ses troupes d'Afghanistan sans quoi ces otages seraient tués.

Les "Flèches de la vertu" ( j'aime bien le nom NDR) ont diffusé un enregistrement vidéo où l'on voit Hannelore Marianne Krause exhorter l'Allemagne à  céder aux exigences des activistes. Le groupe avait lancé son premier ultimatum le 10 mars, affirmant qu'il tuerait les deux otages si Berlin ne retirait pas ses troupes d'Afghanistan dans un délai de dix jours.

"J'exhorte la population allemande à  me venir en aide dans cette situation difficile", a déclaré Krause, selon une traduction en arabe de ses déclarations, dont seule une partie était audible.

"Pour la dernière fois, peut-être (...) je vous en supplie. Peut-être pouvez-vous allez voir les journaux, peut-être pouvez-vous organiser une marche de soutien (...), contactez des gens qui peuvent vous aider, s'il vous plaît, s'il vous plaît, s'il vous plaît", a poursuivi l'Allemande, s'adressant à  son autre fils et à  sa fille vivant en Allemagne, avant de fondre en larmes.

L'AUTRICHE VISÉE AUSSI

Un activiste hors champ prend la parole et déclare: "Nous donnons au gouvernement allemand dix jours supplémentaires pour commencer à  retirer ses troupes d'Afghanistan, sans quoi nous allons tuer cette criminelle et son fils qui travaillent pour le ministère des Affaires étrangères du gouvernement" (du Premier ministre irakien Nouri al Maliki.)

Il ajoute que Krause a été en partie prise pour cible parce qu'elle a travaillé à  l'ambassade d'Autriche. "L'Autriche a un gouvernement hostile à  l'islam et aux musulmans et elle a aussi des soldats qui tuent nos enfants en Afghanistan", argue-t-il.

Krause dit dans l'enregistrement: "J'exhorte aussi l'Autriche à  me soutenir car j'ai travaillé longtemps pour la section commerciale (autrichienne) (...). L'Autriche a elle aussi des troupes en Afghanistan et maintenant je vais être tuée à  cause de ça, je vous exhorte à  m'aider."

Agée de 61 ans et mariée à  un médecin irakien, Krause et son fils sont détenus depuis le 6 février, date à  laquelle ils ont été enlevés à  leur domicile de Ghazaliya, dans l'ouest de Bagdad. Elle vit en Irak depuis 40 ans. Son fils aurait environ 25 ans et aurait la double nationalité allemande et irakienne.

L'Allemagne, qui s'est opposée à  l'invasion de l'Irak en 2003, compte 3.000 soldats en Afghanistan dans le cadre d'une mission de l'Otan dépêchée sur place à  la suite du renversement en 2001, par des forces sous commandement américain, du régime des taliban.

Le gouvernement allemand a fait savoir qu'il s'employait à  obtenir la libération des otages mais a souligné qu'il ne se laisserait pas dicter sa politique.

L'Autriche a déclaré le mois dernier qu'elle disposait de cinq officiers en Afghanistan et qu'elle ne prévoyait pas d'y dépêcher d'autres militaires

02/04/2007

Qui pourrait bien faire ça?!

medium_islam-nazi1.jpgLe ministre de l'Intérieur François Baroin a condamné «avec la plus grande fermeté les exactions commises» dans le carré juif du cimetière de Lille-Sud.

Cinquante-trois tombes du carré juif du cimetière de Lille-Sud ont été dégradées dans la nuit de samedi à dimanche. Aucune inscription n'a été relevée dans le cimetière. Une des tombes a été cassée, mais la plupart ont été descellées entre la partie horizontale et la partie verticale, sur laquelle sont inscrits les noms et dates de naissance et de décès.
Dans le cimetière, autour des tombes abîmées, quelques membres de la police technique et scientifique ont recueilli des indices.
«Je ressens de l'effroi et de la tristesse, quand on voit ça, c'est inqualifiable», a déclaré Franck Hanoh, un membre de la communauté juive lilloise présent dans le cimetière, et dont la tombe du grand-oncle a été dégradée.
La veille de la Pâque juive
Le Conseil représentatif des Institutions juives de France (Crif) a également condamné «avec la plus grande fermeté» cette profanation. «Il ne peut s'empêcher de constater que cet acte odieux a été perpétré dans la nuit du samedi 31 mars au dimanche 1 avril, à la veille des fêtes de Pessah, la Pâque juive».
La maire PS de Lille, Martine Aubry, qui a dénoncé dans un communiqué au nom de la municipalité un «acte antisémite ignoble», s'est rendue sur place dimanche en fin de matinée, de même que le député UMP du Nord et futur candidat à la mairie de Lille, Christian Decocq.
Le ministre de l'Intérieur, François Baroin, a condamné «avec la plus grande fermeté» les «exactions commises» et souligné que «tous les moyens nécessaires» seraient mobilisés pour «retrouver au plus vite» les auteurs des faits. 
Un numéro de téléphone, le 03.20.30.37.25, a été ouvert auprès de la Police judiciaire pour les familles et d'éventuels témoins.
ON SUSPECTE DES INTEGRISTES BOUDDHISTES.....OU L'AILE MILITAIRE DU SINN FEIN...

Predicatori di odio

medium_culthaine2.jpgDobbiamo ringraziare Michele Santoro e Maria Grazia Mazzola perché ci hanno fatto sentire meno soli nella denuncia dei predicatori d'odio che pullulano in gran parte delle moschee d'Italia e della violenza contro le donne musulmane, che è una vera emergenza nazionale sottovalutata dalla classe politica. E dobbiamo ringraziare la telecamera nascosta, vera protagonista dell’inchiesta di Annozero andata in onda giovedì sera. Attraverso quella telecamera finalmente possiamo osservare la realtà dell’estremismo islamico nel nostro Paese per quella che è, senza mistificazioni.
L’unica realtà obiettiva senza la quale non è possibile la verità. Comprendendo le differenze e prendendo atto delle incompatibilità. Perché soltanto se si parte dalla verità che si fonda sulla realtà, allora diventerà possibile immaginare un percorso di autentica integrazione dei musulmani all’interno dei binari invalicabili dei principi e dei valori fondanti dell’identità nazionale italiana. Questo è il senso dell’insegnamento generale di Benedetto XVI, che è stato deformato e criminalizzato dopo il discorso di Ratisbona. Così come dovrebbe essere il fulcro della deontologia professionale del giornalismo. Le immagini di Annozero sono un documento per tutti coloro che vogliono vedere in faccia la realtà emi auguro che lo faccia soprattutto chi ha incarichi di responsabilità e nel governo, i politici che sono preposti a legiferare, i magistrati a cui spetta far rispettare la legge e le forze di sicurezza che tutelano l’ordine pubblico.
Perché ciò che emerge è semplicemente sconvolgente: all’interno del nostro Stato di diritto si annida uno Stato teocratico, che ha la sua roccaforte nella rete delle moschee dove si indottrinano i giovani in crisi d’identità al culto della guerra santa contro i cristiani e gli ebrei, rifiutando strenuamente l’integrazione nella società italiana; dove si accredita e si esercita una concezione maschilista e violenta del rapporto con le donne, legittimando e praticando i matrimoni poligamici. E sarebbe veramente ora di smetterla, da un lato, di dar vita alle ennesime commissioni d’inchiesta nell’attesa di risultati che confermino quanto si sa già e, dall’altro, di continuare a negare l’evidenza per non violare l’integrità dell’ideologia buonista che immagina la convivenza come la sommatoria delle diversità.
No signori di destra e di sinistra, non sono più sufficienti le chiacchiere e non è affatto vero che tutte le culture, le religioni, le ideologie e le civiltà sono uguali a prescindere. Dopo l’inchiesta di Annozero, che segue un’altra importante inchiesta di Corrado Formigli trasmessa da SkyTg24 lo scorso primo febbraio dal titolo «Un velo fra noi», dovrebbe essere arrivato il momento di agire. In un modo molto semplice: facendo applicare, con estremo rigore, le leggi esistenti e esigendo, senza mercanteggiamenti, il rispetto dei principi e dei valori comuni. Cominciamo con il mettere fuorilegge tutte le associazioni islamiche che fondano questo Stato illegale che mina il nostro stato di diritto.
Chiudiamo le moschee e le madrasse trasformate in covi di Al Qaeda e in centri di indottrinamento alla Jihad. Cacciamo i predicatori d’odio stranieri e sanzioniamo severamente gli apologeti del terrore nostrani. Assicuriamo ogni forma di tutela possibile per prevenire e sottrarre le donne musulmane alla violenza fisica e psicologica. Investiamo nell’emancipazione e nel riscatto delle donne musulmane, tramite l’alfabetizzazione e l’educazione culturale, civile e professionale. Facciamolo subito, prima di scoprire che i talebani non li dobbiamo combattere in Afghanistan, bensì a casa nostra.
Magdi ALLAM
31 marzo 2007