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22/02/2007

Les racines réactionnaires de la haine anti-américaine

Tout ce que peuvent dire, faire, les USA, est condamnable à l'avance ou est automatiquement réduit à la recherche d'intérêts inavoués.

On a beau dire que ce faisceau d'accusations n''est pas suffisant pour les condamner jusqu'à la fin des temps, surtout lorsqu'ils pouvaient, aussi, soutenir des causes justes, rien n'y fait.

Cette opposition, tenace, inflexible, intemporelle, fonctionne un peu à la façon d'une condamnation à perpétuité, y compris lorsque le criminel a purgé sa peine. Il n'y a pas de seconde chance. Mais une double peine perpétuelle. La condamnation est de plus sans appel. La tache du crime est, une fois pour toutes, placée au front, et il n'y a pas de rémission, pas de pardon.
Nous en faisons part ici à resiliencetv, cela n'a pas l'air de toucher plus que cela.

Que je sache, si l'on prend tous les crimes que l'on suppose américains depuis disons 50 ans, ils ne sont tout de même pas l'équivalent des crimes staliniens et maoïstes de la même période.

Il n'y a pas eu des goulags américains dans lesquels des millions de gens pourrissaient, étaient tués avec l'exigence que la famille rembourse la balle qui a servi pour la sentence, sans oublier les trafics d'organes en ce qui concerne les prisonniers chinois.

Il existe donc bel et bien un formidable non-dit sur ces crimes de "gauche", et ce non-dit est si enfoui, si refoulé que je viens à me demander si les USA ne servent pas de défouloir et en fait de bouc-émissaire permettant d'évacuer cette incroyable omission.

Comme si l'on demandait aux USA de prouver qu'ils sont purs, beaux et braves comme l'étaient décrits les chevaliers communistes, et, comme ils ne le sont pas, et comme personne ne l'est, du moins en permanence, alors cette inexistence de pureté alimente cette irrationalité consistant à ne jamais leur pardonner quoique ce soit, parce que, justement, le travail de deuil sur les millions et les millions de morts communistes n'a jamais été fait en France alors que le PCF était membre de la direction communiste internationale et savait pertinemment qui l'on tuait et pourquoi.

Prenons un exemple récent avant de vous quitter: tout le monde a entendu parler de ce qui se passe au Darfour. J'attendais deux choses: d'une part que les grands pourfendeurs du "buschisme" se réunissent pour organiser une manif vers l'ambassade soudanaise. D'autre part que le Monde diplomatique soutienne. Rien de tout cela n'est arrivé et n'arrivera bien entendu et, en substitut, la logorrhée anti-américaine a redoublé d'ampleur (alimentée par la gauche radicale à la Chomsky également).

Ainsi les USA restent des condamnés à perpétuité, et plus les crimes de gauche, plus les crimes islam(istes) sont refoulés, plus les USA restent les parfaits bouc-émissaires.

Il en est de même au Proche-Orient : plus la misère, la gabegie se déploient en ayant pour cause l'omnipotence des dictatures militaires, plus celles-ci alimentent l'idée que les trois causes véritables sont Israël les USA, et l'Occident, car les dictatures savent se mettre au goût du jour.

J'ai donc beau expliquer qu'au-delà des reproches et des critiques, nécessaires, à faire, il faut savoir, aussi, balayer devant sa porte, (je suis assez zen dans mes réponses), rien n'y fait. J'en conclus que les USA, Israël, l'Occident, représentent le bouc-émissaire parfait pour refouler fébrilement ce que l'on ne veut pas voir. A ce stade, lorsque cela devient si passionnel, plus aucun dialogue n'est possible.

Mais à quoi bon aligner des arguments, puisque, de toute façon, ils seront noyés dans la boue des haines qui se déversent sans discontinuité.
Et l'Onu permet toujours à des dictatures de parader et même de se faire élire à la Commission des droits de l'homme

www.resiliencetv.fr

08/02/2007

Bienfaits et performances de l' Education National-Socialiste

Orthographe: un 5e de 2007=un CM2 de 1987

Le niveau des élèves en orthographe a "régressé de manière notable" en 20 ans et les élèves de cinquième sont au niveau de ceux de CM2 en 1987, à en croire un ouvrage-enquête à paraître fin février et rédigé par deux professeurs en sciences du langage et deux professeurs des écoles.

www.figaro.fr

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Darwin, un terrorista anti-islamico

medium_darwin.jpgParigi - È propaganda, pseudo-scientifica, pseudo-coranica. E inquieta Parigi. La scorsa settimana decine di migliaia di copie di un libro che nega la teoria dell'evoluzione dell'uomo sono state spedite in tutta la Francia. A riceverle sono stati semplici cittadini, centri culturali e, soprattutto, scuole medie, licei, università, biblioteche. Chi abbia pianificato l'operazione resta un mistero. Di certo è costata moltissimo: il volume è spesso (772 pagine), pesante (6 chili, secondo il quotidiano La Croix) e molto caro: su Internet è venduto a 75 euro. Pubblicato in francese dalla casa editrice Edizioni Globali di Istanbul, si intitola L'Atlante della creazione ed è opera di un turco, tale Harun Yahya.
In realtà anche l'identità dell'autore è misteriosa. Nella prefazione dice di avere 51 anni, di essere laureato in arte e filosofia e di aver già pubblicato numerosi saggi «politici e scientifici legati alla fede»; il suo nome è lo pseudonimo risultante dalla combinazione di Aaron e Giovanni.
Esplicita, al contrario, la sua tesi: l'evoluzione dell'uomo non sarebbe altro che «un'impostura», che, «unendo Darwin e il materialismo giustifica il terrorismo» dei Paesi occidentali.
Secondo Harun Yahya né gli essere umani, né le piante, né gli animali sarebbero cambiati nel corso dei secoli. Allah avrebbe forgiato un mondo perfetto e immutabile, come provato da numerosi versetti del Corano. È il «creazionismo islamico», che assomiglia molto a quello divino sostenuto da alcune Chiese protestanti estremiste negli Stati Uniti.
Che nel mondo musulmano ci fosse chi sosteneva questa teoria era noto; ma mai prima d'ora testi del genere erano stati diffusi su ampia scala in Occidente. Da qui l'allarme del governo di Parigi che, avvalendosi della legge che vieta la propaganda religiosa nelle scuole, ha confiscato i volumi. L'indagine, avviata su sollecitazione dei presidi degli istituti scolastici, ha permesso di appurare che i libri sono stati spediti il 25 e il 26 gennaio dalla Turchia e dalla Germania, con mittenti falsi o anonimi.
Il testo risulta redatto con cura per sembrare persuasivo. Corredato da decine di illustrazioni che la stampa definisce «di ottima qualità» se non addirittura «sontuose», all'inizio mostra foto di esseri viventi cancellati da una grande «X» e la scritta «falso»; poi Harun Yahya compara immagini di fossili di pesci, insetti e di foglie d'albero per dimostrare che sono identiche a quelle odierne. Gli esperti che lo hanno letto hanno riscontrato numerosi errori scientifici, alcuni banali. I giornali poi hanno scoperto che lo scorso novembre migliaia di copie erano già state spedite in Turchia, riuscendo a convincere o perlomeno incuriosire più di uno studente. Perché adesso è stata scelta la Francia? E quale sarà il prossimo Paese?

 

www.giornale.it

04/02/2007

Avanti con l'islamizzazione dell'Italia

A coloro che immaginano che il velo islamico sia una libera scelta della donna o addirittura il suggello di una società multiculturale dove saremmo tutti felicemente realizzati, consiglio di seguire questa sera alle 22,35 la puntata dal titolo «Un velo fra noi», della trasmissione Controcorrente condotta da Corrado Formigli su SkyTg24. Scopriremo che nelle nostre moschee il niqab, il velo integrale, viene imposto come un precetto divino e che simboleggia la penetrazione della sharia, la legge coranica, in vista dell’islamizzazione dell’Italia. Due coraggiosi giornalisti, una somala e un iracheno, camuffati da coppia «islamicamente corretta» (lei con il niqab, lui con la barba incolta), si sono avventurati in seno alle «moschee calde» di Centocelle a Roma, di Varese e di viale Jenner a Milano, muniti di una telecamera nascosta. Ed è proprio l’imam di quest’ultima moschea, Abu Imad, a rivelare con maggiore franchezza la strategia di conquista islamica del nostro Paese: «A noi la loro democrazia fa comodo, ci è utile come comunità e come individui. In verità, nella terra dei musulmani, se siamo musulmani, dobbiamo farci governare dalla sharia. Mettiamo che il mezzo per raggiungere la sharia di Allah siano elezioni libere o l’esercizio del potere. Mettiamo che i musulmani in Italia siano d’accordo ad istituire la sharia di Allah. E allora...».
Abu Imad si ferma un attimo prima di concludere: «E allora l’Italia diventerà uno Stato islamico». Ma il senso è chiaro. L’imam della moschea più inquisita per i suoi legami con il terrorismo islamico internazionale, svela una decisa preferenza politica per la sinistra: «Vedi dove la sinistra è forte, come in Liguria e in Emilia, noi stiamo meglio. Ma purtroppo la sinistra in Lombardia è meno forte». Potrà sorprendere ma per Abu Imad l’arma vincente degli estremisti islamici è la Costituzione italiana: «Il compromesso tra le nostre convinzioni religiose e la democrazia è possibile. La Costituzione è al di sopra di qualunque legge e la Costituzione di questo Paese garantisce la libertà di culto. Perciò una legge che impedisce a una donna musulmana di portare il niqab, il velo integrale, è una legge anticostituzionale. Non venga qualcuno nel nome della libertà a togliermi la mia libertà. Sarebbe contro la Costituzione e i diritti dell’uomo. La poligamia poi, vedi, è un problema risolvibile. Intanto i poligami sono pochi e se qualcuno vuole avere due mogli si può trovare la scappatoia. Per esempio ne sposi una ufficialmente in Comune e l’altra la sposi solo secondo la sharia. Non è un problema ». Anche Haji Ibrahim, imam della moschea di Varese, indossa come Abu Imad la divisa dei radicali salafiti, la jellaba, una tunica bianca, barba incolta e sulla testa la taqiya, uno zucchetto bianco. «Il vero responsabile è in carcere.
La moschea qui non è estremista, abbiamo questa fama perché hanno arrestato alcuni fratelli», premette l’imam, «il niqab è un volere di Allah e basta. Il profeta durante la sua vita l’ha fatto mettere alle sue mogli e alle sue figlie. Alcuni ulema dicono che la donna può lasciare scoperto l’ovale del volto e le mani,ma ci sono altri ulema che sostengono che la donna è tutta una awra, una vergogna, da coprire. Io sono convinto che una donna deve portare il niqab in questa società immorale». Il rapporto conflittuale con il nostro stato di diritto è così delineato da Haji Ibrahim: «La sharia deve essere applicata nei nostri paesi di origine. Noi qui siamo ospiti e rispettiamo le loro leggi, ma vogliamo applicare i nostri principi di fede. Con il nostro lavoro contribuiamo al progresso del Paese, però non abbiamo avuto niente in cambio. Gli italiani sono gente pacifica e noi gli vogliamo bene. Soprattutto con questo governo che è meglio di quell’altro di destra». Ma congedando il giornalista precisa: «Stiamo combattendo una guerra, qui siamo in trincea». Lo stesso concetto viene riformulato dall’imam della moschea di Centocelle a Roma: «Noi caro fratello non siamo nella terra dell’islam. Proprio per questo dobbiamo mostrare un volto adeguato dell’islam, specie ora che sul velo c’è grande polemica. La gente qui non è abituata al hijab, figuriamoci al niqab. Noi dobbiamo rispettare le regole dell’islam ma anche fare proselitismo, dobbiamo attrarre la gente verso la nostra fede e il niqab è controproducente». L’inchiesta di Controcorrente evidenzia il disagio degli italiani: «Siamo in Italia e io adesso non vedo più l’Italia», sentenzia amareggiata un’anziana milanese, «mi sembra di essere all’estero. Secondo me loro dovrebbero prendere le nostre usanze, se no tra un po’ saremo noi a prendere le loro. E non va bene!».
Magdi Allam
01 febbraio 2007

30/01/2007

Chirac, le pharaon de la République

Suite à notre article "L’Elysée sous Chirac, un budget pharaonique", paru dans le numéro de Capital actuellement en kiosque, le député René Dosière, auteur de «L’argent caché de l’Elysée» (Editions du Seuil), nous communique en exclusivité les informations complémentaires suivantes.

L’affranchissement du courrier, payé à La Poste par l’Elysée, coûte 500.000 euros par an. Les télécommunications, elles, ont atteint le chiffre astronomique de 4,17 millions d’euros en 2006.

Les charges du personnel de droit privé (91 salariés, le «château» employant par ailleurs 872 fonctionnaires payés par leurs administrations d’origine) ont représenté 14,8 millions d’euros en 2006 (dont 6,9 millions d’euros de primes discrétionnaires).

L’entretien du palais, de ses dépendances, et des résidences secondaires (11 immeubles en tout), ont pesé pour 4,8 millions.

Les travaux de réparation des immeubles et les autres investissements, comme l’achat de voitures (récemment des Citroën C6 V6 HDi Eclusive Pack Lounge à 55 000 euros) ont coûté 2 millions d’euros.

Bernadette Chirac a distribué 315 000 euros sous forme d’aides accordées à des personnes nécessiteuses (environ 1 200 bénéficiaires).

La traditionnelle garden party du 14 juillet, confiée à cinq traiteurs, a coûté 475 000 euros en 2006.

Bouchers, poissonniers, et autres fournisseurs des cuisines laissent à l’intendant du palais une facture annuelle de 750 000 euros. De leur côté, les grands domaines viticoles fournissent chaque année pour 250 000 euros de grands crus afin d’approvisionner la cave du «château».

Au total, René Dosière a retrouvé la trace de 28 millions d’euros de dépenses sur les 32,5 millions (en 2006) de la dotation votée dans la loi de finances destinées aux dépenses courantes de la présidence.

Dans son livre publié le 11 janvier, René Dosière révèle que cette enveloppe a été multipliée par neuf en douze ans, passant de 3,5 millions en 1995 à 32,5 millions d’euros en 2006. A ce «budget de l’intendance», il faut ajouter 58 millions d’euros de dépenses qui pèsent directement sur le budget de différentes administrations : l’entretien de la garde républicaine sur celui de la gendarmerie nationale, les frais de déplacement en avion sur celui de l’armée de l’air et les frais d’hôtel à l’étranger sur le budget du Quai d’Orsay.


Etienne Gingembre
 


© Capital.fr

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22/01/2007

Il negazionismo totalitarista

Shlomo Venezia abita a Roma, unico sopravvissuto del Sonderkommando di Auschwitz vivente in Italia.
Come lui, al mondo, solo una "sporca dozzina".
Non è un rappresentante in pensione di scaldabagni o stufette e, discettando di forni, neppure un pizzaiolo;
parlando di gas, neppure cerca di proporvi di cambiare fornitore per la vostra caldaia.
Shlomo racconta di quando fu costretto ad un agghiacciante lavoro nel campo di Auschwitz-Birkenau !
Quella che in tedesco assomiglia ad una lunga parolaccia - Sonderkommando - descrive le "squadre speciali", gruppi di prigionieri costretti ad occuparsi del funzionamento dei forni crematori e delle camere a gas.
Shlomo è una specie - detto alla Cementano - in via di "scomparizione", uno degli ultimi testimoni ad aver visto in diretta, dal…vivo, come si usa dire, cosa era la "soluzione finale",
È dal 1992 che và nelle scuole, a descrivere quanto vissuto, e ha alle spalle ben 45 viaggi ad Auschwitz ( senza contare il primo, quello che fece gratis ! ), ad accompagnare chi vuole imparare sul campo, a sentire le voci dei morti !
Rievoca il suo passato d’ausiliare alle camere a gas, quelle salubri stanzette che, tipi come l’iraniano Ahmadinejad, amano far credere stanzette per curare le bronchiti, grazie ai salubri vapori che erano fatti inalare !
Come fecero tanti, come lui tornati dall’inferno, si tenne dentro l'amaro fiele per molti anni, lasciando che il tarlo lo divorasse dall’interno;
LA GENTE NON VOLEVA SAPERE, dice la moglie: "Quando un giorno - sarà stato 20 anni fa - si confidò per la prima volta con alcuni amici, FU PRESO PER MATTO".
Allora si chiuse in se stesso e NON NE PARLÒ PIÙ.
Lo risvegliarono i rigurgiti e i rutilanti rutti del nuovo ComuNazIslam: "Quelle grida negli stati, le svastiche sui muri, le stelle gialle sui negozi ebrei di Roma; il veleno che sparge chi descrive l'Olocausto come una montatura sionista".
Ritorniamo ad allora: "[...] attorno ai forni si lavorava a turni ininterrotti di 12 ore. C'era così tanto da fare che a volte non ci riportavano nelle baracche per la notte: dormivamo negli abbaini dei forni crematori".
La memoria di un ventenne che, nell’inverno del 1943 si ritrova ad Auschwitz: "Ci convocarono in adunata e un comandante chiese 80 PEZZI per lavorare. Ci chiamavano così: per loro non eravamo persone".
Ecco a fare cosa: "[..] mi diedero in mano una forbice e mi portarono ai quattro crematori di Birkenau: dovevo TAGLIARE I CAPELLI ai cadaveri che erano portati fuori".
No, non era per una forma d’igiene: "Ogni settimana veniva un camion a ritirare i sacchi di capelli: li usavano PER FARE LE MOQUETTE dei sommergibili E PANTOFOLE da signore" !
Anche lui doveva stare attento: "[...] spiegare cosa fossero le camere a gas e i forni crematori [...] bisogna esserci stati dentro [...] chi ne varcava la porta era eliminato [...] non dovevano esserci testimoni [...] e per annientare un convoglio bastavano 72 ore !".
Ma l’uomo che fu causa di ciò, propagò metastasi, e il suo sperma ideologico ingravidò la sempre feconda madre degli imbecilli.
Dalla cronaca recente: "Chavez, il presidente venezuelano ha regalato al COMPAGNO Ahmadinejad un libro su Bolivar, avendo di ritorno la biografia dell'Ayatollah Khomeini".
Ecco a voi i figli, la dottrina e i mezzi, la volontà e l’odio: il ComuNazIslam !
Il pirletto di Teheran ha missili che possono colpire Roma: e se il "compagno" Chavez ne volesse qualcuno, galvanizzato dall’erotica lettura dell’afrodisiaco Ayatollah, così, magari solo come simbolo fallico !
Non vi ricorda qualcosa di già vissuto ?
E non compatitemi, come lo scemo del villaggio: nonostante le pastiglie di Rincoglionil e le supposte di Rimbambil, non vaneggio così tanto !
Meditate, gente, meditate.
E voi, figli d’Israele, abbraccio: il mio cuore è vostro, così pure la memoria, il ricordo e le mie preghiere, perché tutto non accada ancora !


Giuseppe Fontana

19/01/2007

Libertà di espressione in terra d'islam

medium_dink.jpgANKARA (Turchia) - Lo scrittore e giornalista di origine armena Hrant Dink è stato assassinato a colpi d'arma da fuoco. Lo ha riferito la televisione turca.

Dink, 53 anni, era stato condannato nell'ottobre del 2005 da un tribunale di Istanbul a sei mesi di prigione con la condizionale per «insulto all'identità nazionale turca». La pena, come precisa il sito della comunità armena in Italia, era stata poi sospesa. Direttore del giornale bilingue turco-armeno Agos, Dink era finito sotto processo per un articolo del 2004 dedicato al genocidio degli armeni.
Il premier turco Tayyip Erdogan ha affermato che l'omicidio del giornalista «è mirato contro la serenità, la stabilità e il futuro della Turchia e contro la vita democratica del paese e la libertà di opinione». «Non è un caso che le mani assassine abbiano scelto di uccidere Dink - ha aggiunto -, ma il loro piano fallirà». Il capo del governo ha poi espresso le condoglianze alla famiglia Dink a nome suo e dell'esecutivo. Nel frattempo sono partiti per Istanbul il ministro della giustizia Cemil Cicek ed il ministro dell'interno Abdulkadir Aksu per seguire le indagini.
19 gennaio 2007
COMMENTO: Erdogan porge le condoglianze di Caino alla famiglia di Abele

16/01/2007

Sharia tecnologica: divorzio islamico via SMS

ROMA — Il primo dicembre vi avevamo raccontato di uno scandalo sessuale a sfondo poligamico, in cui Lia, curatrice del blog Haramlik, denunciava di essere stata ripudiata da un non meglio specificato «Mullah di noialtri». Ebbene ora siamo in grado di svelarvi il nome: Hamza Roberto Piccardo.
Ed è Lia, professoressa di Letteratura che insegna a Genova, a rivelarlo: «L’ultima cosa che vorrei fare è ritrovarmi ad avere partecipato, con la mansuetudine di un capretto, alla grottesca messa in scena di una scenografia religiosa entro cui ambientare il porno amatoriale più banale del mondo, con Hamza Piccardo e Lia di Haramlik nei titoli di testa, in un tripudio di buon esempio. Ma ti prego. Fare da utile idiota, imbarazzata e silente, ai vitelloni da moschea. Non scherziamo».
Piccardo è il segretario nazionale dell’Ucoii (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia), il personaggio più in vista e più controverso dell’islam in Italia. Sposato civilmente con una marocchina dopo il divorzio dalla prima moglie italiana, dalle quali ha avuto complessivamente 5 figli, lo scorso marzo Piccardo ha contratto un secondo matrimonio con Lia, nella moschea di Verona. Senonché a luglio Piccardo l’ha ripudiata, comunicandole in modo sprezzante la sua brusca e unilaterale decisione tramite un sms.
A quel punto Lia si è ribellata e ha avviato una campagna mediatica all’interno del suo blog, per ottenere il riconoscimento dei suoi diritti di moglie divorziata, nonché per protestare contro «quest’islam semplificato a misura di cretino, questo giochetto pseudo-islamico che va in onda tra i quattro dementi che hanno avuto la ventura di trovarsi nel posto giusto al momento giusto con la religione giusta e che ne hanno fatto una rendita di potere spicciolo da miserabili ».
In una email indirizzata a Piccardo, datata 7 ottobre 2006 e che pubblichiamo per la prima volta, Lia chiarisce le ragioni per cui intende rivelare tutto, proprio tutto, di una esperienza che definisce un «delirio sado-poligamico»: «L’ultimacosa che vorrei fare, nella mia vita, è ritrovarmi omertosa, a coprire col mio partecipativo silenzio una prassi pseudomatrimoniale di bassissima lega, un uso becero della poligamia, una burocrazia religiosa adoperata come mero preservativo spirituale».
La missiva inizia così: «Caro Hamza, come sai, ho esercitato nei tuoi confronti — per diversi mesi e con generosità— l’islamica virtù della misericordia verso le tue debolezze, incoerenze e mancanze. Purtroppo, non mi è più possibile continuare a ostinarmi nel credere nella tua buonafede». Lia sintetizza così la decisione di sposarsi: «Tu ti sei presentato da me come rappresentante e punto di riferimento, in questo Paese, di una religione e di una causa per cui io mi spendevo da anni (...) Arrivi tu e decidi che mi devi urgentemente sposare, in nome della tua profonda fede nell’islam e in barba a qualsiasi mio ed altrui richiamo alla sensatezza (...) Hai goduto di un’apertura di credito da parte mia, invece, figlia proprio della mia attrazione e del mio rispetto per quell’islam che con tanto ardore rappresenti, ed ho accolto la tua sfida: "Fidati di me e sposami subito". "D'accordo". Capivo bene, e la continuo a capire, la tua urgenza di metterti in condizione di "potere restare dietro una porta chiusa" con la sottoscritta. Solo che l’obbligo di contrarre matrimonio prima di poterlo fare non si esaurisce, per un musulmano, nella ripetizione burocratica di una formuletta. Il matrimonio islamico non è una magia o un miracolo che trasforma la carne femminile da haram ad halal, a mo’ di cristiana trasformazione dell’acqua in vino. Il matrimonio islamico serve a garantire alle donne dei diritti, ed è in questi diritti che si riflette la coscienza dell’uomo. (...) Di questi miei diritti, di questi tuoi doveri, non se ne è vista manco l’ombra».
Lia lamenta l’assenza di un «normale rapporto affettivo tra persone serie, adulte e perbene», denuncia un comportamento violento («eri ormai talmente arrogante da concederti il lusso di tirarmi uno schiaffo») ma soprattutto rivela il prevalere di un comportamento morboso per il sesso: «Sei arrivato al punto di dirmi, nella stessa chat, che "no, questa settimana non vado a Milano, non posso portarti neanche una scatola" e poi, poche righe più sotto, spiegarmi nei dettagli che "se adesso venissi da te, slurp, ti farei questo e quello". Non so: cosa te la sposi a fare una donna se poi, in barba persino ai tuoi doveri di assistenza nei tre mesi successivi al divorzio, non ti chiedi sotto quale ponte stia andando a sbattere, e tutto quello che sai fare è esporle i tuoi sogni erotici quando ti gira di chiamarla?
Cosa c’entra l’islam? Cosa c’è di islamico nel non assumersi nemmeno l’ultima delle responsabilità: quella di avere le palle di stare zitto e viverti i tuoi languori in silenzio, fosse solo prendendo esempio dalla donna che, con tutto il fegato che tu non hai, in silenzio assoluto si sciroppa un incubo intero? Che cos’è esattamente il matrimonio islamico targato Ucoii, segretario nazionale deimiei stivali? Come ti permetti, come vi permettete di chiamare "islamico" un simile sconcio?». Lia chiede «il mio risarcimento, buonuscita o dono di consolazione», quantificandolo in 20 mila euro.
Ammonendolo che se Piccardo non accetterà la richiesta entro il 13 ottobre, «impegnerò tutte le mie energie per fare chiarezza su ciò che, a quel punto, sarebbe inequivocabilmente confermato come un uso fraudolento e blasfemo di una supposta benedizione divina sui coiti realizzati sotto l’egida dell’Ucoii, a partire dai tuoi». La condanna dell’Ucoii è netta: «L’esercizio istituzionalizzato da parte di un’organizzazione a sfondo religioso di prassi che, nel mondo arabo—sto pensando al matrimonio orfi (segreto, ndr) egiziano — vengono percepite come una forma di prostituzione legalizzata, è disdicevole. A volere essere gentili». Nel finale Lia dà libero sfogo al proprio sarcasmo: «Non mi sfugge, per contro, la ricaduta a breve termine che la pubblicizzazione delle nostra esemplificativa vicenda potrebbe avere sui musulmani del nostro Paese che, davvero, non meritano di essere rappresentati e messi in imbarazzo da un Alberto Sordi dell'islam italiano».
Fino al 30 dicembre scorso, Lia nel suo blog ha minacciato di fare il nome di Piccardo: «Dovrei raccontare, a questo punto, dell’ultimo acquisto della galleria di mostri di cui è composto l’islam italiano che ho la ventura di conoscere. Non so se ne ho voglia. Eppure, scriverne si deve». Ebbene ora sappiamo chi è il protagonista di questa telenovela «sado-poligamica» dell’islam italiano. Non è l’unico e non sarà probabilmente l’ultimo di cui vi racconteremo la storia intima, di per sé squallida,ma di cui dobbiamo occuparci. Perché sono questi «musulmani di professione» gli interlocutori che lo Stato predilige e che, grazie all’imperversare dell’ignoranza, del buonismo e della collusione ideologica, stanno già praticando la sharia islamica in Italia. Non ci resta che sperare nelle donne che, al pari di Lia, ci costringano ad aprire gli occhi.
Magdi Allam
16 gennaio 2007

10/01/2007

De la purée à la place du cerveau

medium_arton11150.2.gifLe numéro de janvier-février de la revue française "Historia Thématique" a été interdit de distribution en Tunisie pour avoir publié une "image du Prophète et de ses compagnons", selon une source officielle à Tunis. "Une telle représentation, formellement interdite en islam, est de nature à heurter les sentiments religieux des Tunisiens", l'islam étant religion d'Etat en Tunisie.

www.figaro.fr

Cio' che l'Occidente non sa capire

L’Europa (ma su questo anche gli Usa faticano) non capisce la natura dell’Islam contemporaneo, di quello iraniano e degli Hezbollah, come di quello salafita di al Qaida.
Non è la prima volta. Di fronte ad ogni totalitarismo, le democrazie non comprendono, faticano a cogliere perché qualcuno vuole distruggerle.
E’ la sindrome della banchina di Auschwitz. Tanti ebrei tedeschi, che pure avevano visto la notte dei cristalli, le leggi razziali, che per giorni avevano vissuto negli escrementi dei carri bestiame, lì, sulla banchina su cui erano vomitati dai vagoni, protestavano increduli con l’ufficiale Ss: “Aber… ich bin deutsch!!!”, “Mai io sono tedesco!!!”
Ancora non capivano.
Europa e America rifiutarono di comprendere che si stava consumando la strage, rifiutarono più volte persino di bombardare Auschwitz, come i prigionieri chiedevano tramite la resistenza polacca.
Ancora oggi si stenta ad accettare che quello hitleriano, nel suo orrore, era un progetto “salvifico”, che solo questo spiega perché centinaia di migliaia di tedeschi sterminarono sei milioni di ebrei per costruire un mondo migliore, per “l’Uomo Nuovo”. Ancora oggi si crede che i nazisti fossero essenzialmente mossi da pura bramosia di assassinio, belve assetate di sangue
L’utopia: le democrazie non sanno ammettere che, nella modernità, il totalitarismo altri non è che un sistema –dei sistemi- per incarnare nella storia una utopia. Per eliminare tutti quelli che l’ostacolano.
La stessa “radice dell’odio” contro l’occidente –e la cristianità, e l’ebraismo- di tanta parte della platea islamica non è “nei torti dell’occidente”, è ben altra, si è formata ben prima che Israele nascesse, in una fase in cui gli Usa erano assolutamente assenti dalla scena mediorientale.
E’ scaturita da una formidabile azione scismatica avvenuta tra il 1930 e il 1979 nel corpo dell’Islam, da scismi basati su una ideologia totalitaria e sopraffattrice sia della società musulmana che dei rapporti con le altre religioni.
E’ quell’Islam -non tutto, ma sempre più forte- che intende fare proselitismo con la spada. Come fece Maometto. Come ha denunciato Benedetto XVI.
Oggi l’utopia in marcia è l’Islam jihadista.
Un Islam “rivoluzionario” che avanza con due punti di forza spesso in conflitto tra loro. L’Islam che ha trionfato con la rivoluzione di Khomeini in Iran e l’Islam wahabita, radicato in Arabia Saudita, che si è imposto fuori dalla penisola arabica con il jihad vittorioso che ha sconfitto i sovietici in Afghanistan.
Benedetto XVI ha compreso pienamente il fenomeno, ha condannato una Guerra Santa che nasce da una concezione di un Dio che è puro arbitrio, non a immagine dell’uomo, non comprensibile con la fede e la ragione, e ha condannato un proselitismo in suo nome fatto di violenza –il Jihad- offrendo contemporaneamente, con una continua, sottintesa citazione di Averroé, una straordinaria apertura di dialogo. E’ stato insultato, vilipeso.
L’Islam si è offeso perché il Jihad che il pontefice ha rigettato è ben più della Guerra Santa. E’ fede slegata dalla ragione, è negazione della stessa autonomia della scienza dalla fede. E’ una concezione della vita prevaricante.
Il Jihad, non è come si crede, una risposta eccessiva alla prevaricazione imperialista dell’occidente. La concezione jihadista iraniana e salafita si basata sulla riproposizione, oggi, del modello maomettano del proselitismo armato, di conquista. E’ smania di egemonismo: sulle altre religioni, sulla donna, sugli stessi musulmani ossessionati dall’apostasia, sui musulmani che non si piegano a questo o a quell’Islam.
Il jihadismo è diffuso nel mondo musulmano come ambizione di egemonia su tutto e su tutti.
E’ insito nell’Islam moderno.
E’ l’avversario dell’occidente, perché, come spiega al Ghazali, “tutto è scritto nel Corano”, perché ragione e scienza non hanno spazio se non dentro le maglie strette delle sue sure.
Il terrorismo jihadista ne è solo l’estrema manifestazione.
L’occidente laico non afferra questa essenza teologica del Jihad, ancora quella guerra santa alla sua concezione della guerra, a Westfalia. Pensa che sia sempre collegata alla “terra”, ai confini, ai rapporti tra Stati.
Accecato dal falso mito della tolleranza islamica nei confronti degli ebrei, rifiuta di guardare, di accettare un antisemitismo musulmano che pure è profondamente radicato nella tradizione coranica.
Pure, lo Statuto di Hamas esplicito: “L’ultimo giorno non verrà fino a quando tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei e gli uccideranno…”. E qui, l’occidente laico e laicista non comprende proprio il terribile verdetto.
Non vuole prendere atto che l’appello di Ahmadinejad a distruggere Israele ha convince, persuade, penetra profondamente nel ventre della umma. Non comprende neanche che Ahmadinejad non è un dittatore qualsiasi: è un dirigente rivoluzionario che dispone del consenso di una notevole massa critica, formatasi nella rivoluzione del 1979 e tutt’ora operante.
Ahmadinejad attende l’epifania del dodicesimo Imam e viene svillaneggiato da giornalisti approssimativi per i suoi deliranti progetti di apparecchiare un grande boulevard di Teheran per l’atterraggio. Un delirio non è capito dall’occidente laico, che non lo digerisce. Non lo afferra.
Ma Ahamadiejad sa di rappresentare un Islam in cui palpita un messianesimo vivo. Non c’è documento politico di rilievo, a partire dalla Costitituzione iraniana che non finalizzi la società dell’Islam all’apocalisse: “La Repubblica Islamica è un sistema che si basa sulla fede nel Giorno del Giudizio Finale e nel suo ruolo costruttivo nell’evoluzione perfettibile degli uomini verso Dio.Non nega, insomma, solo la separazione tra Stato e Religione, lo Stato stesso e la sua funzione sono subordinati al cammino verso l’eternità.
Lo Stato Etico sino all’Apocalisse, viene riproposto con tutta la forza, non di una ideologia anticristiana e antireligiosa, come il nazismo e il comunismo, ma con la penetrazione e la forza di una tradizione religiosa più che millenaria.
Combattere il Jihad, convertire con la forza gli infedeli è quindi una urgenza impellente, insita nella fede come nello Stato.
Lo scopo, il fine dello Stato è condurre le anime e i corpi dei cittadini verso il Giudizio Universale (che avverrà a ultimo ebreo ucciso, per inciso). Ogni strategia, ogni tattica politica dei movimenti fondamentalisti dal 1979 in poi è finalizzata all’Ultimo Giorno. Questa concezione dell’uomo nel tempo cadenza la politica, in particolare quella iraniana.
Questo senso escatologico dello Stato, non solo della vita del singolo, ha fascino.
Lega a sé un consenso crescente, Minoritario, ma attivo.Questo non viene compreso in occidente.
Il senso laico dello Stato, il relativismo, l’imporsi di una religiosità new age, fanno da velo al riconoscimento di questa dinamica musulmana. Pure, Ahmadinejad, i Fratelli Musulmani, Hezbollah e Bin Laden sono chiari, espliciti.
Qui si inserisce la grande crisi tra l’Europa e l’America di Bush.
La caratura evangelica del percorso umano di George W. Bush, la tradizione fondante gli States (i padri pellegrini), lo hanno portato a intuire “l’Asse del Male”.
Bush ha afferrato il messaggio delle Twin Towers. Vi ha subito scorto quello che gli autori volevano significasse: un presagio di Apocalisse.
Da qui la reazione, il senso etico che da quel giorno impregna i suoi discorsi.
Da qui la sordità della cultura europea che –prigioniera della dea Ragione- legge tutto con ridicoli, ripetitivi schemi: un po’ di marxismo, un po’ di terzomondismo, un po’ di antimperialismo. Da qui lo sconcertante Ralf Dharendorf che definisce il terrorismo islamico “una banda criminale”. Una Spectre.
L’equivoco più grande in cui si crogiola il mondo politically correct, si basa sull’illusione che in Iran, Libano e Palestina, il movimento islamico abbia una intrinseca natura irredentista.
Timothy Garton Ash, citato da Fassino, D’Alema, sostiene che Hezbollah può evolvere in un movimento politico come l’Ira e l’Eta, cammino che va favorito riconoscendogli le sue giuste rivendicazioni nazionaliste.
Ma Ahmadinejad, Hezbollah, Assad, Hamas e al Qaida vivono un nazionalismo che non punta alla liberazione della terra. Non sono nazionalisti. Per loro non c’è terra, non c’è nazione, se non c’è shari’a.
“Pace contro territori” è da anni la formula magica per risolvere il conflitto arabo-israeliano. E’ fallita, ma è sempre la prospettiva su cui si muove la diplomazia mondiale.
Fassino, che pure è uno dei più sinceri filosionisti della sinistra italiana, sostiene che “in Palestina non si fronteggiano due torti, ma due ragioni: Israele deve vivere nella sicurezza e i palestinesi devono avere il loro Stato”. Bell’aforisma, ma falso.
Le due ragioni esistono e hanno pesato negli 87 anni di crisi palestinese, ma sono sovrastate da un immenso torto di parte araba: il rifiuto di Israele per ragioni legate al Giudizio Universale, al rapporto dell’Islam col suo Dio, alla concezione totalitaria dei “territori” della cultura musulmana.
Lo Statuto di Hamas (movimento che incarna l’alleanza sciita-sunnita tra Iran, Siria, Hezbollah e Fratelli Musulmani) è definitivo: “La terra di Palestina è un deposito legale (waqf), terra islamica, affidata alle generazioni dell’Islam fino al giorno della resurrezione. Non è accettabile rinunciare a nessuna parte di essa. Nessuno Stato arabo, né tutti gli Stati arabi nel suo insieme, nessun re o presidente, né tutti i re e i presidenti messi assieme, nessuna organizzazione, né tutte le organizzazioni palestinesi o arabe unite, hanno il diritto di disporre o di cedere anche un singolo pezzo di essa, perché la Palestina è terra islamica affidata alle generazioni dell’Islam sino al giorno del Giudizio. Chi, dopo tutto, potrebbe arrogarsi il diritto di agire per conto delle generazioni dell’Islam sino al giorno del Giudizio? Questa è la regola nella legge islamica, la shari’a, e la stessa regola si applica ad ogni terra che i musulmani abbiano conquistato con la forza, perché al tempo della conquista i musulmani l’hanno consacrata per tutte le generazioni dell’Islam sino al giorno del Giudizio”
Questa perfetta sintesi dell’egemonismo jihadista –quello contestato da Benedetto XVI- lega indissolubilmente il territorio alla applicazione della legge coranica e ne dichiara eterno il diritto al possesso, una volta conquistato con la forza. Non più solo il nazista “Blut und Erde”, ma “Blut und Heilige Gesetz und Erde”.
Il jihad racchiude in sé la sua valenza escatologica, salvifica. Compiuta la conquista, imposto con la spada il proselitismo dell’infedele, la terra èsantificata dall’applicazione della shari’a, che ne sigilla il possesso al popolo dell’Islam.
Il laicismo e il relativismo in Europa, non riescono neanche a intuire questo straordinario movimento di fede apocalittica, come ben si comprende nella vicenda del velo in Francia.
Nel 2003, Parigi decise uno straordinario sforzo di analisi della realtà multireligiosa della Francia. La commissione Stasi sviluppò così una formidabile inchiesta sul territorio e descrisse a una inquietante fotografia della Francia: l’integrazione multiculturale non ha funzionato, lo spirito d’appartenenza e di clan su qualsiasi altro collante sociale e genera episodi intollerabili di violenza, di cui le donne musulmane sono le principali vittime. La rivolta delle banlieues, è ampiamente prevista. Prova di come gli strumenti scientifici delle scienze sociali in Francia rasentino la perfezione nella descrizione dei fenomeni. Ma solo nella descrizione dei fenomeni. Non delle loro cause e quindi non dei loro rimedi.
Ancorata ad una meccanica volgare della complessità umana, tutta positivista, illuminista, laicista, la commissione propose i seguenti rimedi: istituzione di corsi per insegnanti sulla laicità, una festa della Marianna in onore della laicità (insopprimibile sogno giacobino della Festa della Dea Ragione) e infine la proibizione di ostentare nelle scuole segni religiosi (croce, kippah o velo).
Indicativa è la proibizione del velo, che è ben di più di un simbolo di appartenenza, ma consegue alla concezione della minorità della donna. Secondo la shari’a infatti, la donna non è in grado di gestire i suoi rapporti sociali, non è in grado di gestire nella società i messaggi sessuali del suo corpo e per questo deve coprirsi.
Un nodo culturale delicatissimo affrontato alla giacobina, con la proibizione, lo strumento poliziesco.
Due anni dopo i ghetti musulmani di Francia, come previsto dalla commissione Stasi sono esplosi.
Questa formidabile cecità del meglio della cultura politica francese, spiega ad libitum la parallela cecità –tutta laicista- della Francia nel comprendere le dinamiche che si muovono nei paesi musulmani, le crisi che agitano il Medio Oriente, la stessa essenza eversiva del regime iraniano.
Il tutto con uno straordinario effetto contagio sulla sinistra europea, orfana del comunismo e col marxismo, che si ancora al laicismo di scuola francese e quindi non è letteralmente in grado di riconoscere l’essenza escatologica, la dinamica rivoluzionaria, di massa, che segnano il cammino millenarista della rivoluzione iraniana e dei salafiti sunniti.

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